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Il referendum deciderà il futuro delle riforme

In questo momento i grandi operatori finanziari internazionali che guardano all’Italia pensano più ai riflessi del referendum costituzionale che al suo deficit pubblico perchè comprendono che dal referendum dipenderà il futuro delle riforme italiane e la possibilità o meno di modernizzare realmente il Paese

C’è chi, come di recente Giorgio La Malfa, sostiene che solo la riduzione del deficit può salvarci da una crisi del debito che travolgerebbe non solo l’Italia ma anche l’Europa e che le politiche dell’offerta (riforme, per intenderci) sono da questo punto di vista irrilevanti. E che il Governo Renzi ci lascerà peggio di quando è cominciato. Io non sono economista ma vorrei però che mi si spiegasse come mai i grandi operatori finanziari globali che guardano all’Italia e al suo debito pubblico in questo momento non si occupano del deficit ma del referendum costituzionale.

Il referendum è visto come un punto di snodo per capire se l’Italia saprà andare avanti con determinazione sulla strada di riforme sempre attese e mai realizzate se non dal Governo Renzi, pur con tutti i limiti che sicuramente si possono evidenziare. Se così è, ne deduco che le politiche dell’offerta contano, eccome. E che solo perseguendo la strada degli ultimi due anni noi saremo legittimati a sostenere sui tavoli europei non un mero negoziato sul deficit, col cappello in mano as usual, ma piuttosto una comune valutazione circa la necessità di un rilancio della crescita di tutto il Continente, tale da consentire all’Europa di continuare a competere con le grandi potenze economiche evitando di avvitarsi in un irreversibile declino.

Voglio però collegare questo mio punto di vista alle considerazioni sul rapporto tra tecnocrazia e democrazia e la prevalenza, in Italia, della prima sulla seconda, a partire dagli anni ’90. Questa sostanziale egemonia tecnocratica (esercitata dalle elites europee, dalla Banca d’Italia, dai banchieri internazionali messi alla guida dei processi di privatizzazione e di gestione del debito pubblico, ecc.) inizia subito dopo Tangentopoli che, a sua volta, segna l’inizio della irreversibile crisi della rappresentanza politica nel nostro Paese. Da parte del sistema politico, infatti, non vi è stata solo la delega ai governi o ai ministri tecnici delle decisioni di finanza pubblica; il punto vero in cui la politica ha fallito è stato quello relativo alle scelte qualitative, alle politiche dell’offerta e del quadro regolatorio rimasto nella disponibilità delle istituzioni rappresentative anche dopo la delega ai tecnocrati in ordine alle scelte macrofinanziarie.

La politica “tecnodemocratica” si è limitata a demonizzare la politica di riduzione fiscale della destra ma non ha saputo dare qualità e senso alla spesa pubblica giustamente contenuta entro i limiti di deficit necessari per restare nel progetto europeo. Non è stata proposta una prospettiva nell’interesse delle future generazioni e in grado di affrontare le sfide economiche della globalizzazione e il suo impatto sociale. Ricordo, solo per fare qualche esempio, l’azzeramento dello “scalone” (?!) pensionistico contenuto nella riforma Maroni voluto dal Ministro del lavoro Damiano (costo 10 miliardi di euro); o il trasferimento di ben cinque punti di PIL dalla ricerca e dall’education (con buona pace dell’Agenda di Lisbona) alla sanità (spesa governata dai sistemi politici regionali), dalla difficoltà a introdurre politiche procompetitive in favore di new comers o all’impotenza di riformare il mercato del lavoro. Ovvero al fallimento delle riforme delle amministrazioni pubbliche basate su differenziazioni meritocratiche, valutazione, responsabilità osteggiate dalle costituencies tradizionali del centosinistra e sterilizzate da burocrazie trasversalmente coalizzate nel resistere al cambiamento.

Ho avuto l’opportunità di svolgere importanti ruoli ai vertici delle amministrazioni statali e sono stata desolata testimone di tali processi. Così come da Ministro delle Regioni ho assistito, consapevole ma impotente e nelle generale indifferenza (o peggio), alla degenerazione del federalismo in un macchinoso meccanismo di schiacciamento burocratico dei cittadini e delle attività economiche e nel progressivo rigonfiamento degli apparati e degli organismi pubblici a tutti i sempre più numerosi livelli di governo. O all’incapacità di riformare la giustizia secondo standard europei di funzionalità riportando entro i dovuti limiti costituzionali una strabordante magistratura.

Allora, a quale dinamica politica si vuole ritornare?  Chi è oggi in grado di rappresentare non i sopravvissuti di questo sistema ma i ceti produttivi, i giovani studenti, i professionisti, i disoccupati che chiedono di capire chi è in grado di proporre un orizzonte per il loro futuro e non la sfilacciata bandiera di un sol dell’avvenire mai sorto? Se non daremo una risposta convincente al problema chiave che ci troviamo ad affrontare e cioè il gap tra istituzioni rappresentative e rappresentanza non ci sarà, a mio avviso, riduzione del deficit che tenga ma rincorsa a tagli di spesa che determineranno il progressivo degrado del tessuto economico e sociale, del territorio e delle città.

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