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Global minimum tax, l’Upb avverte: l’esenzione Usa mette a rischio il coordinamento fiscale globale

L’Ufficio parlamentare di bilancio spiega come l’esclusione delle multinazionali Usa dalla Global Minimum Tax del G7 rischi di rompere il coordinamento fiscale internazionale e aprire nuovi negoziati nel G20

Global minimum tax, l’Upb avverte: l’esenzione Usa mette a rischio il coordinamento fiscale globale

Lo scorso giugno, in sede di G7, è stato sancito un accordo che lascia fuori le multinazionali statunitensi dalle regole della Global minimum tax (Gmt). Una mossa che rischia di complicare il coordinamento della tassazione internazionale in ambito Ocse e che lascia ancora aperti numerosi interrogativi. Per fare chiarezza, l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha pubblicato un nuovo focus che analizza la struttura della Gmt, le caratteristiche delle grandi multinazionali nei principali paesi Ocse, l’accordo del G7 e i possibili scenari futuri.

Cos’è la Global Minimum Tax e come funziona

La Global minimum tax (Gmt) nasce con il Pillar Two dell’accordo Ocse/G20 del 2021 per contrastare il fenomeno del profit shifting, ossia quando le multinazionali spostano i profitti in paesi a tassazione più bassa pur continuando a operare altrove. Questo riduce le imposte nei Paesi in cui le aziende svolgono realmente le loro attività, erodendo la base imponibile.

Per porre rimedio, la Gmt prevede una tassazione minima del 15% sui profitti delle grandi multinazionali con ricavi superiori a 750 milioni di euro, ovunque siano localizzate. Se un Paese tassa meno di questa soglia, altri Stati in cui opera la multinazionale possono applicare un prelievo aggiuntivo per raggiungere l’aliquota minima.

Uno degli aspetti più complessi è l’Under Taxed Profit Rule (Utpr), che permette a un Paese diverso da quello di residenza della capogruppo o delle sue controllate di imporre un’imposta supplementare. Questo solleva questioni di extraterritorialità e aumenta la complessità amministrativa, ma è uno strumento chiave per garantire che le grandi imprese paghino la tassazione minima prevista ovunque realizzino profitti.

Chi ha adottato la Global minimum tax (e chi no)

Su 139 paesi firmatari, 67 hanno implementato o prevedono di implementare le regole entro il 2026. La Ue ha recepito le regole tramite la direttiva 2523/2022, attuata in Italia con il D.Lgs. 209/2023 dal 2024.

Ma alcuni paesi chiave del G20, come Stati Uniti, Cina e India, non hanno recepito la Gmt. Gli Usa, in particolare, hanno prima sospeso l’adozione sotto l’amministrazione Biden, per poi ritirarsi definitivamente con l’insediamento di Trump.

L’accordo del G7: un “via libera” per le multinazionali Usa

A giugno 2025, il G7 ha optato per un approccio side-by-side, permettendo di escludere le multinazionali statunitensi dall’applicazione della Gmt. Secondo il G7, gli stessi obiettivi fiscali sarebbero raggiunti dalle norme nazionali antielusive americane: Gilti, Beat e Camt.

Il problema? Queste regole hanno finalità esclusivamente nazionali, tutelano il gettito Usa e la competitività delle proprie multinazionali, e non garantiscono un coordinamento internazionale completo. In pratica, gli Stati Uniti mantengono margini di autonomia fiscale, mentre gli altri paesi restano con il “puzzle” da risolvere.

L’importanza delle multinazionali Usa nel contesto globale

Le multinazionali statunitensi hanno un peso significativo nell’economia globale. Secondo l’Ocse(Country-by-Country Report 2021), rappresentano il 22,6% delle Mne mondiali, il 32% dei profitti e il 26,4% dei ricavi complessivi. Di questi profitti, il 63,8% è prodotto negli Usa, mentre il 36,2% proviene dalle controllate estere. L’esclusione degli Stati Uniti dalla Gmt aumenta le criticità per il coordinamento fiscale internazionale, rendendo più difficile applicare regole uniformi e coerenti.

Rischi e prospettive per la tassazione internazionale

L’accordo del G7 lascia aperti diversi scenari complessi. Non è chiaro come reagiranno gli altri paesi del G20 e dell’Inclusive Framework, che hanno firmato il Pillar Two, di fronte all’esclusione degli Usa. Alcuni paesi potrebbero chiedere trattamenti simili, complicando ulteriormente il coordinamento fiscale globale.

Inoltre, la tregua attuale potrebbe non durare nel tempo. L’amministrazione statunitense, forte dei recenti risultati, potrebbe aprire nuovi campi di trattativa, come quello delle Digital Services Taxes, adottate unilateralmente da molti paesi, Italia compresa, per il presunto carattere discriminatorio verso le Big Tech statunitensi.

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