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Cinema, il Pinocchio di Garrone è senza poesia

Dopo i successi, tra gli altri, di Gomorra e Dogman, stavolta il regista romano non sembra aver fatto centro: il suo lavoro sul burattino più famoso del mondo è imparagonabile con alcuni capolavori del passato, e anche Benigni non è al meglio nel ruolo di Mastro Geppetto – TRAILER.

Cinema, il Pinocchio di Garrone è senza poesia

Giudizio dell’autore:

Risultati immagini per due stelle su cinque

Le avventure del burattino più famoso del mondo creato da Mastro Geppetto e che voleva diventare un bambino: tra Mangiafuoco, il grillo parlante, il gatto e la volpe, Lucignolo e tutti gli altri personaggi che lo hanno reso una delle storie per bambini più diffuse nel mondo. Parliamo del Pinocchio di Matteo Garrone, appena uscito nelle sale e destinato ad essere uno dei film di Natale. Sul racconto c’è poco da dire: facile immaginare che quasi tutti noi abbiamo avuto a che fare con il burattino con il naso lungo quando diceva le bugie. 

Gliene succedono di tutti i colori: scappa di casa, non vuole andare a scuola, si aggrega ad un teatro di altri burattini che, a differenza sua, hanno il filo che li lega e li comanda, viene derubato dal gatto e la volpe, imprigionato, inghiottito da una balena, salvato dalla fata con i capelli turchini, trasformato in asino e, infine, dalla stessa fata, tramutato in un bambino reale che riabbraccerà Geppetto e vissero insieme felici e contenti.   

Abbiamo avuto la fortuna di vedere il film in compagnia di una nipotina di 9 anni che, in presa diretta, poteva esprimere le emozioni che stava provando e alla quale, al temine della proiezione, abbiamo chiesto se gli era piaciuto: si, ma senza grande entusiasmo. Ebbene, lo sguardo della bimba di fronte a questa domanda ha espresso perfettamente la caratura del film di Garrone. Un lavoro che non ha suscitato emozioni, senza poesia, senza fantasia e senza magia.

Anzitutto i personaggi: Mastro Geppetto è Roberto Benigni che non è sembrato proprio al meglio delle sue corde, non fosse altro perché lo abbiamo già visto nella stesso film di Pinocchio da lui diretto dove ha ricoperto la parte inversa. Il trucco scenico ha mascherato bene un ruolo forse ormai stanco e non riesce proprio a dare a Geppetto il peso che merita. Poi il bambino/burattino: con tutta la simpatia per i giovani attori, però alcuni sono bravi altri meno e in questo caso è sembrato particolarmente impacciato e con un tono dialettale in alcuni momenti leggermente fastidioso.

E così via per gli altri personaggi minori. Ma è evidente che, come al solito, il problema è di chi dirige gli attori, di chi scrive i testi, di chi ha in mente un modo di raccontare con le immagini in grado di colpire il cuore, la mente , l’immaginazione. Per quanto era tutto noto e scontato fino nei dettagli a chi, ormai adulto, ricorda ancora la storia di Pinocchio, era lecito attendersi qualcosa di più e di meglio di quanto abbiamo già visto.

Infatti, non bisogna dimenticare anzitutto quello che, a nostro giudizio, è un capolavoro di Luigi Comencini andato in onda sugli schermi televisivi Rai in sei puntate nel 1972 (in replica dieci anni dopo) con attori del calibro di Nino Manfredi (Geppetto), Gina Lollobrigida (la fata), Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (il gatto e la volpe). Ogni paragone è improponibile:  realizzato in bianco e nero, con effetti speciali dell’epoca e prodotto per un pubblico televisivo.

Ma la differenza sostanziale, per quanto la memoria ancora ci aiuta, è nell’attesa e nelle emozioni che venivano suscitate. Successivamente, nel 2002, Roberto Benigni dirige e firma la sceneggiatura (con la prestigiosa partecipazione di Vincenzo Cerami) della edizione cinematografica più nota e realizza quella che viene considerata una delle pellicole più costose della storia del cinema italiano senza poi avere il successo sperato (non è riuscito nemmeno ad esser candidato all’Oscar). 

Questo Pinocchio è fragile nel racconto umano, nella metafora dell’esistenza degli individui su questa terra, siano pure “di legno”, non si evidenzia il confine tra il bene e il male, il bello e il brutto, il buono e il cattivo e, alla fine, si somigliano un po’ tutti. Collodi, l’autore del vero Pinocchio, ci ha raccontato un’altra storia che Garrone, pure attento ai bassifondi dei sentimenti (basta solo ricordare Gomorra e Dogman), in questo caso non è sembrato in grado di fare con pari maestria. 

Peccato. Persa una buon occasione per rivedere il burattino dal naso lungo che avrebbe potuto dire ancora molto di nuovo e attuale e utile per questo Paese. 

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