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Elezioni americane 2024: come funziona la transizione e come avviene l’insediamento del nuovo Presidente

Il professor Luconi dell’Università di Padova spiega in questa intervista come avvengono due passaggi importantissimi per la corsa alla Casa Bianca di novembre: la fase di transizione tra un Presidente e l’altro e l’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca

Elezioni americane 2024: come funziona la transizione e come avviene l’insediamento del nuovo Presidente

Siamo giunti alla conclusione del nostro ciclo di sette interviste al professor Stefano Luconi, docente di Storia e istituzioni delle Americhe all’Università di Padova e autore con goWare di un libro-guida alle prossime elezioni presidenziali americane. In questa occasione parleremo del meccanismo del passaggio dei poteri che si attiva nei due mesi circa che separano le elezioni presidenziali dall’insediamento ufficiale del Presidente e del Vicepresidente.

Viene da chiedersi che cosa possa succedere di particolare in questo periodo, visto che già la notte del 5 novembre o il mattino del 6 si conosce già chi saranno il Presidente e il Vicepresidente. In realtà il passaggio dei poteri da un’amministrazione all’altra è un momento delicato e cruciale di ogni democrazia compiuta e finisce per definirne la maturità.

Il passaggio dei poteri può essere un atto puramente formale che segue un percorso istituzionale delineato dalla Costituzione, come in genere è avvenuto nella storia americana, ma anche un periodo turbolento e di tensione come si è visto per due volte negli ultimi 25 anni.

Il primo atto dopo le elezioni è il riconoscimento del risultato delle urne da parte del candidato sconfitto. Nelle elezioni del 2000 Al Gore riconobbe la sconfitta solo dopo che, il 12 dicembre 2000, la Corte Suprema degli Stati Uniti, con una sentenza di 5 a 4, bloccò il riconteggio dei voti in Florida, voluto dalla Corte Suprema dello Stato, e assegnò definitivamente la Presidenza a George W. Bush.

Un ventennio dopo, Donald Trump non ha mai riconosciuto la sconfitta nelle elezioni del 3 novembre 2020. Si è trattato di una posizione che, non solo è alla base dei gravi e inediti fatti del 6 gennaio 2021 al Congresso, ma ha finito con il mettere in discussione uno dei pilastri del sistema democratico, ispirando anche atti simili in democrazie più fragili di quella americana, come il Brasile.

Con il professor Luconi entriamo adesso nei dettagli di questa delicata fase di passaggio dei poteri di un’amministrazione all’altra che non sempre è dello stesso colore politico.

Professore, le elezioni non si chiudono nella notte del 5 novembre o nel primo mattino del 6, vero?
In effetti, la procedura di elezione indiretta del presidente non termina con la scelta dei grandi elettori il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Dopo la loro elezione i grandi elettori si riuniscono nelle capitali dei rispettivi Stati il lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre, votano per il presidente e inviano le loro schede al Congresso a Washington.

Perché non a Washington tutti insieme?
La Costituzione impedisce che gli elettori si radunino in un’unica sede per ridurre la possibilità che siano soggetti a pressioni e minacce esterne che ne condizionino il voto. I costituenti temevano in particolare che tale luogo potesse essere circondato da folle di popolani che cercassero di imporre un proprio candidato.

Bisogna allora attendere il voto di dicembre per iniziare a lavorare?
Non bisogna attendere il voto di dicembre. Nel momento in cui emerge un “vincitore apparente”, in quanto c’è un candidato che ha conquistato la maggioranza dei grandi elettori in base al responso delle urne a novembre, se costui non è il presidente in carica ha inizio la “transizione”, cioè il passaggio dall’amministrazione al potere a quella che le subentrerà.

Che può fare questo “vincitore apparente”? Immagino sia una definizione, diciamo ufficiale, cioè prevista dalla legge.
La legge assegna al “vincitore apparente” strutture e fondi per facilitare questo cambiamento al vertice delle istituzioni. L’aspetto più rilevante è la scelta dei funzionari principali, in particolare i titolari dei dicasteri che, una volta designati, prima di entrare in carica necessitano della ratifica da parte dal Senato.

