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Cina e commerci: la “Nuova Via della Seta” passa anche dall’Italia

La Cina mette in cantiere investimenti per oltre mille miliardi di dollari – Gentiloni: “L’Italia può essere protagonista in questa grande operazione” – Ecco quali sono secondo Sace i fronti su cui il nostro Paese può intervenire con maggiore efficacia.

Cina e commerci: la “Nuova Via della Seta” passa anche dall’Italia

La chiamano “Nuova Via della Seta” e l’Italia cercando di ritagliarsi al suo interno un ruolo di primo piano come ai tempi di Marco Polo. Lunedì 15 maggio, quando in Italia era ancora piena notte, i leader di 29 Paesi si sono incontrati a Pechino su invito del presidente Xi Jinping e hanno concordato di lavorare insieme per costruire strade, ferrovie, porti e altre infrastrutture di rilievo per aumentare la connettività tra Asia, Europa e Africa. “One belt, one road”, in acronimo Obor, così si chiama il progetto (una cintura, una strada) e solo la Cina è disposta a investirci oltre mille miliardi di dollari.

“L’Italia può essere protagonista in questa grande operazione a cui la Cina tiene molto: per noi è una grande occasione e la mia presenza qui significa quanto la riteniamo importante – ha commentato da Pechino il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni – I cinesi credo abbiamo chiarissimo che bisogna arrivare nel mediterraneo e la maggiore facilità a collegarsi con l’Europa direttamente arriva in particolare, dai porti italiani e greci. Abbiamo un’offerta fortissima che viene soprattutto da Trieste e Genova che sono collegati con i corridoi ferroviari all’Europa. Ma anche di Venezia per ragioni culturali e turistiche”.

Ma cosa sta facendo il nostro Paese per cogliere queste opportunità? Come rileva Sace in uno studio pubblicato oggi, un primo tentativo di inserirsi nel progetto lo si sta facendo tramite la North Adriatic Port Association (Napa), di cui fanno parte i porti di Venezia, Ravenna, Trieste, Capodistria (Slovenia) e Rijeka (Fiume, Croazia). L’associazione ha iniziato a lavorare su un progetto al largo di Venezia per creare una piattaforma offshore plurimodale con la capacità di ricevere navi con portate elevate, provenienti da Suez. Il progetto, dal costo di 2,2 miliardi di euro, finanziato in parte con fondi pubblici (350 milioni stanziati dal governo italiano), permetterà di movimentare ogni anno tra i 1,8 e 3 milioni di Teu (l’unità di misura utilizzata nel trasporto container: per dare un’idea, a oggi il totale dei porti italiani movimenta 6 milioni di Teu all’anno) e permetterebbe all’Adriatico di offrire un punto d’accesso al mercato tedesco più diretto rispetto a quello del competitor greco, rimanendo allo stesso tempo in linea con gli standard internazionali di efficienza.

Un ulteriore passo in questa direzione è stato fatto con l’inaugurazione a giugno 2016 del tunnel del San Gottardo che connette Italia e Svizzera e con il futuro tunnel del Loetschberg (previsto per il 2020), che connetterà Zurigo a Milano in due ore e mezza. Essendo il progetto della Nuova Via della Seta una linea guida con tempi di implementazione estesi, l’Italia può quindi sfruttare alcuni dei tratti indefiniti del progetto per ritagliarsi un proprio spazio di azione, che sia attraverso l’Adriatico o per via terra.

Sempre secondo Sace, una leva da sfruttare è quella dell’Asian Infrastructure Investment Bank, voluta dal governo cinese per supportare i progetti compresi nel piano Obor, “aggirando” le istituzioni finanziarie internazionali come Fmi e Banca Mondiale. L’Italia ha aderito alla AIIB nell’ambito di una serie di tavoli di discussione che hanno visto la partecipazione della Cassa depositi e prestiti. La caratteristica di AIIB è che è pronta a valutare e finanziare progetti (a tassi che, però non sono agevolati come quelli concessi dalle istituzioni multila-terali), in particolare nel settore infrastrutturale, che vengano a essa proposti dai Paesi aderenti; finanziamenti a Paesi non aderenti saranno difficilmente concessi. Un approccio maggiormente pro-attivo risulta quindi necessario per accedere a un bacino di finanziamenti importanti e sfruttare la posizione di privilegio che oggi l’Italia ha: la banca ha un capitale sociale di 100 miliardi di dollari e l’Italia è il 12° Paese aderente con una quota relativamente alta, pari al 2,58%.

Altre opportunità, conclude Sace, possono essere colte nei paesi dell’Asia Centrale. I 65 paesi coinvolti in Obor assorbono il 27% dell’export italiano nel mondo ma sono paesi con elevati margini di crescita. Fino a oggi, le aziende italiane hanno stabilito una presenza su questi territori operando soprattutto nel settore dell’ Oil & Gas. Sulla scia di un potenziale sviluppo economico delle geografie interessate da Obor e dallo stimolo verso una diversificazione dell’economia dei Paesi “stan”, le imprese italiane possono proporsi su questi mercati più nel breve termine con i prodotti della meccanica strumentale, beni necessari a un upgrade tecnologico e alla diversificazione produttiva, e nel medio lungo periodo con beni di consumo come quelli del comparto della moda, dell’arredamento e degli apparecchi elettrici.

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