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Falso Made in Italy: non solo Italian Sounding ma anche brand italiani veri passati in mani straniere

Spesso brand italiani famosi finiscono in mani straniere – Queste operazioni surrettizie causano molte volte intossicazioni gravi ed è ora di fare luce senza colpevolizzare ingiustamente i marchi italiani

Falso Made in Italy: non solo Italian Sounding ma anche brand italiani veri passati in mani straniere

Non c’è solo la gigantesca contraffazione mondiale dell’Italian Sounding che ha provocato nel 2021 danni per oltre 100 miliardi di euro al Made in Italy del food, come ha documentato di recente la Coldiretti. C’è anche un’altra distorsione di mercato, pesante, misconosciuta, ed è quella praticata da decenni e decenni dalle multinazionali che, dopo aver comprato brand storici del food italiano, vanno a produrre all’estero le specialità che hanno reso famosi questi marchi con ingredienti, sapori, gusti, processi e metodi che di italiano non hanno più niente. E con un costante abbassamento delle qualità organolettiche originali che causa danni enormi all’Italia, vendendo questa merce a prezzi alti perché, come strillano giulive le loro milionarie agenzie pubblicitarie, si tratta di prodotti italiani con tanto di bandiera tricolore, ma in realtà è solo un falso Made in Italy.

Nessuno che protesti. Eppure, migliaia e migliaia di posti di lavoro in Italia sono andati perduti perché le stesse multinazionali hanno trasferito all’estero gran parte della produzione. Produrre in Italia – affermano questi grandi gruppi – è troppo complicato perché il nostro Paese ha una legislazione alimentare restrittiva, che cioè protegge la qualità e la salubrità dei suoi prodotti alimentari…

Falso Made in Italy: la pizza Buitoni fatta in Belgio

Come ha documentato in una recente approfondita ricerca la rivista francese LSA Alimentaire, questi “scostamenti” produttivi hanno causato e causano anche intossicazioni gravi e addirittura mortali. Che lasciano ovviamente indelebili e negativi segni sull’affidabilità e la qualità dei prodotti alimentari italiani, quelli veri, perché queste multinazionali usano il nome italiano per merce scadente e a volte a rischio salmonella, E.Coli e altre gravi intossicazioni alimentari. L’ultima? La fabbrica di Caudry nel Nord della Francia dove la Nestlé fabbrica le pizze Fraîch’up a marchio Buitoni, è chiusa da fine marzo per mancanza di igiene. Le autorità francesi hanno verificato una recrudescenza delle contaminazioni da E.Coli (già verificatesi in passato) su almeno 15 famiglie che avevano consumato in marzo pizze Nestlé-Buitoni.

La stampa europea ha però a lungo parlato solo di “pizze italiane Buitoni” (e non Nestlé!) con un grande battage allarmistico. Nestlé ha precisato – con dichiarazioni all’Afp del direttore dello stabilimento Pierre-Alexandre Tellié – che sulla linea di produzione interessata erano stati praticati 75 prelievi risultati “tutti negativi”. L’autorità giudiziaria francese ha tuttavia deciso di avviare un’inchiesta con pesanti ipotesi di reato.

PER APPROFONDIRE: Présence de rongeurs, manque d’hygiène… Le préfet du Nord interdit la production de pizzas dans l’usine Buitoni

Rischio salmonella: gli ovetti Kinder Schoko-Bons prodotti in Belgio

Un secondo caso recentissimo riportato da LSA Alimentaire – ed è l’unico di una multinazionale italiana – riguarda gli ovetti Kinder Schoko-Bons della Ferrero, prodotti però in uno stabilimento belga, per sospetta presenza di salmonella. Il gruppo Ferrero ha ritirato alcuni prodotti Kinder in Inghilterra e in alcuni paesi europei e anche in Katar dove erano in vendita. La multinazionale italiana ha deciso un richiamo precauzionale solo per il lotto Schoko-Bons. Tutti gli altri prodotti Ferrero invece rimangono sul mercato.

Scorrendo l’elenco di LSA Alimentaire, oltre alla Nestlé sono le multinazionali come la Coca Cola e Ikea a riempire le cronache dagli anni 90 a oggi per casi di intossicazioni più o meno gravi. E altre meno note come la francese Spanghero che nel 2012 spaccia 750 tonnellate di un piatto con carne di cavallo per le celebri italianissime “lasagne”. Uno scandalo europeo ma una botta notevole a una specialità italiana con ricadute economiche in Europa.

Falso Made in Italy: l’olio Bertolli fatto in Spagna

Altro clamoroso caso quello di una multinazionale, la spagnola Deoleo di proprietà del ben noto fondo inglese CVC Capital Partners, che usa con straordinaria “disinvoltura” brand italiani per prodotti “misteriosi” e sempre fabbricati fuori dal nostro Paese. La anglo-spagnola ha acquisito la Bertolli, la Carapelli, la Giglio Oro, la Sasso e la Friol. Il noto marchio Bertolli è stato usato per esempio per una sorta di condimento italiano per la pasta presentato come olio d’oliva italiano mentre conteneva 24 ingredienti, tra cui olio di colza, pancetta, fumo di legna (?), amido di mais, tuorli d’uovo, antiossidanti, estratto di lievito, maltodestrine, emulsionanti, succo di carota, siero di latte, addensanti. Tutto “italiano” al 100% si affermava. Di olio di oliva nemmeno l’ombra. Prodotti che, così presentati, finiscono per danneggiare l’immagine dell’olio di oliva italiano perché i consumatori leggono “Bertolli” e pensano di acquistare e consumare olio italiano di qualità.

Sempre Deoleo, nel 2018 ha pagato 7 milioni di dollari per scansare un pesante iter giudiziario intentato da consumatori americani con una class action che accusava la multinazionale di averli ingannati consapevolmente proprio mettendo in vendita in tutto il mercato Usa olio Bertolli importato dall’Italia. Una colossale truffa poiché il giudice aveva accertato che non proveniva affatto dall’Italia. Trattandosi invece di una specie di misto di roba oleosa che, tra l’altro, proprio per la (finta) provenienza aveva un prezzo molto alto.

LEGGI ANCHE: Italian Sounding: cos’è, come funziona e perché è un pericolo per l’Italia

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