La mosse politiche spiazzanti e spesso contraddittorie del presidente Donald Trump, almeno in apparenza causate da un’impulsività irrefrenabile, e soprattutto alcuni suoi recenti commenti, decisamente sopra le righe ed espressi in modo a dir poco scurrile (dalla dichiarazione di essere intenzionato a “cancellare un’intera civiltà” in Iran alle bordate lanciate contro il pontefice Leone XIV, fino all’intimazione al regime di Teheran affinché riaprisse “il fott*** stretto” di Hormuz), hanno rilanciato la questione della presunta instabilità mentale del tycoon.
Fino a poco tempo fa ad avanzare una tale ipotesi erano stati solo alcuni esponenti del partito democratico. Adesso, invece, a sollevare la tesi della follia di The Donald sono anche suoi ex sostenitori e animatori di primissimo piano del movimento Make America Great Again (MAGA) che lo ha portato per due volte alla Casa Bianca.
A quest’ultimo proposito, il caso più eclatante è quello della pasionaria del MAGA, l’ex rappresentante repubblicana della Georgia a Washington Marjorie Taylor Greene, dimessasi dal Congresso proprio in polemica con Trump, che ha espressamente parlato di “pazzia” del tycoon in relazione alla guerra contro l’Iran.
Un folle alla Casa Bianca
Un presidente degli Stati Uniti squilibrato sarebbe una minaccia non soltanto per il proprio Paese ma anche per il mondo. Tuttavia, se la diagnosi – per il momento del tutto impressionistica – fosse corretta, aprirebbe la strada alla sospensione di Trump dalla carica, in forza del XXV emendamento della Costituzione.
Non a caso, pure l’appellarsi al XXV emendamento per sospendere The Donald dalla carica di presidente sta diventando una strategia bipartisan che unisce democratici come Jamie Raskin, un rappresentante del Maryland che è stato docente di diritto costituzionale prima di entrare in politica, e Rashida Tlaib del Michigan alla già menzionata Greene e ad Alex Jones, uno dei conduttori radiofonici più reazionari.
Questi ultimi, però, operano all’esterno delle istituzioni e, quindi, la loro incisività politica effettiva è fortemente limitata alla creazione di un movimento di opinione all’interno della galassia conservatrice. Secondo un sondaggio di YouGov, il 58% degli statunitensi manifesta inquietudine per come Trump sta conducendo la politica estera e il 54% esprime dubbi sulle sue capacità come commander in chief (comandante in capo delle forze armate, una delle prerogative del presidente).
Tuttavia, sia dal punto di vista costituzionale sia da quello procedurale, la difficoltà fondamentale riguardo a come gestire l’inabilità di un presidente risiede nel fatto che l’iniziativa non può partire ovviamente dall’opinione pubblica ma nemmeno dal Congresso. Ad agire possono essere solo il l’inquilino medesimo della Casa Bianca o il governo che lui stesso presiede.
Come si è giunti alla formulazione del XXV emendamento
Il problema dell’incapacità del presidente a svolgere le sue funzioni fu segnalato per la prima volta da John Dickinson alla convenzione di Filadelfia che nel lontano 1787 elaborò la Costituzione federale. La questione, però, non venne affrontata in quell’occasione e fu sostanzialmente ignorata per quasi due secoli fino all’assassinio di John F. Kennedy nel 1963.
Eppure non mancarono almeno due casi di presidenti che non erano in grado di assolvere alle loro responsabilità. James A. Garfield nel 1881 e William McKinley nel 1901, gravemente feriti in due attentati, agonizzarono rispettivamente per oltre un mese e mezzo e per otto giorni, alternando però giorni di lucidità a ricadute prima che sopraggiungesse la morte.
Differente fu, invece, l’esperienza di Woodrow Wilson. Il 2 ottobre 1919, il presidente fu colpito da un ictus cerebrale che lo lasciò paralizzato nella parte destra del corpo e lo costrinse per mesi a disertare le riunioni di gabinetto e a trascurare gli affari di Stato. Basti pensare al fatto che la moglie Edith, che filtrava e centellinava i colloqui del marito con i titolari dei dicasteri, raccomandava ai membri del governo di non affrontare con il presidente argomenti che lo potessero “turbare”.
Nondimeno, né Wilson pensò di dimettersi, né nessun politico autorevole – a partire dal vicepresidente, Thomas Marshall – avanzarono proposte per gestire questa situazione, salvo convenire con Edith Wilson che era opportuno non sottoporre il presidente a stress che potessero aggravarne la già precaria salute. Dwight D. Eisenhower ebbe un infarto nel 1955 e subì un intervento chirurgico all’intestino l’anno successivo. Si riprese entrambe le volte, ma non poté attendere agli affari di Stato per circa una settimana per i problemi cardiaci e per l’anestesia totale di due ore necessaria per l’operazione del 1956.
