Condividi

Entrare negli Usa? Prima controlliamo i social: la stretta di Trump spaventa i turisti

La stretta sull’ingresso negli Usa allontana i turisti: intimidisce il ventilato controllo degli ultimi cinque anni sui social

Entrare negli Usa? Prima controlliamo i social: la stretta di Trump spaventa i turisti

La frontiera americana si sposta online. Prima ancora di atterrare a New York o Los Angeles, i turisti diretti negli Stati Uniti potrebbero dover consegnare cinque anni della propria vita digitale. Post, profili, username: tutto finirà sotto esame nel nuovo sistema di controllo preventivo voluto dall’amministrazione Trump.

La novità è contenuta in una proposta formale del Dipartimento della Sicurezza interna e della Customs and Border Protection che modifica radicalmente l’Esta, l’autorizzazione elettronica utilizzata anche dai cittadini italiani per entrare negli Usa senza visto. Una svolta che ha già prodotto i primi effetti tra viaggiatori preoccupati, prenotazioni cancellate, agenzie spiazzate e operatori turistici in allarme per il rischio di un colpo al turismo verso gli Stati Uniti.

E anche se le nuove regole non sono ancora entrate in vigore, il messaggio che arriva da Washington è già chiarissimo: oggi la sicurezza non si misura solo ai controlli di frontiera, ma passa anche dai social network.

Una nuova Esta rafforzata

Finora l’Esta era considerato uno strumento rapido e poco invasivo. Un modulo online, 40 dollari di costo, pochi dati essenziali e un’autorizzazione valida due anni per soggiorni fino a 90 giorni. Dal 2016 esisteva già una sezione dedicata ai social media, ma la compilazione era facoltativa.

Con la nuova proposta, il cambio di passo diventa radicale. E i social diventano elemento obbligatorio. Chi chiede l’autorizzazione dovrà indicare tutti gli identificativi utilizzati negli ultimi cinque anni sulle principali piattaforme. Non fornire informazioni, o ometterne alcune, potrà essere considerato una dichiarazione falsa, con il rischio di vedersi negato l’ingresso prima ancora della partenza.

La misura riguarda i 42 Paesi del Visa Waiver Program, quindi anche l’Italia.

Che cosa significa davvero “mostrare i social”

Il punto più delicato non è tanto l’esistenza del controllo, quanto il suo funzionamento concreto. Non si tratta di consegnare password, né di autorizzare l’accesso diretto ai profili privati. Il sistema si basa su una logica diversa, ma non per questo meno invasiva.

Al viaggiatore viene chiesto di elencare tutti gli identificativi con cui è stato presente online: nomi utente, nickname, handle utilizzati sulle piattaforme social negli ultimi cinque anni. È una dichiarazione formale, che diventa parte integrante del profilo valutato dalle autorità americane.

Una volta forniti, questi dati vengono incrociati con le informazioni già disponibili: contenuti pubblici, reti di contatti, attività online visibili, coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che emerge dalla traccia digitale accessibile. Non conta solo cosa si è scritto, ma anche come e con chi dalle partecipazioni a gruppi alle prese di posizione fino ai collegamenti.

Il nodo cruciale è l’affidabilità della dichiarazione. Se emerge che un account attivo non è stato indicato, o che un’identità online è stata omessa, la richiesta può essere respinta. Non per ciò che è stato pubblicato, ma per la discrepanza tra realtà digitale e informazioni fornite.

In altre parole, il controllo sui social non è una lettura casuale dei post, ma uno strumento di verifica preventiva dell’identità complessiva del viaggiatore.

Non solo social: il pacchetto dati si allarga

Il rafforzamento dei controlli non si ferma ai profili online. La proposta amplia in modo significativo la quantità di informazioni richieste a chi vuole entrare negli Stati Uniti.

Oltre ai social, il sistema punta a ricostruire una mappa digitale e personale del viaggiatore: numeri di telefono utilizzati negli anni, indirizzi e-mail storici, informazioni sui familiari, precedenti residenze. A questi si aggiungono dati tecnici, come indirizzi IP e metadati delle immagini caricate online, e un rafforzamento della raccolta biometrica.

