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Facebook, Stati Ue possono bloccare il flusso dei dati verso gli Usa

Per l’avvocato generale della Corte Ue è “invalida” la decisione della Commissione secondo cui risulterebbe “adeguata la protezione dei dati personali negli Stati Uniti”.

Facebook, Stati Ue possono bloccare il flusso dei dati verso gli Usa

Gli Stati dell’Unione europea possono bloccare il trasferimento dei dati degli iscritti a Facebook verso server che si trovano negli Usa. E’ la conclusione dell’avvocato generale della Corte Europea secondo il quale è non è valida la decisione della Commissione europea di ritenere “adeguata la protezione dei dati personali negli Stati Uniti”. 

Secondo l’avvocato generale Yves Bolt l’esistenza di una decisione della Commissione Ue che dichiara che un paese terzo garantisca un livello di protezione adeguato per i dati personali trasferiti “non può elidere e neppure ridurre i poteri di cui dispongono le autorità nazionali di controllo in forza della direttiva sul trattamento dei dati personali”.

L’avvocato generale considera che i poteri d’intervento delle autorità nazionali di controllo, tenuto conto dell’importanza del loro ruolo in materia di protezione dei dati, devono rimanere integri. E anche se le autorità nazionali di controllo sono giuridicamente vincolate dalla decisione della Commissione, l’esecutivo comunitario “non dispone della competenza di limitare i poteri delle autorità nazionali di controllo”.

L’avvocato generale della Corte europea reputa inoltre che l’accesso dei servizi di intelligence americani ai dati trasferiti costituisca un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata e nel diritto alla protezione dei dati a carattere personale, che sono garantiti dalla Carta.

Analogamente, la circostanza che per i cittadini dell’Unione sia impossibile essere sentiti sulla questione dell’intercettazione e del controllo dei loro dati negli Stati Uniti rappresenta, secondo l’avvocato generale, un’ingerenza nel diritto, tutelato dalla Carta, di ogni cittadino dell’Unione ad una effettiva difesa. A parere dell’avvocato generale, tale ingerenza nei diritti fondamentali è contraria al principio di proporzionalità, soprattutto perché il controllo esercitato dai servizi di intelligence americani è massiccio e non mirato.

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