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Milano, ritorno al futuro: prove di ripartenza dopo lo tsunami

REPORTAGE SULLA GRANDE METROPOLI FERITA – Dopo lo shock del Coronavirus Milano è ancora l’ombra di se stessa – Ristoranti, hotel e turismo al palo – Locali storici ancora chiusi – Citylife vuota – Ma il vicepresidente di Assolombarda, Calabrò avverte: “Gli asset fondamentali sono rimasti tutti in piedi” – Ci vorrà tempo per ripartire e molte imprese faticheranno a riaprire – Infrastrutture ed economia della conoscenza i veicoli del rilancio.

Milano, ritorno al futuro: prove di ripartenza dopo lo tsunami

Se c’è una città dove la “nuova normalità” è molto diversa dalla vecchia normalità, è Milano. Proprio il suo status da città locomotiva d’Italia, da campione nazionale ed internazionale di tante cose (finanza, innovazione, moda, design e tutto il resto), fa sì che, se c’è un posto dove la ripartenza sembra più faticosa che altrove, questo è proprio il capoluogo lombardo. Un po’ perché quando si va veloce e ci si ferma, è più difficile riprendere a correre, un po’ perché è stata proprio la vecchia normalità meneghina, quella turbo-dinamica a forte trazione internazionale, a favorire la maggiore diffusione del virus. “Più stranieri, più contagio”, sintetizza il vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò, secondo il quale il modello Milano non è però in pericolo: “Per il semplice fatto che non è un modello. E’ una metropoli complessa, in costante movimento”.

RISTORAZIONE E TURISMO

In queste settimane, Milano è ancora l’ombra di se stessa: le complessità e il movimento di cui parla Calabrò non sono ancora quelli di un tempo. Tante saracinesche abbassate, poca gente in metropolitana anche negli orari di punta (lo stesso concetto di ora di punta si è volatilizzato, con lo smart working), tante mascherine in giro, con una disciplina che nel resto d’Italia inizia ad allentarsi, ma qui il virus fa ancora contagi e paura. Quest’anno saltano completamente fiere e saloni, il punto di forza delle relazioni internazionali di Milano. E tra le imprese cittadine, le più in difficoltà sono quelle legate alla ristorazione e al turismo: secondo i dati dell’ufficio studi di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, dal 18 maggio hanno riaperto il 97% dei negozi non alimentari, ma solo il 59% della ristorazione e il 29% delle agenzie di viaggio. Queste ultime hanno alla prima settimana di giugno l’8% dei clienti rispetto al solito, i ristoranti il 31%, gli alberghi il 6%.

La Metro 5 di Milano
La metropolitana in un giorno feriale

Parliamo, solo su Milano e solo per i settori commercio e turismo, di quasi 100.000 imprese al 31 dicembre 2019, che nel primo trimestre 2020 (solo in parte travolto dalla crisi da Covid-19) sono calate di solo 500 unità. Ma a Roma ad esempio sono persino riuscite ad aumentare, e il secondo trimestre svelerà dati ben più drammatici, visto che secondo il sondaggio condotto da Confcommercio su 1.079 imprese, solo il 4,3% considera sufficienti le misure di sostegno varate dal Governo. Girando per la città, le sensazioni confermano i numeri: diverse saracinesche abbassate in centro, persino nella Galleria Vittorio Emanuele II, dove sono rimasti chiusi locali storici come Savini, Biffi e la pasticceria Marchesi. Qualcun altro, come i rinomati Spontini, Luini e Sorbillo si sta arrangiando, Motta fa solo bar e tavolini all’aperto. L’atmosfera è quella che è. “C’è tanta voglia di rimboccarsi le maniche – testimonia Marco Accornero, segretario generale dell’Unione artigiani -. Sono ottimista sulla ripresa, ma bisogna vedere i tempi. Il rischio è che lo slancio iniziale si esaurisca dopo pochi mesi. Prima cosa da fare? Sburocratizzare”.

CAPITALE INTERNAZIONALE

Eppure mai come prima del Covid Milano era diventata così attrattiva. “Ricordiamoci che è arrivata ad avere, sui mercati finanziari, un rating diverso e ovviamente migliore di quello italiano”, ha detto l’ex sindaco Piero Borghini, intervistato da FIRSTonline. “Milano è una macchina complessa costruita negli anni – prosegue Calabrò di Assolombarda – e integrata con l’economia europea. Nonostante tutti i problemi, questa macchina non si è frantumata come dice qualcuno, ma ha solo rallentato. Gli asset fondamentali sono tutti in piedi: manifattura, finanza, servizi, innovazione, ricerca, formazione con le università che sono ai vertici delle classifiche internazionali. Anche il turismo, pure se per ancora un po’ soffrirà tantissimo”. Un’analisi condotta dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo conferma il boom del turismo lombardo e della città di Milano: i dati relativi ai primi nove mesi del 2019 indicano 36 milioni di presenze in Lombardia con un +7,5% rispetto allo stesso periodo del 2018, con Milano che si attesta al +4,5%.

