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Israele e Libano verso negoziati negli Usa senza cessate il fuoco: Trump frena Netanyahu e Mattarella condanna i bombardamenti a Beirut

Pressioni Usa per il dialogo, ma sul terreno continuano gli scontri. Trump avverte Teheran: interferenze nello Stretto sarebbero una grave violazione della tregua. Il capo dello Stato Mattarella condanna i bombardamenti in Libano e invita l’Europa a una posizione comune per favorire la pace

Israele e Libano verso negoziati negli Usa senza cessate il fuoco: Trump frena Netanyahu e Mattarella condanna i bombardamenti a Beirut

La prossima settimana potrebbe segnare un passaggio importante per il futuro dei rapporti tra Israele e Libano. Secondo quanto riportato da Axios, i due Paesi avvieranno colloqui diretti negli Stati Uniti, con un primo incontro previsto al Dipartimento di Stato a Washington.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato di aver dato istruzioni per avviare “al più presto” il dialogo con Beirut, collegando la decisione ai ripetuti appelli libanesi e alle forti pressioni internazionali. Il negoziato, che dovrebbe svolgersi a livello di ambasciatori, rappresenta un cambio di linea dopo che un’offerta di dialogo da parte libanese era stata respinta nelle settimane precedenti. L’apertura diplomatica però non coincide con una riduzione delle attività militari.

Sul tavolo restano due nodi centrali: il disarmo di Hezbollah e la definizione di un quadro più stabile nei rapporti tra i due Paesi, che restano formalmente in stato di guerra.

Israele-Libano: nessuna tregua e operazioni militari in corso

Netanyahu ha ribadito che non è previsto alcun cessate il fuoco e che le operazioni proseguiranno “con forza” fino al raggiungimento degli obiettivi di sicurezza nel nord di Israele.

Anzi, l’intensità degli scontri resta elevata. Nelle ultime ore, Hezbollah ha rivendicato il lancio di più ondate di missili e droni contro Israele, attivando sistemi di difesa e allarmi antiaerei fino a Tel Aviv e Ashdod. Parallelamente, l’esercito israeliano ha condotto nuovi raid nel sud del Libano e nei dintorni di Beirut, sostenendo di aver inflitto un duro colpo all’organizzazione sciita.

Fonti libanesi parlano di un bilancio molto pesante in termini di vittime civili, mentre sul piano politico resta controversa l’interpretazione del cessate il fuoco: Israele considera il Libano escluso dall’accordo, mentre Iran e altri attori regionali sostengono il contrario, aumentando il rischio di una nuova escalation.

Mattarella: “Libano sotto una tempesta di bombardamenti devastanti”

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenendo a Praga, ha espresso forte preoccupazione per la crisi in Libano, denunciando una situazione sempre più grave sul piano umanitario e politico. Il capo dello Stato ha parlato di un Paese “indipendente” colpito da “una tempesta di bombardamenti devastanti”, sottolineando come il conflitto stia producendo conseguenze destabilizzanti sull’intero scenario mediorientale.

Mattarella ha poi richiamato la necessità di un’azione comune dell’Europa, affermando che “i Paesi della Ue devono essere uniti nelle posizioni, per poter esprimere una posizione comune, avanzando proposte credibili”. Ha inoltre ribadito che “Europa e Stati Uniti sono indissolubilmente legati” e che il loro rapporto rappresenta “un interesse reciproco”, indispensabile per affrontare le crisi globali e mantenere aperto il dialogo internazionale.

Il ruolo degli Stati Uniti e l’avvertimento di Trump all’Iran

Gli Stati Uniti restano il principale mediatore del processo. Secondo fonti citate da Nbc News, il presidente americano Donald Trump avrebbe chiesto a Netanyahu di ridurre l’intensità degli attacchi in Libano per non compromettere i negoziati più ampi in corso nella regione, inclusi quelli con Teheran e il vertice previsto a Islamabad.

Trump ha inoltre difeso la linea americana sul conflitto con l’Iran, respingendo le critiche del Wall Street Journal, che aveva parlato di una “vittoria prematura”: secondo il presidente, “è una vittoria e non c’è nulla di prematuro”, ribadendo che Teheran non otterrà l’arma nucleare e che i flussi di petrolio torneranno presto alla normalità.

La Casa Bianca avrebbe esercitato forti pressioni su Israele per favorire l’apertura del dialogo, mentre Washington si dice “ottimista” sulla possibilità di contenere l’escalation su scala regionale.

La posizione dell’Iran e le tensioni su Hormuz

Da Teheran arrivano però dichiarazioni che indicano un irrigidimento della posizione. La leadership iraniana ha ribadito che gli attacchi subiti non resteranno “impuniti” e ha evocato possibili cambiamenti nella gestione dello Stretto di Hormuz, nodo strategico per il traffico energetico globale.

A rendere ancora più tesa la situazione è anche il rischio di misure dirette sul traffico energetico. Trump ha avvertito Teheran contro l’ipotesi di imporre pedaggi alle petroliere nello stretto: “È meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito”. Secondo Washington, un’eventuale interferenza sulla navigazione commerciale nello stretto costituirebbe una grave violazione dei termini della tregua.

Nel frattempo, la morte dell’ex ministro degli Esteri iraniano Kamal Kharrazi, figura chiave della diplomazia di Teheran, deceduto per le ferite riportate in un attacco nei giorni scorsi, contribuisce ad alimentare ulteriormente la pressione interna e internazionale sul conflitto.

Le reazioni internazionali e il peso politico del conflitto

Sul piano politico, diversi leader internazionali hanno espresso sostegno a una soluzione negoziata. La presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha accolto positivamente l’avvio dei colloqui, sottolineando la necessità di un cessate il fuoco per proteggere le popolazioni civili.

Al tempo stesso, cresce la pressione internazionale perché il Libano venga incluso formalmente nella tregua: Francia, Regno Unito e altri attori europei hanno chiesto esplicitamente un’estensione dell’accordo, anche Turchia ed Egitto si sono espressi in questa direzione.

Anche l’Unione europea, attraverso l’Alta rappresentante Kaja Kallas, ha ribadito che la situazione resta “fragile” e che l’alternativa a una soluzione diplomatica sarebbe “fosca”, soprattutto in relazione alla sicurezza regionale e alla libertà di navigazione.

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