In entrambe le circostanze, il suo vicepresidente, Richard M. Nixon, lo supplì, arrivando perfino a presiedere le riunioni del governo, senza però che esistesse una procedura formale da poter seguire per il trasferimento dei poteri. Per rispetto verso il presidente convalescente, Nixon arrivò al punto di non sedersi sulla poltrona usata da Eisenhower durante le riunioni di governo e non mise piede nello Studio Ovale.
Invece, le drammatiche circostanze dell’attentato compiuto da Lee Harvey Oswald contro Kennedy ebbero come effetto collaterale quello dell’interrogativo su cosa sarebbe potuto accadere se il presidente, colpito alla testa, non fosse morto, ma fosse rimasto invalido a tal punto da non essere in grado di adempiere al proprio mandato. Dalla successiva riflessione scaturì il XXV emendamento, ratificato nel 1967.
Cosa prevede il XXV emendamento
Oltre a occuparsi della successione del presidente in caso di morte, dimissioni o destituzione nonché delle modalità di nomina del vicepresidente qualora questa carica diventi vacante, il XXV emendamento stabilisce i protocolli per dichiarare che il presidente è inabile a svolgere le sue funzioni.
Sono contemplate due eventualità. Nella prima, che riguarda incapacità temporanea, è lo stesso inquilino della Casa Bianca che dichiara l’instaurarsi di questa condizione, la comunica in forma scritta al presidente della Camera e a quello pro tempore del Senato e cede automaticamente i suoi poteri al proprio vicepresidente. Quest’ultimo non diventa presidente, ma facente funzioni di presidente, e riconsegna i poteri al capo dell’esecutivo non appena viene a cessare la situazione di inabilità. Questa dinamica si è verificata quattro volte dall’entrata in vigore del XXV emendamento ventinove anni fa.
Ronald Reagan nel 1985, George W. Bush nel 2002 e nel 2007 e Joe Biden nel 2021 trasferirono per poche ore i loro poteri ai vicepresidenti dell’epoca (rispettivamente George H.W. Bush, Dick Cheney e Kamala Harris) prima di sottoporsi ad un’anestesia totale, tutte e quattro le volte per effettuare una colonscopia.
Una volta risvegliatisi tornarono a ricoprire la carica in tutta la sua pienezza. Di contro, Trump si è sempre dimostrato così attaccato al proprio potere che si rifiutò di attivare il XXV emendamento perfino quando venne ricoverato per il COVID-19 al Walter Reed National Military Medical Center per tre giorni nell’ottobre del 2020.
Il XXV emendamento, però, considera anche i casi in cui il presidente non possa o non voglia attestare la propria inabilità. In questa evenienza, per certificare l’incapacità del capo dell’esecutivo serve una dichiarazione del vicepresidente e della maggioranza dei membri del governo, cioè dei titolari dei dicasteri e delle principali agenzie federali.
Il presidente, però, può opporsi a questa dichiarazione. Se lo fa, mentre il vicepresidente gli subentra come facente funzione di presidente, il Congresso deve riunirsi entro 48 ore; dopo di che ha 21 giorni di tempo per pronunciarsi sulla questione.
Se entro le tre settimane previste non si esprime o non viene raggiunta una maggioranza qualificata di due terzi dei voti alla Camera e al Senato su una risoluzione che convenga con la precedente dichiarazione del vicepresidente e della maggioranza del governo, il presidente riassume i poteri. Da un punto di vista formale, il XXV emendamento non prevede una rimozione vera e propria del presidente neppure quando venga dichiarato incapacitato in modo permanente.
Pure in questo caso, l’inquilino della Casa Bianca resta virtualmente in carica, ma rimane anche senza poteri, che vengono trasferiti al suo vice. Quest’ultimo non diventa presidente, ma più semplicemente un acting president, cioè un facente le funzioni del presidente.
La vicenda di Nixon
La seconda eventualità non si è mai realizzata. Ma ciò non ha impedito che in passato ci siano state ipotesi di invocare il XXV emendamento.
Peter Baker ha ricordato in un recente articolo sul “New York Times” (Trump’s Volatile Talk Revives Doubts on Stability, 14 aprile) che, durante i negoziati di pace per porre fine alla guerra del Vietnam, Nixon aveva disposto che il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, facesse circolare la voce che il presidente era instabile e imprevedibile, lasciando intendere che avrebbe potuto utilizzare le armi nucleari, allo scopo di intimorire la controparte nordvietnamita e ottenere un accordo più vantaggioso per gli Stati Uniti.
