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L’immigrazione non è un affare per generali e giuristi

L’immigrazione, dopo il vertice europeo di Malta, può segnare una svolta, a condizione che si colga il carattere strutturale dei problemi migratori e che si affrontino andando alla loro radice e distinguendo tra realtà e percezione

L’immigrazione non è un affare per generali e giuristi

Ora che il tentativo di usare i migranti come gli ebrei negli anni 30 per vincere le elezioni e ottenere “pieni poteri” è fallito, possiamo riportare la discussione sull’immigrazione al posto che le compete, di problema strutturale, non emergenza, da gestire con misure di lungo periodo e a livello europeo. Di lungo periodo non significa però che possiamo ritardarne l’applicazione, al contrario: poiché i risultati non sono immediati ma arrivano dopo qualche anno, occorre iniziare subito.

Non significa neanche trascurare le misure di breve periodo, perché queste rispondono alla percezione dell’emergenza-emigrati da parte della popolazione. La quota di migranti sulla popolazione globale è aumentata dal 2,8% nel 2000 al 3,5% nel 2018. Ma la quota di migranti nei paesi ricchi, i nostri, è salita dall’8,8% al 12,6% nello stesso periodo[1]

Questo aumento del flusso spiega in parte perché gli italiani[2] sono convinti che i migranti extra-EU (sia migranti economici che rifugiati) rappresentino ormai un quarto della popolazione invece del reale 7%. Una divaricazione tra percezione e realtà che esiste anche in altri paesi europei, ma in misura più moderata.

La percezione ha però conseguenze reali nell’indurimento dell’attitudine verso i migranti, in particolare gli irregolari e quelli senza qualificazioni professionali. Una survey del Pew Research Center del 2018 in tutto il mondo, trovava che il 45% degli intervistati desiderava una diminuzione degli immigrati nei loro paesi. In Europa, secondo la survey 2019 dell’Eurobarometro, il 44% degli intervistati considerava l’immigrazione il problema maggiore dell’EU, percentuale maggiore di chi considerava il clima il problema principale. Anche I figli d’immigrati nati nel paese sono percepiti come stranieri mostrando, secondo la survey, che l’opposizione all’immigrazione non è più solo economica, ma riflette la paura di una perdita d’identità culturale.

Un’altra conseguenza reale della percezione è la modifica nella distribuzione della spesa pubblica anche a livello locale: uno studio recente[3] trova che “l’incremento della spesa per la sicurezza, una componente improduttiva per la crescita economica locale, sia finanziato quasi integralmente dalle risorse destinate ad altre importanti funzioni di bilancio, quali cultura, turismo e sviluppo locale”. Tale incremento della spesa in sicurezza non sembra essere causato dall’aumento dei reati, bensì dal “peggioramento della mera percezione nei confronti dell’immigrato”

La serietà dei media e non solo dei politici sarà essenziale per la diffusione delle informazioni corrette sui numeri e sulle iniziative europee per la distribuzione automatica degli sbarchi, non lasciando alla sola Italia il carico della prima accoglienza.

Il summit di Malta è dunque benvenuto, anche se si occuperà di una minima parte degli irregolari in Italia: quelli degli sbarchi “mediatici” che, per dare le proporzioni, nel 2019 hanno coinvolto 1.346 persone di cui 593 redistribuite in Europa, mentre le 15.095 persone sbarcate silenziosamente in Italia tra luglio 2018 e agosto 2019[4], sono tutte rimaste in Italia. E speriamo che i numeri non si riducano ancora di più considerando solo i possibili rifugiati.

Infatti l’immigrazione economica, che è preponderante negli arrivi nel nostro paese rispetto ai rifugiati, è destinata ad aumentare nel prossimo decennio. I numeri sono impressionanti: entro il 2030 si prevede 1 miliardo di crescita della popolazione, di cui la metà nell’Africa Subsahariana[5] . Nel più recente briefing della Banca Mondiale, la popolazione in età lavorativa nei paesi a basso e medio reddito è prevista aumentare di 552 milioni, con l’aumento maggiore in Africa SSA e Asia meridionale. 

Una fake news diffusa magari con buone intenzioni, ma non per questo meno falsa, è che sono i più poveri ad emigrare da noi. Non è così: il 75% delle migrazioni nell’Africa SSA avviene a livello regionale. Spesso dovute alla desertificazione dovuta al clima o alla politica (Zimbawe) sono migrazioni a piedi nel paese stesso o nei paesi limitrofi[6]. I maggiori tassi di migrazione sono nei paesi a medio reddito dove ci sono incentivi a partire e i limiti alle spese per migrare non sono severi. Basta controllare gli arrivi in Italia, elencati per nazionalità dal Ministero dell’Interno, per averne conferma: al top c’è la Tunisia, ben distaccata dal Sudan. Quindi il fatto che i nostri dirimpettai nel Mediterraneo siano paesi a medio reddito non ci deve rendere inattivi: si possono permettere di emigrare e l’esclusione sociale delle donne dalla scolarità e dal lavoro ritarda la riduzione del numero di figli per donna in questi paesi.

