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Emilia, storie di “capitani coraggiosi”: quando la voglia di fare impresa supera anche il terremoto

Dalla caduta alla resurrezione, ecco alcune delle 18 storie contenute nel terzo libro di Fabio Raffaelli – Da Barilla a Cigaimpianti di Finale Emilia questi “capitani” mostrano come sia possibile perdere tutto, riconquistarlo e andare meglio di prima.

Emilia, storie di “capitani coraggiosi”: quando la voglia di fare impresa supera anche il terremoto

Imprenditori dentro la crisi, oltre la crisi, con aziende vive e in crescita nonostante tutto, perché l’amore per il proprio lavoro sposta le montagne e anche il Pil. Le 18 storie raccolte dal giornalista e scrittore Fabio Raffelli nel suo terzo volume dedicato ai “Capitani coraggiosi” emiliani (il secondo, per la verità, era per “le capitane”) hanno un comune denominatore: la passione per il mestiere dell’imprenditore, una dedizione che dalla caduta porta alla resurrezione di grandi e piccole realtà. Da Barilla a Cigaimpianti di Finale Emilia questi “capitani” mostrano come sia possibile perdere tutto, riconquistarlo e andare meglio di prima.

“Il terremoto ci ha confinati nei container di legno – racconta Claudio Sabatini, titolare della Cigaimpianti – ma non abbiamo perso praticamente nemmeno un giorno di lavoro e oggi stiamo andando meglio di prima. Noi montiamo macchine nelle aziende e ora abbiamo anche sette squadre a disposizione dei capannoni da mettere a norma, la domanda è altissima e stiamo preparando altre squadre”. Cigaimpianti èl’altra faccia del sisma, quella che, dopo i lutti e la paura, fa tirare un sospiro di sollievo, perché dalle macerie si può anche ripartire e mettere addirittura il turbo.

E fra le tante storie ce ne sono tre particolarmente significative: quella dell’imprenditore che, toccato il fondo, vende la casa, si trasferisce nel capannone e riparte alla grande; quella di un gruppo di trentenni che rispolvera un marchio storico di birra, la Ronzani, e ne fa un prodotto cult; quella di un consulente finanziario che scommette i suoi soldi nella Cesare Ragazzi. Tutti hanno aperto bottega all’apice della crisi, tutti stanno lottando, ma tutti stanno anche vincendo, creando lavoro e prospettive. Una bella lezione di New  Deal all’italiana.

“Nel 2001 – dice Luciano Ranieri, fondatore della Eurotronik Studioerre – persi tutto, perché morì mio figlio, il mio unico erede, il mio futuro. Il successivo divorzio mi mise in ginocchio anche dal punto di vista economico, ma riuscii a tirare avanti con la ricerca per il terziario avanzato fino al 2008, quando una legge regionale ci tagliò le gambe. Noi facciamo ricerca e la Regione Emilia-Romagna decise di toglierci i finanziamenti del Miur, per destinarli esclusivamente all’università e alle imprese legate all’ateneo. Fu un colpo durissimo. Ora cosa faccio? mi chiesi. Semplice: vendo casa, vado a vivere nel capannone e investo tutto sulle idee, produco io quello che inventiamo. Oggi stiamo andando bene”. Ranieri, perito elettronico e studi di ingegneria mai finiti, è colui che firmò l’impianto di climatizzazione della Ferrari. “Il primo – racconta – ad aver separato la temperatura del guidatore da quella del passeggero”. 

Il suo pedigree insomma diceva che le sue idee erano buone. Quando si mette nella produzione sceglie il campo medico. Oggi la Eurotronik Studioerre di Castel Maggiore ha 16 dipendenti, 14 laureati, quasi tutti ingegneri e una produzione interamente automatizzata. Tre i marchi attualmente sul mercato: Divamed (impianti per la riabilitazione); Divabeauty (per l’estetica); Divapro (ausili per la terza età). Nel 2011 il fatturato tocca un milione di euro, mentre gli ordini sono in crescita: “da un momento all’altro potremmo decuplicare i volumi” sostiene. E intanto Ranieri accumula premi per le sue invenzioni l’ultimo a Salerno pochi giorni fa, mentre lo scorso anno la Comunità Europea lo incoronò Campione sconosciuto. La piccola realtà ha un ufficio commerciale Italia e uno estero, perché l’internazionalizzazione è una necessità: “Siamo già in Germania e Cecoslovacchia e abbiamo una trattativa avanzata con gli Usa”. In questo quadro un solo, grosso problema: il terremoto.

“Noi siamo fornitori di Gambro e Belco, del biomedicale di Mirandola insomma e a causa dei ritardi nei pagamenti rischiamo una grossa crisi di liquidità a settembre. Visto il nostro rating e le prospettivesperiamo che la banche ci aiutino”. 