Ma Nixon, presidente dal 1969 al 1974, andò oltre alla “Madman theory”(la teoria del pazzo) per conseguire vantaggi strategici. Il 20 agosto 1973, nel pieno dello scandalo del Watergate che lo avrebbe costretto alle dimissioni di là a un anno, visibilmente provato dalla vicenda, il presidente, prima di un evento a New Orleans, irritato per la presenza di giornalisti, in uno scoppio di collera, afferrò il proprio addetto stampa per le spalle e lo spinse contro i reporter. Poi pronunciò un discorso, incespicando più volte nelle parole. Nixon sembrò talmente fuori controllo che Smith Hempstone, un editorialista del “Washington Star-News”, prospettò il ricorso al XXV emendamento.
Non fu una boutade politica. Il senatore Sam Ervin, a capo della commissione d’indagine sul Watergate, discusse della faccenda con Mike Mansfield, il leader della maggioranza democratica al Senato, anche se poi entrambi conclusero che era preferibile procedere con l’inchiesta che avrebbe portato all’avvio della procedura di impeachment. Tuttavia, come ha documentato molti anni dopo Anthony Summers (The Arrogance of Power. The Secret World of Richard Nixon, New York, Viking, 2000), per prevenire ogni eventualità, preoccupato che Nixon, sempre più depresso e sotto psicofarmaci, potesse decidere di scatenare una guerra nucleare in un ultimo gesto di disperazione di fronte a una sua probabile condanna per il Watergate, il segretario del dipartimento della Difesa, James R. Schlesinger, impartì segretamente istruzioni al capo di stato maggiore delle forze armate, il generale George Brown, affinché non desse corso ad alcun ordine del presidente senza la sua autorizzazione esplicita.
Il pregresso recente
In tempi più vicini a noi il ricorso al XXV emendamento è stato prospettato, ma non attuato, tre volte. Dopo l’assalto dei sostenitori trumpiani a Capitol Hill il 6 gennaio 2021 per impedire la formale certificazione dell’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca, secondo una successiva ricostruzione dei giornalisti Jonathan Martin e Alexander Burns (This Will Not Pass: Trump, Biden, and the Battle for America’s Future, New York, Simon & Schuster, 2022), il rappresentante repubblicano dello Stato di Washington, Dan Newhorse, suggerì di applicare l’emendamento per sospendere Trump dalla presidenza e liberarsi di un personaggio che stava apparentemente danneggiando in modo irreparabile l’immagine del proprio partito.
Su invito di Betsy DeVos, la titolare del dipartimento dell’Istruzione, il governo prese effettivamente in considerazione l’ipotesi di invocare il XXV emendamento per congelare i poteri di Trump. Questa strada, però, venne ben presto abbandonata perché il vicepresidente Mike Pence, che avrebbe dovuto sostituire il tycoon, si oppose. Per protesta, DeVos rassegnò le dimissioni, seguita da altri due critici di The Donald all’interno del cabinet: Elaine Chao, responsabile del dicastero del Lavoro, e Chad Wolf, il segretario pro tempore del dicastero della Sicurezza Interna.
Del resto, anche il leader della minoranza repubblicana alla Camera, Kevin McCarthy, si dichiarò contrario ad attivare questa procedura, dal momento che sarebbe stata troppo lunga rispetto al termine della presidenza di Trump in meno di due settimane.
L’idea fu scartata anche dal partito democratico. In linea con quanto indicato dalla presidente della Camera, Nancy Pelosi, i democratici scelsero di ricorrere all’apertura di una procedura di impeachment contro Trump, che alla fine non ebbe alcun esito concreto perché il Senato giunse a votare sui capi di imputazione dopo la conclusione del mandato di Trump e, in ogni caso, lo assolse.
Anche contro Biden è stato ipotizzato di ricorrere al XXV emendamento. Lo fece nel febbraio del 2024 la repubblicana Claudia Tenney, una dei rappresentanti dello Stato di New York alla Camera e una trumpiana inveterata (ha proposto che il giorno del compleanno del tycoon diventi una festa nazionale) dopo la pubblicazione del rapporto del procuratore speciale Robert Hur sul cosiddetto “file gate”, la vicenda dei documenti secretati che Biden conservava illegalmente nella sua abitazione privata.