L’incentivo principe alle migrazioni economiche è la differenza di reddito: nel periodo 2013-2017, il reddito medio nei paesi OCSE era di $43,083 ovvero cinquantaquattro volte quello dei paesi a basso reddito con $795. Ai tassi di crescita odierni -più bassi nei paesi ricchi- ci vorrebbero 135 anni per colmare la differenza.

L’indicatore di questo fenomeno sono le rimesse che fino a pochi anni fa erano trascurabili: la nuova database della Banca Mondiale sulle rimesse degli emigranti mostra che nel 2019 le rimesse nei paesi a basso e medio reddito raggiungeranno i 550 miliardi di $, tre volte gli aiuti allo sviluppo e raggiungendo gli investimenti esteri diretti.

Le rimesse permettono al paese di ripagare l’indebitamento con l’estero: la conseguenza di policy è che c’è un fortissimo interesse dei paesi di origine dei migranti a tenersi queste risorse e la negoziazione per il rimpatrio degli immigranti illegali deve tenerne conto. Quindi un accordo con i paesi d’origine dovrà compensare, almeno in parte, la perdita delle rimesse. Poiché le rimesse arrivano alle famiglie, gli aiuti sostitutivi potrebbero finanziare anche iniziative dirette con la società civile – formazione soprattutto ed educazione per le donne – neutralizzando almeno in parte (Free Development Zones per tener lontano il tax man?) le fragili e spesso corrotte istituzioni africane.

Ma conseguenze negative sui paesi d’origine minori ci sono per l’emigrazione dei lavoratori qualificati. Nei paesi di destinazione contribuisce alla crescita, seppure ha effetti “misti” sui salari dei lavoratori del paese di arrivo con basse professionalità. Questo effetto negativo, anche se non omogeneo per diversi livelli di qualificazione, moltiplica le paure di perdita d’identità culturale descritte prima e ci conduce alle politiche per l’immigrazione sostenibile, ovvero integrabile nella società di arrivo senza provocare rigetto e rischi per la tenuta democratica della società stessa.

Si tratta di politiche nei paesi di origine come quelli di arrivo. In Europa, dovremo elaborare politiche d’immigrazione che determinino le qualificazioni necessarie ai nostri mercati del lavoro e negozino i rientri degli irregolari, incluse compensazioni per le rimesse mancate. In Italia per ovviare al calo della popolazione in età lavorativa occorre aumentare la produttività dell’economia in particolare con digitalizzazione ed educazione appropriata e aumentare la partecipazione al mercato del lavoro delle donne, non solo degli anziani, con servizi pubblici e privati adeguati e a basso costo per i bambini insieme alla flessibilità di orario. Sia l’efficienza che la partecipazione delle donne all’economia sono ben inferiori da noi che nel resto d’Europa.

Per quanto riguarda “aiutarli a casa loro”, chiunque si occupi di sviluppo sa che la sola misura efficace per ridurre la natalità è la scolarizzazione delle bambine che agisce rapidamente, come si vide già decenni fa in Kerala. Ma non fa aumentare la spesa pubblica come gli acquisti di armi o di aerei con le relative “mance”. Quindi non è di gradimento dei politici e deve far parte delle negoziazioni per gli aiuti e le rimesse.

Lasciare la gestione dell’immigrazione in Europa a generali e giuristi ha finora rafforzato i populisti. Sarebbe opportuno un cambio di prospettiva e di strumenti, anche coinvolgendo le organizzazioni internazionali preposte allo sviluppo e a combattere la povertà che seppure da un diverso punti di vista hanno approfondito i dati, conoscono le best practices e possono aiutarci a ridurre i flussi irregolari e organizzare quelli desiderati nella prospettiva di benefici da ambo i lati.


[1] World Bank, Briefing Paper, Leveraging Economic Migration for Development, Sept 2019

[2] Survey Eurobarometro (Primavera 2019) e Istituto Cattaneo

[3] Vincenzo Bove, Leandro Elia e Massimiliano Ferraresi, Quando l’insicurezza percepita supera quella reale, La Voce, 16/9/2019

[4] ISPI Dossier, Sept. 2019

[5] IMF and World Bank, Global Monitoring Report, 2016 Washington DC

[6] WB 9/2019 “model-based simulations suggest that climate change may lead to decreasing crop productivity, shortages of water, rising sea levels, and melting gla­ciers, which may induce another 143 million people in South Asia, Latin America, and Sub-Saharan Africa to move, although most would move within their country rather than internationally”

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