Quanto dura la “transizione”?
La “transizione” si conclude con l’inizio del mandato del presidente il 20 gennaio seguente al giorno dell’elezione. Fino a quel momento il presidente uscente conserva la pienezza dei poteri, sebbene di prassi consulti il suo successore su decisioni che investiranno anche l’amministrazione entrante.

Ed è sempre successo che tale collaborazione sia avvenuta senza frizioni importanti?
In effetti la collaborazione non si è sempre manifestata. L’esempio più recente è stata la “transizione” da Trump a Biden. In precedenza, dopo le presidenziali del 1932 non ci fu cooperazione tra il repubblicano uscente, Herbert Hoover, e il democratico entrante, Franklin D. Roosevelt che lo aveva sconfitto. Alla mancata concertazione politica tra i due nel periodo della “transizione” fu attribuito il grave peggioramento della crisi economica che attanagliava il Paese dal 1929. Per ridurre gli effetti negativi di una “transizione” prolungata senza dialogo nel passaggio di consegne fu, quindi, stabilito che dalle elezioni successive il presidente non sarebbe più entrato in carica il 4 marzo, come era avvenuto fino ad allora, ma il 20 gennaio, come accade ancora oggi.

I grandi elettori sono sovrani nel voto per la scelta del presidente? Esiste un vincolo di mandato?
La Costituzione federale tace su come i grandi elettori debbano esprimersi e, quindi, lascia ipotizzare che siano sovrani nella scelta del candidato alla presidenza. Ciò significa che, in teoria, possono votare anche un candidato diverso da quello collegato alla lista con la quale sono stati eletti.

Si è mai verificata una situazione del genere?
Un’eventualità del genere si è verificata molto raramente e non ha mai determinato l’esito delle elezioni presidenziali. In più di due secoli, tra il 1789 e il 2020, si sono registrati nel complesso appena 165 episodi di questo genere, 90 per la scelta del presidente e 75 per quella del vicepresidente, su un totale di oltre 21.000 voti espressi dai grandi elettori.

C’è stato qualche caso che ha determinato l’affossamento di una candidatura?
L’unico caso di voltafaccia che influenzò il risultato finale si ebbe nel lontanissimo 1796 e riguardò la vicepresidenza. Al tempo, il voto per il vicepresidente non era ancora separato da quello per il presidente. Il “tradimento” di alcuni grandi elettori portò a questa carica il democratico-repubblicano Thomas Jefferson anziché il federalista Thomas Pinckney, il candidato del partito che aveva ottenuto la maggioranza dei voti elettorali e conquistato la presidenza con John Adams.

Non c’è una legge che impedisca a un grande elettore di mettere in atto un ribaltone simile?
Per impedire queste forme di “slealtà”, nel corso del tempo 33 Stati su 50 e il distretto di Columbia hanno emanato norme per integrare la Costituzione e obbligare i propri grandi elettori a votare per il candidato al quale sono collegati, costringendoli a esprimere un voto palese, anziché segreto.

È una norma vincolante?
Solo 14 Stati prevedono meccanismi per applicare questa disposizione in maniera coercitiva e concreta attraverso la sostituzione dei grandi elettori che non rispettano l’impegno assunto con i cittadini e l’annullamento dei loro voti. Due di questi 14 Stati prevedono pure multe salate per i grandi elettori “infedeli”.

Sono costituzionali queste misure?
Sì. Nel 2020 la Corte Suprema ha stabilito la legittimità di queste misure, pur con la precisazione che si tratta di una prerogativa degli Stati e non di un obbligo. In ogni caso, l’assenza del vincolo di mandato per i grandi elettori, che è ancora consentita in 17 Stati, può innescare negoziazioni per indurli a cambiare candidato prima del voto in dicembre.

Sono i grandi elettori a dire l’ultima parola sulle elezioni?
In teoria no. Neppure il voto dei grandi elettori è definitivo. Infatti, la legittimità della loro elezione e la regolarità dei loro voti devono essere certificate dal Congresso il successivo 6 gennaio. Entrambe possono essere contestate. Esistono precedenti in proposito, anche senza arrivare alla degenerazione eversiva del 6 gennaio 2021 con l’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump.