Antonio Calabrò, vicepresidente Assolombarda

Un patrimonio che, a dimostrazione ancora una volta del prestigio internazionale della città, significa oltre 5.000 imprese partecipate da multinazionali estere, che impiegano più di 520mila dipendenti e fatturano circa 245 miliardi di euro. Proprio per sostenere il settore turistico Intesa Sanpaolo ha lanciato un plafond di 280 milioni, una parte cospicua dei 2 miliardi complessivi a livello nazionale. “E’ il momento di guardare alla  ripartenza – interviene Gianluigi Venturini, direttore regionale Milano e Provincia Intesa Sanpaolo -, ma occorrerà del tempo. L’epidemia di Covid-19 ha stravolto il contesto economico in cui operiamo: alcuni settori come la moda, il design, l’industria meccanica e l’automotive sono stati particolarmente colpiti, ma in compenso c’è stata una buona risposta dal Polo biomedicale di Milano e dal distretto farmaceutico lombardo”.

IMPRESE E FINANZIAMENTI

La situazione non è difficile solo in centro. A CityLife, la cattedrale dello shopping e del food inaugurata due anni e mezzo fa nel complesso delle tre torri di Generali, Allianz e Pwc (la cui costruzione è ormai vicina al completamento), il flusso di persone nei giorni feriali è parecchio diminuito: il maxi cinema Anteo è ancora chiuso, così come diversi locali e ristoranti, a causa dell’assenza dei turisti ma anche dello smart working degli uffici circostanti. Generali ad esempio ha circa 2.000 dipendenti nella Torre Hadid, e in media oltre il 95% lavora da remoto, con poche eccezioni rigorosamente disciplinate da un piano varato ancora prima del lockdown: per accedere all’imponente struttura bisogna fare un ckeck in tramite l’apposita app EmployeeUp. Smart working a tutto spiano anche per Intesa Sanpaolo, che tra Milano e provincia ha ben 13mila dipendenti, 11mila dei quali abilitati a lavorare da remoto.

La pasticceria Marchesi in Galleria

Quello che emerge dunque è che molte imprese faranno fatica a sopravvivere: in molte, come in tutta Italia, stanno ricorrendo al Fondo di Garanzia delle Pmi fino a 25 mila euro e alle iniziative delle varie banche. Eloquenti i dati forniti da Banco Bpm: nel solo Comune di Milano, i finanziamenti alle aziende sono passati da circa 750 nel periodo pre lockdown (da inizio anno a metà marzo) a oltre 3.100 operazioni nel periodo successivo, con il Fondo per le Pmi che ha rappresentato una quota significativa di questa operatività, circa l’88%. “I settori che hanno risentito maggiormente – commenta Marco Aldeghi, responsabile Direzione territoriale Milano e Lombardia Nord della banca – sono stati quelli di turismo e trasporti, organizzazioni di fiere e convegni nonché una parte importante della distribuzione al dettaglio, mentre risultano essere stati meno colpiti dalla crisi, o comunque in fase di ripresa, il commercio online e gli alimentari”.

Per non parlare degli ammortizzatori sociali: a tre mesi dall’inizio del lockdown, sempre secondo un’indagine di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, per la metà delle imprese del terziario non è arrivato nessun pagamento di cassa integrazione per i dipendenti. E il dato è in miglioramento a maggio, ad aprile era il 96%. Il sondaggio riguarda quasi 1.000 imprese, l’86% delle quali ha meno di nove dipendenti, e il 26% delle quali è nel settore proprio della ristorazione. Solo il 32% ha usufruito del finanziamento bancario di cui sopra, e la maggior parte (il 65%) ritiene che l’unica via d’uscita siano contributi a fondo perduto. Non va nemmeno più di moda ipotizzare la riduzione del costo del lavoro (18%) o il rinvio delle scadenze fiscali (12%). Solo un’impresa su cinque non si è mai fermata, mentre il 15% è ancora fermo, dopo un mese abbondante di Fase 2. Di questo 15%, la metà potrebbe non riaprire. E tra chi è ripartito, solo il 58% lo ha fatto ad organico completo.