Cambierà anche la tecnologia. Il sito web per l’Esta potrebbe essere dismesso, sostituito da una procedura interamente via app, con obbligo di selfie e verifiche automatiche.

Il tempo stimato per completare la richiesta? Fino a 22 minuti, contro i pochi minuti attuali.

Turisti terrorizzati: viaggi cancellati e operatori spiazzati

L’annuncio ha già innescato un’ondata di incertezza. Agenzie e tour operator segnalano cancellazioni di viaggi programmati, soprattutto da parte di gruppi europei, spaventati dall’idea di nuove barriere o di possibili respingimenti alla frontiera.

Il settore parla apertamente di smarrimento. Anche perché la proposta arriva in una fase delicata in cui il traffico transatlantico regge, ma mostra segnali di fragilità. I dati indicano un calo complessivo degli ingressi negli Usa, mentre per il 2025 è attesa una riduzione della spesa dei visitatori internazionali. E l’Italia? Per ora, tiene meglio di altri Paesi europei. Ma il clima certamente è cambiato.

Sicurezza nazionale e ordini esecutivi

La Casa Bianca rivendica la scelta come una misura di prevenzione. Il rafforzamento dei controlli digitali si inserisce in una strategia più ampia avviata con un ordine esecutivo firmato da Donald Trump all’inizio del nuovo mandato, dedicato alla protezione degli Stati Uniti da minacce terroristiche e rischi per la sicurezza pubblica.

L’idea è anticipare lo screening, spostandolo dal momento dell’arrivo in aeroporto a quello della richiesta di autorizzazione. Un filtro preventivo che consente alle autorità di bloccare un viaggiatore prima dell’imbarco, sulla base anche della sua “traccia digitale”.

Un approccio già applicato da anni ai richiedenti visti per studio e lavoro, ora esteso al turismo.

Diritti digitali sotto pressione

Le organizzazioni per i diritti civili e digitali guardano alla riforma con forte preoccupazione. Il timore è che l’obbligo di dichiarare anni di attività online produca un effetto di autocensura, limitando la libertà di espressione e di associazione. Secondo i critici, il confine tra valutazione della sicurezza e scrutinio delle opinioni personali rischia di diventare sempre più sottile. E se la giurisprudenza americana ha finora riconosciuto un ampio margine di discrezionalità al governo in materia di frontiere, l’estensione del controllo ai turisti potrebbe aprire nuovi contenziosi.

Il dibattito è aperto, anche perché la proposta è ancora in fase di consultazione pubblica. Il timing della stretta però solleva più di una domanda. Gli Stati Uniti si preparano a ospitare eventi globali come i Mondiali di calcio del 2026 e le Olimpiadi di Los Angeles del 2028, appuntamenti che presuppongono un afflusso record di visitatori internazionali. Eppure, proprio mentre il Paese si candida a diventare il centro del turismo mondiale, alza nuove barriere digitali all’ingresso. Un paradosso che rischia di riflettersi sull’industria dei viaggi, già sotto pressione per costi più elevati, procedure più lunghe e incertezze normative.

Ma intanto Trump apre ai “super ricchi”, ecco la social card

C’è però il rovescio della medaglia. Mentre ai turisti comuni viene chiesto di “rivelare” cinque anni di vita digitale, l’amministrazione Trump apre contemporaneamente una corsia preferenziale per chi può permetterselo.

È la “Gold Card”, un visto accelerato per la residenza permanente riservato ai super-ricchi, ottenibile con un investimento minimo di un milione di dollari. Per chi può arrivare a cinque milioni, è prevista persino una versione “Platinum”, con benefici fiscali e procedure ultra-rapide.

L’ingresso negli Stati Uniti non è quindi uguale per tutti. Per molti serviranno moduli più lunghi, controlli più stringenti e una trasparenza digitale totale. Per altri, basta pagare il biglietto giusto. In un’America che rafforza i confini per i più e li apre selettivamente per pochi, anche il turismo diventa una questione di status. E non solo di passaporto.

Commenta