Per esempio?
Per esempio, nel 1876 il partito democratico accusò quello repubblicano di avere commesso brogli in Florida, Louisiana e Carolina del Sud e bloccò la proclamazione del nuovo presidente fino a quando non fu raggiunto un accordo per il riconoscimento della vittoria del repubblicano Rutherford Hayes.

Come si stabilisce l’illegittimità del mandato di uno o più grandi elettori e, quindi, non conteggiarne il voto?
Per questo atto è necessaria la maggioranza dei senatori e dei rappresentanti, su proposta di almeno un membro di ciascun ramo del Congresso. Se Senato e Camera discordano nel valutare la posizione di un grande elettore, il suo voto è considerato ammissibile e viene, pertanto, contato. Affinché questa procedura venga attivata, serve il concorso di almeno un membro di entrambi i rami del Congresso. In altre parole, occorre che siano un deputato e un senatore a contestare insieme l’elezione di un grande elettore.

Veniamo alla proclamazione ufficiale del Presidente. Come avviene?
Una volta che è stato completato il vaglio delle credenziali dei grandi elettori e lo spoglio dei loro voti, il vicepresidente in carica, che presiede il Senato, proclama ufficialmente l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca. L’insediamento, però, avviene solo due settimane più tardi, il 20 gennaio.

Ancora una latenza. Che cosa può succedere in questo lasso di tempo?
Per esempio, se il presidente eletto muore, rinuncia al mandato oppure contrae malattie che gli impediscono di assolvere alle sue funzioni, né gli statunitensi né i grandi elettori tornano a votare. È, invece, applicato il Presidential Succession Act, una misura che traccia la successione al presidente.

Una successione? Non è che succede come nella famosa serie TV di HBO?
No, la legge fissa una sequenza di cariche per stabilire in modo automatico e preventivo chi debba subentrare al presidente, evitando in partenza qualsiasi vuoto di potere. Al presidente succede il vicepresidente. Se quest’ultimo non può o non vuole sostituirlo, il nuovo capo dell’esecutivo viene indicato seguendo una linea gerarchica, per la quale la designazione passa, nell’ordine, allo Speaker (il presidente) della Camera, al presidente pro tempore del Senato (chi presiede le sedute al posto del vicepresidente degli Stati Uniti, quando quest’ultimo è impegnato in altri compiti istituzionali) e ai titolari dei dipartimenti in base all’anzianità di istituzione dei rispettivi dicasteri (il più antico è il Dipartimento di Stato, creato nel 1789; il più recente è il Dipartimento per la Sicurezza interna, sorto nel 2002), fin quando non è identificato il titolare di una di queste cariche che abbia i requisiti per diventare Presidente.

Ricordiamoli un attimo?
Aver compiuto 35 anni, risiedere negli Stati Uniti da almeno 14 ed essere cittadino americano dalla nascita. Per esempio, due celebri segretari di Stato, Henry Kissinger per l’amministrazione Nixon e Madeleine Albright per quella Clinton, benché la loro carica fosse la quarta nella successione presidenziale, ne rimasero esclusi perché alla nascita erano stati cittadini rispettivamente di Germania e Cecoslovacchia.

Siamo giunti al termine di questo ciclo di interviste con il professor Luconi. Speriamo di aver contribuito a far apprendere meglio i meccanismi, alquanto articolati, che governano uno degli avvenimenti centrali del 2024, le elezioni presidenziali americane. Raccoglieremo tutti questi materiali in un documento che sarà scaricabile pochi giorni prima delle elezioni del 5 novembre. I giorni seguenti torneremo a commentare con il professor Luconi l’esito delle elezioni sempre analizzate dal punto di vista istituzionale e tecnico.

Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022) e L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023).

Libri:
Stefano Luconi, “La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre”, goWare, 2023, pp. 162, 14,25€ edizione cartacea, 6,99€ edizione Kindle

Stefano Luconi, “Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022”, goWare, 2022, pp. 182, 12,35€ edizione cartacea, 6,99€ edizione Kindle

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