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Gli statali del Nord meritano una paga più alta che al Sud

Lavoratori pubblici e privati uniti nella lotta per una vera riforma del sistema contrattuale ma basta con le ipocrisie: se il costo della vita al Nord è più alto che al Sud anche le retribuzioni degli statali ne devono tener conto – Meritocrazia, premi di produttività e mobilità territoriale anche nel pubblico impiego

Gli statali del Nord meritano una paga più alta che al Sud

Il tentativo di costruire un unico mercato del lavoro rendendo omogenee le normative economiche e i trattamenti contrattuali del privato e del pubblico, nonostante la “privatizzazione” del contratto dei dipendenti pubblici, è ancora lontano dal traguardo. Basti pensare all’incredibile vicenda dell’inapplicabilità, secondo il governo, del nuovo articolo 18 del Job’s Act ai lavoratori pubblici. Ma soprattutto la battaglia tutta da cominciare è quella dell’applicazione di efficaci modelli meritocratici, del riconoscimento della responsabilità e , soprattutto, della verifica  trasparente di risultati.  

Dopo un lungo periodo  di “congelamento “, reso inevitabile dalle disastrose condizioni della finanza pubblica, si sono riaperte le trattative per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Le soluzioni non sembrano ancora a portata di mano perché gli stanziamenti previsti nella legge di stabilità sono sufficienti a coprire solo le indennità di vacanza contrattuale. Al di là delle risorse, che pure sono un bel problema, è’ un compito arduo quello di ricostruire un sistema contrattuale paralizzato da decenni di stanca ripetizione di modelli inadeguati.

Ricompaiono inevitabilmente  le   contraddizioni provocate da alcuni valori radicati nella  cultura del paese come quello dell’egualitarismo che ha rappresentato il sottoprodotto ideologico dell’eguaglianza. La concezione egualitarista ha pervaso tutto il sistema contrattuale dell’Italia repubblicana, a partire da quelo privato, nella convinzione illusoria che una progressiva riduzione delle differenze retributive avrebbe garantito la giustizia sociale. Ciò è avvenuto attraverso il restringimento dei parametri retributivi e la tendenziale uniformità delle retribuzioni a livello nazionale. In questa logica è andata la politica degli aumenti uguali per tutti, la cancellazione delle “gabbie salariali”, il valore unico del punto di scala mobile, che negli  anni dell’inflazione  a due cifre appiattì in misura abnorme i differenziali retributivi. Naturalmente i primi a farne le spese sono stati i sindacati che hanno visto fortemente ridimensionata la propria autorità di governo dei salari.

Il realismo, accompagnato dalla consapevolezza acquisita tra i lavoratori della necessità del cambiamento,   ha poi preso il sopravvento nei settori del lavoro privato dove da tempo è ormai stata imboccata la via degli aumenti differenziati, dei premi di produttività e, soprattutto della contrattazione aziendale e territoriale. Non è un caso che nei metalmeccanici si discuta oggi di dare centralità alla contrattazione decentrata. Non bisogna però sottovalutare l’impasse e il carattere strategico del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici. Forse ci sarebbe da augurarsi l’intervento del governo con un  lodo (prendere o lasciare) come avvenne quasi cinquant’anni  con  l’indimenticabile Donat Cattin. Nello stesso tempo sia nel Governo che nella Confindustria si fa strada l’idea di tagliare i contributi per i contratti a tutele crescenti per incrementare la detassazione per gli accordi di produttività allargando la platea dei beneficiari.
Questi cambiamenti non hanno interessato davvero il pubblico impiego (compreso il mondo della scuola che ha considerato un successo il mantenimento degli scatti di anzianità) dove, tranne gli enti locali di maggiore dimensione, l’impianto contrattuale è rimasto centralizzato e lo scambio  si è realizzato tra consenso politico e gestione clientelare senza verifiche né sull’efficienza né sull’efficacia della Pubblica Amministrazione. L’assetto centralizzato ed egualitario ha tenuto lontano un moderno sistema di relazioni contrattuali ed ha paralizzato un sistema che per sua natura lascia pochi spazi al merito e alla professionalità. Non  si è mai voluto intervenire alle fondamenta per evitare il flusso sistematico di dipendenti pubblici assunti al nord e trasferiti a sud. Non deve sorprendere che oggi un numero significativo di insegnanti residenti al  sud considerino l’assegnazione di una cattedra a Milano o a Torino una sorta di “deportazione”. In realtà per anni sono stati sacrificati gli insegnanti (provenienti da qualunque parte d’Italia) che lavoravano in queste realtà. Ed è fuori discussione che il salario reale dei pubblici dipendenti è tendenzialmente più alto al sud che al nord.  E’ uno degli aspetti  più ignorati della “questione settentrionale”. Certo la questione politica principale è il riconoscimento del merito, della professionalità, della responsabilità e delle verifiche che consegono ma paradossalmente, in assenza di una effettiva politica salariale decentrata,  la soluzione sarebbe il ritorno a retribuzioni differenziate non solo per livelli professionali ma anche per territori, giacchè è difficile sostenere che il potere d’acquisto di salari è omogeneo sul territorio. Naturalmente si alzerebbe forte e chiara da una parte del paese l’orrore per il “ritorno alle gabbie salariali”. Sarà durissima uscire dai confini di un pensiero unico che ha impedito di riflettere sui guasti dell’ideologia egualitaria. Ma in nome di che cosa continuare a  punire i lavoratori pubblici che vengono da ogni parte d’Italia, ma vivono  dove il costo della vita è molto più alto che nel resto del paese?

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