Condividi

Elezioni presidenziali americane, i rematch nella storia degli Stati Uniti: successi e insuccessi (di più) delle rivincite

Nella seconda parte del nostro viaggio nei rematch elettorali Usa, il professor Stefano Luconi esplora, da Bryan a Nixon, i casi in cui la sfida delle elezioni precedenti si è rinnovata non solo tra gli stessi candidati, ma anche con nuovi contesti politici

Elezioni presidenziali americane, i rematch nella storia degli Stati Uniti: successi e insuccessi (di più) delle rivincite

La scorsa settimana abbiamo visto su FIRSTonline.info i rematch presidenziali del 1800 e del 1828. Due sfide con molti punti in comune, relativamente al comportamento dei candidati, con quello che sta avvenendo oggi negli Stati Uniti Tra Biden e Trump in vista del prossimo 9 novembre.

Oggi con il professor Stefano Luconi parleremo degli altri casi nei quali si è verificato il rinnovo della sfida delle elezioni precedenti non solo tra gli stessi candidati ma anche di candidati il cui ritorno è avvenuto in un differente contesto.

. . .

Gli Stati Uniti sono il paese delle seconde possibilità, un principio che trova posto anche nella legge fallimentare che cerca di offrire una seconda chance. Alcuni, come Steve Jobs, consideravano il fallimento come una condizione imprescindibile del successo. Però nella politica americano non appare così cristallino questo principio.

“In effetti, si dice che negli Stati Uniti tutti abbiano diritto a una seconda possibilità, ma questo principio ha trovato scarsa eco nelle elezioni presidenziali. La crescente personalizzazione del confronto politico impone che gli aspiranti alle cariche pubbliche si caratterizzino come figure di successo e scoraggia, quindi, la ricandidatura di chi sia già uscito battuto in precedenti tornate elettorali. Un’eccezione a questa tendenza, come visto nella scorsa intervista non solo a proposito dell’attuale ricandidatura di Trump, è rappresentata dal caso in cui chi ha perso non riconosce la sconfitta per presunti brogli a vantaggio del proprio avversario e, pertanto, almeno agli occhi dei suoi sostenitori, conserva in linea di principio l’aura di personalità ‘vincente’”.

Perché un buon candidato come Al Gore non cercò un rematch con George W. Bush dopo una sconfitta di misura, e molto controversa, nelle elezioni del 2000?

“L’applicazione rigida di questa regola, ovviamente non scritta, impedì al democratico Al Gore un rematch contro il repubblicano George W. Bush nel 2004. Bush era stato eletto nel 2000 grazie alla conquista della Florida per appena 537 voti popolari che gli avevano assicurato il successo nel collegio elettorale. Però, la certificazione della sua vittoria aveva suscitato dure contestazioni perché era avvenuta grazie a una sentenza della Corte Suprema, emessa da una maggioranza di giudici nominati da presidenti repubblicani, che aveva bloccato il riconteggio dei voti mentre Bush era in vantaggio su Gore in uno Stato di cui era governatore il fratello”.

Gore tuttavia accettò la sentenza e riconobbe la legittimità della presidenza Bush.

“Sì, Gore ammise la sconfitta e si precluse la rivincita. Sebbene avessero iniziato a circolare adesivi con la scritta “rieleggiamo Gore nel 2004”, come se fosse stato lui il vero vincitore già nel 2000, a indurlo a rinunciare a un rematch fu anche la consapevolezza che gli attentati di al-Qaeda dell’11 settembre 2001 avevano fornito a Bush un’insperata legittimazione, grazie alla volontà del Paese di stingersi attorno al proprio presidente in un momento di emergenza nazionale, e nel 2004 l’indice di popolarità di Bush era fortemente risalito rispetto a tre anni prima”.

Ci sono altri fattori, oltre quelli squisitamente politici, che possono convincere un candidato sconfitto a non ricercare un secondo confronto?