Alberto Ronzani non teme la crisi quando, due anni fa, decide di resuscitare un marchio storico di birra suo omonimo, ma non suo “parente”: la birra Ronzani che nacque e proliferò a Casalecchio di Reno dal 1855 fino al 1970. Oltre un secolo di vita, che si concluse con la chiusura dello stabilimento e nessuna fiducia in un marchio che aveva segnato la storia della cittadina alle porte di Bologna. Ronzani comincia a pensarci per quell’omonimia che pare un segno del destino: scopre che il marchio non è depositato, fa ricerche sulla ricetta e parte, investe in quest’avventura tutti i suoi soldi e lungo il cammino trova due soci: Marco Rossetti e Fabrizio Procaccio. Nel 2009 il marchio viene depositato e il 26 giugno 2010 cominciano a uscire le prime bottiglie. Alberto Ronzani recupera anche grafica, cartoni, formati. Disegna un secchiello e la magnum e decide, proprio lui che viene dalla fornitura alla grande distribuzione, di cercare canali più elitari: enoteche e ristoranti. Il marchio si posiziona subito a un livello alto. I primi a crederci sono i ristoratori della riviera romagnola, poi i bolognesi.

La “bionda” di Casalecchio, un tempo preparata con l’acqua del fiume Reno, oggi viene prodotta a Monte Nerone, sul confine umbro marchigiano, con acqua di fonte e 11 tipi di luppolo diversi. Nel 2011 le bottiglie vendute sul mercato italiano sono già centomila, un bel numero per una specie di champagne della birra, come sottolineano anche le campagne pubblicitarie, dove si sorseggia una Ronzani a bordo di un jet o su uno yacht.

Il break even è a quota 500 mila bottiglie, una meta che dovrebbe essere più facile da raggiungere grazie all’estero: “in un paio d’anni – dice Ronazni – siamo già nei migliori ristoranti di New York, di Formentera, in Australia, Francia e Grecia”. La strada verso il successo dovrebbe essere agevolata da una rete di 250 venditori e all’idea che il “lusso” (una Ronzani al ristorante costa dai 10 ai 25 euro) è anticongiunturale. Designer made in Italy e alta qualità del prodotto, sono gli ingredienti di una storia che sembra partita con il piede giusto. “Noi ci crediamo – dice Alberto Ronzani – e in un paio d’anni contiamo di arrivare alle 500 mila bottiglie. Il nostro è un prodotto di nicchia, ma piace sempre di più, soprattutto ai giovani, è pur sempre una bionda, leggera e corposa al tempo stesso”. 

La Cesare Ragazzi di Zola Predosa era sull’orlo del fallimento quando Andrea Mandel Mantello, consulente finanziario, decide di scommettere su di lei. Mantello viene dall’Ubs e e nel ’97 fonda una propria società di advisoring e consulenza la AdviCorp, con la quale siede nei consigli di molte e importanti società. Il manager non porta il parrucchino, però col socio Marco Elser si mette in testa l’”idea meravigliosa” di rilevare e rilanciare la Cesare Ragazzi, per riportare in auge una tecnica innovativa e unica per chi ha problemi di capelli. 

La partenza è datata 26 luglio 2011: ci vuole una bella dose di incoscienza a mettersi in un’avventura imprenditoriale quando ormai è chiaro che l’Europa si trova al centro della crisi economica e finanziaria più grave degli ultimi 80 anni. Mantello però ci crede e trova dei compagni di viaggio pronti a lavorare con lui, come Stefano Ospitali (ex Cremonini) oggi Chief executive officer della società. In un anno il gruppo torna a un fatturato di quasi sette milioni di euro e dispone di una trentina di centri in franchising, più quello di Bologna gestito direttamente. La Cesare Ragazzi, al top, fatturava circa 13 milioni e con i vari centri arrivava a 40 milioni. Quello è il primo obiettivo che il nuovo gruppo si è dato.

“Intendiamo puntare molto sulle donne – spiega Ospitali – che oggi rappresentano il 40% potenziale della nostra clientela. Il nostro è un prodotto unico di qualità superiore. Non chiamatelo parrucca o parrucchino, è un’altra cosa. Si chiama ‘epitesi’ e si cambia circa una vota al mese, in meno di un’ora. Meno del tempo che ci mette una signora a farsi la tinta dal parrucchiere”. La periodicità è più o meno la stessa e il vantaggio che offre l’”epitesi” rispetto a una normale parrucca è che non si toglie mai, nemmeno al mare o sotto la doccia.

“Crediamo nel prodotto perché dietro c’è ricerca e innovazione – sottolinea Ospitali – non a caso collaboriamo con dermatologi, chirurghi plastici e siamo fornitori del centro protesi dell’Inail. La nostra strategia commerciale, per ora, è di rafforzarci in Italia, riaprendo due centro importanti come Milano, a settembre, e Roma entro l’anno. Procederemo a una serie di aperture anche direttamente, per fornire ai clienti un’assistenza capillare. Per quanto riguarda l’estero abbiamo avviato parecchi contatti in Brasile, Germania e Cina. L’internazionalizzazione del prodotto infatti è uno dei nostri orizzonti”. 

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