“I contributi a fondo perduto – sostiene Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza – sono la misura più richiesta e urgente, ma solo da inizio settimana prossima saranno disponibili i modelli dell’Agenzia delle Entrate per poterli ottenere. E tutto questo a quasi un mese dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Rilancio. Inoltre sulle tasse locali, ad esempio, bisogna essere molto più coraggiosi. In una situazione di crisi ancora drammatica è fondamentale una svolta immediata per evitare danni irreparabili al sistema delle imprese”.

ECOBONUS E MUTUI

La crisi ha di conseguenza contratto il dato dei mutui alle famiglie, per l’acquisto di abitazioni per Milano città, passati ad esempio per Banco Bpm da 280 a 250 tra prima e dopo il confinamento. Il rallentamento del mercato immobiliare potrebbe però essere superato grazie all’Ecobonus, il sussidio al 110% previsto dal Governo per chi investe in efficienza energetica. Secondo Accornero, l’Ecobonus può rappresentare addirittura il traino della ripresa: “Può aiutare molto il settore dell’installazione di impianti”, sostiene il vertice dell’Unione artigiani. Intesa Sanpaolo a questo proposito ha persino lanciato una nuova offerta green: non solo l’anticipo del credito che sarà poi rimborsato dall’Ecobonus per i lavori di adeguamento, ma anche mutui e prestiti personali che premiano con condizioni di tasso vantaggiose chi acquista immobili ad elevata efficienza energetica. “Tuttavia non è sugli investimenti immobiliari che si gioca la partita della ripartenza – è l’opinione di Piero Borghini, sindaco della città dal 1992 al 1994 -: secondo me Milano dovrebbe ripartire dalle infrastrutture e dall’economia della conoscenza: ospedali, università, innovazione”.

CityLife in un giorno feriale

“Milano tornerà grande – chiosa Calabrò di Assolombarda – e nel dire questo, più che ottimista mi sento realista. Già nel 1018 l’Arcivescovo della città, Ariberto d’Intimiano, disse che ‘chi sa lavorare viene a Milano. Chi viene a Milano è un uomo libero’. Parole attualissime, oltre un millennio dopo. A volte Milano viene considerata arrogante, ma dietro c’è tanta sostanza. La città ha energie enormi e non ha solo l’ossessione di lavorare e lavorare bene: Milano è anche cultura, accoglienza, libertà. Da dove ripartire? Le priorità secondo me sono l’industria, le infrastrutture e un sostegno fiscale che di fatto proroghi il programma Industria 4.0″.

CULTURA

Non meno importante, prova a ripartire anche la cultura. Il Teatro alla Scala, istituzione cittadina, potrebbe aver già chiuso la propria stagione: dall’inizio del lockdown ha già perso 20 milioni di euro e con le regole della riapertura ne perderebbe 50 mila al giorno. Si proverà a salvare qualche data in autunno, altrimenti se ne riparla con la stagione 2020-2021. In compenso hanno riaperto i musei e i primi riscontri sono positivi, a testimonianza della voglia di ripartire anche dalla bellezza: “Nella prima settimana – rivela Giovanni Morale, vice direttore delle Gallerie d’Italia – abbiamo totalizzato 1.200 visitatori. Un numero alto, considerata l’assenza di gruppi e scolaresche. Non ce l’aspettavamo, avevamo aperto più che altro per dare un segnale, e invece abbiamo avuto tante famiglie con bambini piccoli. Mancano ovviamente turisti e visitatori dalle altre regioni, soprattutto dalla Sicilia che sorprendentemente è la più rappresentata nel nostro museo, dopo la Lombardia e le regioni limitrofe”.

La mostra di Canova alle Gallerie d’Italia

La sede museale di Intesa Sanpaolo è proprio a due passi dalla Scala, e lo stesso Morale riconosce il valore simbolico che avrebbe la riapertura del teatro: “Il primo concerto del dopoguerra, diretto nel maggio ’48 da Arturo Toscanini, fu un momento memorabile. La cultura in questa fase è imprescindibile. Vivere nella bellezza e nei sentimenti è una necessità, oltre che un grande volano economico. Le persone sono stufe del digitale, hanno voglia di verità, di fisicità. Con gli altri musei in queste settimane abbiamo fatto un grande gioco di squadra, mettendoci d’accordo per riaprire più o meno tutti insieme: volevamo dare un segnale alla città”.

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