È la popolarità. Proprio il livello di popolarità del presidente uscente, qualora risulti particolarmente basso, a differenza di quanto verificatosi nel 2004 ma in linea con l’attuale scarso consenso per Joe Biden (fermo al 39,6% lo scorso 8 aprile, secondo un sondaggio dell’ABC), costituisce l’altra eccezione significativa alla formula dell’accantonamento dei candidati sconfitti. Alcuni rematch, infatti, sono stati resi possibili da un contesto di difficoltà economiche degli Stati Uniti e dunque di scontento verso la Casa Bianca che ha portato implicitamente a rivalutare il programma dell’avversario del presidente sotto cui sono emersi i problemi e ha indotto il partito che lo aveva schierato a dare nuovamente fiducia al candidato sconfitto per avvalersi della possibile volontà di rivalsa dell’elettorato.

Ci può citare un caso nel quale si è verificata questa situazione?

“Un caso fu quello del prolungamento per un quadriennio della crisi finanziaria del 1837. Il motivo principale della durata della recessione fu il rifiuto del presidente democratico Martin Van Buren di dare corso a un qualsiasi intervento federale per la convinzione che la ripresa dell’economia non fosse una responsabilità del governo. Così William Harrison, il candidato del partito Whig sconfitto da Van Buren nel 1836, non solo ebbe la possibilità di correre una seconda volta per la Casa Bianca nel 1840, ma si prese la rivincita battendo il presidente in carica”.

L’economia quindi ha pesato molto nella scelta di eleggere un candidato già sconfitto?

“In maniera analoga al 1840, l’emergere della protesta agraria per il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento condusse alla formazione di un partito populista, guidato da James B. Weaver, espressione delle rivendicazioni di mezzadri e di piccoli e medi proprietari terrieri, che sottrasse abbastanza voti al partito repubblicano in alcuni Stati chiave nel 1892 da causare la sconfitta del presidente Benjamin Harrison nel rematch con Grover Cleveland su cui aveva invece prevalso quattro anni prima”.

Le elezioni del 1840 e del 1892 hanno visto il successo dello sfidante sconfitto sull’incumbent di turno. Non tutti i rematch sono andati così, vero?

“Sì, non tutti i rematch si sono conclusi con la vittoria del candidato sconfitto nelle elezioni precedenti. L’insoddisfazione di parte dell’elettorato per la rigida politica deflazionistica e protezionistica attuata dal repubblicano William McKinley offrì al democratico William Jennings Bryan una seconda opportunità di confrontarsi con lui nel 1900, dopo aver perduto una prima sfida nel 1896. Tuttavia, McKinley sconfisse Bryan un’altra volta”.

Anche Eisenhower respinse un secondo assalto.

“Proprio così. Nel secondo dopoguerra non andò meglio di Bryan al governatore democratico dell’Illinois Adlai E. Stevenson. Battuto una prima volta nel 1952 dal repubblicano Dwight D. Eisenhower, che poté gettare sulla bilancia elettorale il peso del suo ruolo di comandante supremo delle forze alleate anglo-americane in Europa durante la Seconda guerra mondiale e quindi la fama incontestata di vincitore del nazifascismo sul campo di battaglia, Stevenson – e con lui il partito democratico – pensò di avere una seconda occasione nel 1956. Circondato da iperconservatori, più incline a giocare a golf che a occuparsi degli affari di Stato e colpito da un grave infarto che lo costrinse a sei settimane di ricovero ospedaliero nell’autunno del 1955, Eisenhower sembrava dare qualche chance a Stevenson. Tuttavia, dopo un periodo di recessione abbattutasi sugli Stati Uniti tra il luglio del 1953 e il maggio del 1954 a causa della conclusione della guerra di Corea, l’economia riprese a prosperare e il ritorno del benessere vanificò le speranze di Stevenson di prendersi la rivincita nel 1956”.

Torna di nuovo l’andamento dell’economia a determinare l’esito della sfida presidenziale.

“La seconda sconfitta di Stevenson dimostra l’importanza dell’andamento dell’economia e della sua percezione per l’esito dei rematch, due indicatori particolarmente significativi per le elezioni di quest’anno. Il miliardario Ross Perot, candidato indipendente nel 1992 battuto dal democratico Bill Clinton, sfidò nuovamente il presidente in carica nel 1996 alla testa di un terzo partito, il Reform Party, che aveva costituito e finanziato con fondi personali con l’unico scopo di dotarsi di una struttura a supporto delle proprie ambizioni di entrare alla Casa Bianca. Ma, con l’economia giunta a metà del più lungo ciclo di crescita ininterrotta dalla Seconda guerra mondiale, Clinton non ebbe problemi ad assicurarsi un secondo mandato e la percentuale del voto popolare per Perot scese dal 18,9% del 1992 all’8,4% del 1996”.

