Nel mondo dell’animazione giapponese il tratto non è solo un segno: è un atto sacro, il momento in cui l’inchiostro diventa respiro e la carta prende vita. È la magia di un’arte che, da Totoro a Chihiro, ha insegnato al mondo che persino un disegno può avere un cuore che batte. Ma quando qualcuno, o meglio, qualcosa, prova a imitarla senza permesso, scatta l’allarme. È esattamente ciò che sta accadendo tra i giganti del manga e OpenAI, accusata di “rubare i sogni” del Sol Levante con il suo ultimo modello video, Sora 2.
La mania dei video “in stile Ghibli” e l’arrivo di Sora2
Tutto è cominciato come un gioco. A marzo, durante il lancio di GPT-4o, i social furono invasi da immagini “in stile Ghibli” generate con ChatGPT. Persino Sam Altman, ceo di OpenAI, si fece ritrarre come un personaggio di Miyazaki, adottando quel volto disegnato come immagine profilo su X. Per la Silicon Valley era un gesto ironico, per Tokyo una provocazione culturale.
Poi è arrivato Sora 2, a fine settembre, e la moda si è trasformata in un incendio. Il nuovo modello video di OpenAI permette di creare brevi clip da dieci secondi in qualsiasi stile visivo, anche, guarda caso, quello di Studio Ghibli, Square Enix, Bandai Namco e Shueisha. In poche ore, la rete si è popolata di Totoro che danza tra i ciliegi, Pikachu nella nebbia e Mario che vola sul Monte Fuji. Tutto generato dall’IA. Tutto troppo simile alle opere originali.
Per gli autori giapponesi il confine tra omaggio e imitazione è stato superato. “Ogni immagine generata senza consenso è un colpo inferto alla dignità dei creatori”, ha denunciato la Shueisha, editore di One Piece e Dragon Ball, parlando apertamente di “atto di lesa creatività”. La replica di Studio Ghibli è stata altrettanto netta, “nessuna rete neurale può replicare la mano umana che dà vita alla poesia dei nostri film”. Un messaggio tanto semplice quanto definitivo.
Nel giro di pochi giorni, la Content Overseas Distribution Association (Coda), che tutela i diritti dei colossi dell’animazione, ha inviato a OpenAI una diffida formale: stop immediato all’uso non autorizzato delle opere dei propri membri.
I fumettisti giapponesi in coro: “Altman-san, ci stai copiando il sogno”
A fine ottobre, diciassette case editrici, tra cui Kodansha, Kadokawa, Shogakukan e Shueisha, insieme alle principali associazioni di fumettisti e animatori, hanno firmato una dichiarazione congiunta contro OpenAI. Secondo l’accusa l’uso delle opere da parte di modelli come Sora 2 “viola i principi fondamentali del diritto d’autore giapponese e delle convenzioni internazionali”.
Nella lettera inviata a Sam Altman, la Coda ha ribadito che “secondo la legge giapponese serve autorizzazione preventiva per usare opere protette. Non esistono scorciatoie né scuse successive”. In altre parole, ciò che in America è tollerato come “fair use” o regolato da sistemi di opt-out, in Giappone è considerato una violazione diretta: qui vale solo l’opt-in, prima chiedi, poi crei.
“Non si può calpestare la dignità degli autori che hanno messo anima e corpo nelle proprie opere. È inaccettabile che un servizio si fondi sulla violazione dei diritti altrui” ha ribadito la casa editrice Shueisha.
Coda sostiene che “l’atto di riproduzione durante il processo di machine learning può costituire violazione del copyright” e chiede a OpenAI di rispondere con trasparenza alle segnalazioni di infrazione. Non è una chiusura, il Giappone è pur sempre attento all’innovazione ma le case editrici vogliono regole chiare, consenso preventivo e compensazioni adeguate.
Tokyo interviene: “Anime e manga sono tesori nazionali”
La vicenda non è rimasta confinata al mondo dell’arte ma è diventata anche politica con l’intervento del governo giapponese che ha perso una netta posizione. Il ministro per la strategia della proprietà intellettuale, Minoru Kiuchi, ha definito anime e manga “tesori insostituibili della cultura giapponese” e ha chiesto ufficialmente a OpenAI di interrompere qualsiasi uso non autorizzato delle opere nazionali.
Tokyo, da sempre attenta alla tutela del diritto d’autore, sta valutando la creazione di nuove norme specifiche sull’addestramento dei modelli di AI, più stringenti e trasparenti di quelle americane. L’obiettivo è di garantire lo sviluppo tecnologico, ma nel pieno rispetto dei principi fissati dalla legge giapponese e dalle convenzioni internazionali dell’Ompi (Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale).
Diritto contro algoritmo
Lo scontro tra il mondo creativo giapponese e la Silicon Valley va ormai ben oltre la questione legale. È un confronto di visioni, quasi filosofico: da un lato l’approccio americano, dove il principio del fair use concede ampi margini di libertà all’uso di opere protette in nome della ricerca e dell’innovazione; dall’altro la tradizione giapponese, che considera l’atto creativo un patrimonio inviolabile, un’estensione dell’anima dell’autore.
Nel Sol Levante, copiare un personaggio come Totoro o Kiki senza permesso non è solo una violazione giuridica: è un sacrilegio artistico. Per questo Coda ha voluto chiarire che la sua non è una crociata contro la tecnologia, ma una difesa del valore umano della creazione. “Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve procedere nel rispetto dei diritti dei creatori”, si legge nella lettera, “affinché la collaborazione tra uomo e macchina sia fonte di valore, non di conflitto”.
Un messaggio che risuona anche fuori dal Giappone. Se l’intelligenza artificiale vuole davvero essere creativa, deve prima imparare a riconoscere e rispettare chi la creatività l’ha inventata.
Il futuro del Totoro digitale
OpenAI, ufficialmente, tace. Ma la pressione cresce, e non solo dal Giappone. Negli ultimi mesi l’azienda ha già siglato accordi di licenza con diversi gruppi editoriali e media internazionali, un segnale che anche a San Francisco si è compreso che il futuro dell’intelligenza artificiale passa dal rispetto dei diritti d’autore.
Accogliere le richieste di Tokyo, tuttavia, avrebbe un peso diverso: significherebbe estendere quel principio al mondo dell’animazione e del fumetto, imponendo all’IA di chiedere permesso prima di attingere al patrimonio visivo di un Paese che dell’immaginazione ha fatto una religione. In fondo “il nuovo Totoro potrà anche volare nel cloud, ma prima deve chiedere il permesso a chi gli ha insegnato a disegnare il cielo”.