Hur aveva deciso di non incriminare il presidente (negli Stati Uniti l’azione penale non è obbligatoria) perché, a suo giudizio, l’imputazione non avrebbe retto in tribunale a fronte della constatazione che Biden era “una persona anziana con problemi di memoria”, a tal punto che non riusciva a ricordare l’anno dell’elezione di Trump alla Casa Bianca né la data della morte del suo amatissimo figlio Beau.
Sulla base di questa valutazione, Tenney lanciò un appello al procuratore generale degli Stati Uniti (l’analogo del ministro della giustizia di uno Stato europeo), chiedendo che venisse dichiarato che Biden non aveva più le capacità di svolgere le funzioni di presidente e che venisse pertanto sospeso dal ruolo di presidente. La richiesta di Tenney cadde nel vuoto.
Non ebbe miglior fortuna un’analoga istanza di alcuni membri repubblicani del Congresso per il trasferimento dei poteri da Biden alla sua vicepresidente, Kamala Harris, dopo la disastrosa prestazione del presidente che, nel dibattito con Trump del 28 giugno 2024, dimostrò grande confusione e disorientamento, tali appunto da alimentare ragionevoli perplessità sul fatto che fosse ancora in grado di guidare gli Stati Uniti.
Trump e la “Madman theory”
Secondo la testimonianza di Nikki Haley, l’ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite all’inizio del primo mandato di Trump, nel 2017 il tycoon l’avrebbe spronata a sfruttare la “Madman theory” per costringere la Corea del Nord a sedersi a un tavolo negoziale e indurre la Russia e la Repubblica Popolare Cinese a non esercitare il veto per bloccare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, presentata da Washington, che imponeva nuove sanzioni al regime di Pyongyang per i test missilistici che Kim Jong Un aveva fatto effettuare.
Tuttavia, quando lo scorso 7 aprile Trump ha minacciato di spazzare via la civiltà persiana, in pochi hanno pensato che si trattasse di una tattica retorica per mettere pressione sui dirigenti di Teheran e molti hanno temuto che intendesse utilizzare davvero le armi nucleari contro l’Iran.
Cosa si prospetta
È difficile aspettarsi che Pete Hegseth, il segretario alla Guerra (la nuova denominazione del dicastero della Difesa, imposta da Trump) del tycoon, dimostri lo stesso coraggio rivelato dal suo predecessore Schlesinger alla conclusione della presidenza di Nixon.
Non a caso, quando, nel novembre del 2025, il senatore democratico dell’Arizona Mark Kelly, un veterano della marina militare e un ex astronauta, ha lanciato un appello ai componenti delle forze armate statunitensi, chiedendo loro di disobbedire a ordini illegali e incostituzionali che sarebbero potuti venire da The Donald, Hegseth si è affrettato a proporre di degradarlo, sebbene non fosse più in servizio attivo, e di decurtargli la pensione corrispostagli dal Pentagono.
In questi giorni un gruppo di democratici ha presentato una mozione per sottoporre a impeachment Hegseth per abuso di potere, crimini di guerra ed altri reati. La procedura di messa in stato di accusa del segretario alla Guerra non ha possibilità di venire approvata perché il partito repubblicano ha la maggioranza sia al Senato sia alla Camera, ancorché di stretta misura. Per la stessa ragione sarebbe del tutto velleitario il tentativo di avviare per una terza volta un impeachment contro Trump, una strategia già rivelatasi del tutto fallimentare sia nel 2020 sia nel 2021.
Neppure l’invocazione del XXV emendamento sembra praticabile. Trump ha creato un gabinetto a propria immagine e somiglianza, riempiendolo di propri fedelissimi scelti più per la propria lealtà al tycoon che in base alle loro capacità di governo. Ha anche provveduto a destituire coloro che non lo hanno servito come avrebbe preteso – la responsabile del dipartimento della Sicurezza interna, Kristi Noem, e la procuratrice generale, Pam Bondi – quasi a voler fornire un segnale intimidatorio nei confronti di chi non è in piena sintonia con The Donald.
In questa prospettiva, appare fantapolitica che il vicepresidente J.D. Vance possa assumere l’iniziativa sul ricorso al XXV emendamento. La sua subalternità a Trump ha raggiunto un livello tale che, pur essendo cattolico, dopo gli attacchi del presidente a Leone XIV, ha convenuto sulle invettive del tycoon contro il pontefice, spingendosi ad affermare che il papa farebbe meglio a occuparsi di faccende spirituali, anziché di politica, nonché a sostenere che – in fin dei conti – non gli pare neppure troppo ferrato nel campo della teologia.