Quelli che abbiamo visto sono, diciamo, rematch classici cioè ripetizione di confronti tra gli stessi competitor. Ci sono stati però candidati che pur sconfitti in una tornata elettorale hanno cercato una rivincita con un competitor differente da quello già incontrato. Ci può citare dei casi?

“Accanto ai rematch propriamente detti, cioè al rinnovo di sfide tra politici che si erano già affrontati tra loro, la storia elettorale degli Stati Uniti ha visto la ricomparsa di ex candidati alla Casa Bianca in contrapposizione ad avversari diversi da quelli con cui si erano confrontati in passato. Bryan, per esempio, riuscì a conseguire una terza nomination per la Casa Bianca nel 1908, quando venne sconfitto dal repubblicano William Howard Taft. Quattro anni dopo, l’ex presidente repubblicano Theodore Roosevelt, insoddisfatto del moderatismo proprio di Taft, lo sfidò nella veste di candidato del partito progressista, ma tra i due litiganti prevalse il democratico Woodrow Wilson. In seguito, il governatore repubblicano dello Stato di New York, Thomas E. Dewey, cercò invano di venire eletto alla Casa Bianca, ma fu sopraffatto dai democratici Franklin D. Roosevelt nel 1944 e Harry S. Truman nel 1948”.

Anche in tempi più remoti si sono verificati dei “ritorni” del tipo quello ricercato da Dewey?

“In effetti, caratterizzati tutti da insuccesso, questi “ritorni” furono più frequenti durante l’Ottocento. Il federalista Charles C. Pinckney perse contro i democratici-repubblicani Thomas Jefferson nel 1804 e James Madison nel 1808. Henry Clay fu sconfitto da John Quincy Adams nel 1824, in un’elezione in cui tutti i candidati erano democratici-repubblicani, e come rappresentante del partito Whig dai democratici Andrew Jackson nel 1832 e James K. Polk nel 1844. Van Buren tornò alla politica attiva nel 1848, come portabandiera del Free Soil Party (una formazione minore che chiedeva la messa al bando della schiavitù nei territori dell’Ovest entrati a fare parte degli Stati Uniti, ma ne riconosceva la legittimità nel Sud del Paese) e fu battuto dal Whig Zachary Taylor. Quest’ultimo morì in carica nel 1850 e gli subentrò il vicepresidente Millard Fillmore. Nel 1852 il partito Whig non volle conferire la nomination a Fillmore, che tuttavia fu schierato per la Casa Bianca nel 1856 dall’American Party, una forza politica xenofoba, ma perse contro il democratico James Buchanan. Weaver, prima della sconfitta del 1892 come populista, era già stato candidato alla presidenza, con esito altrettanto fallimentare, nel 1880 dal Greenback Party, fautore di una politica inflazionistica da attuare con il mantenimento in circolazione delle banconote non convertibili in oro (greenback) emesse dall’Unione per finanziare la spesa militare durante la guerra civile”.

C’è stato però il caso di Nixon che esce da questo schema di fallimenti, vero?

“L’unico ritorno vincente al di fuori di un rematch fu quello del repubblicano Richard M. Nixon. Sconfitto dal democratico John F. Kennedy nel 1960, fu eletto presidente nel 1968 con appena il 43,4% del voto popolare ma la maggioranza del voto elettorale. Il successo gli arrise solo grazie a una spaccatura in seno ai democratici tra l’ala progressista che candidò Hubert H. Humphrey, che raccolse il 42,7%, e la componente conservatrice che fuoruscì dal partito democratico e schierò per la presidenza il governatore dell’Alabama George Wallace, che conseguì il 13,5% (il restante 0,4% andò a formazioni minori).

Grazie prof. Luconi. In un prossimo intervento parleremo dei candidati indipendenti / terzi partiti, partendo dalla cronaca cioè da Robert F. Kennedy Jr. 

Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022) e L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023).

Libri:

Stefano Luconi, La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre, goWare, 2023, pp. 162, 14,25 euro edizione cartacea, 6,99 euro edizione Kindle

Stefano Luconi, Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022, goWare, 2022, pp. 182, 12,35 euro edizione cartacea, 6,99 euro edizione Kindle

Commenta