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Argentina, Milei: bilancio tra luci e ombre dei primi 100 giorni del nuovo Presidente

Il presidente entrato in carica a dicembre sta convincendo i mercati grazie al primo avanzo primario dal 2012 e ad un’inflazione che finalmente rallenta. Ma la sua politica ha enormi costi sociali: la povertà sale al 57%

Argentina, Milei: bilancio tra luci e ombre dei primi 100 giorni del nuovo Presidente

Javier Milei ha compiuto la settimana scorsa i suoi primi 100 giorni da presidente dell’Argentina. Figura controversa, nuovo idolo dei sovranisti di mezzo mondo (è stato anche ricevuto dalla premier Giorgia Meloni a Roma), è stato capace lo scorso novembre di sconfiggere il peronismo e di prendere le redini di una delle economie più disastrate del pianeta, con l’inflazione che nel 2023 ha chiuso al 211% e il Pil al -1,6% in un contesto, quello latinoamericano, di ripresa (il vicino Brasile è cresciuto del 2,9%). Quale è il bilancio di quello che molti considerano il Trump argentino? Milei in campagna elettorale e anche nel suo discorso di insediamento a dicembre aveva promesso di ribaltare tutto e in effetti la terapia d’urto c’è stata, con la discussa “legge omnibus” che è stata sì bocciata al Senato dagli alleati moderati del presidente, i liberali di Mauricio Macri, del cui appoggio Milei ha necessariamente bisogno per governare, ma che ad oggi è ancora valida come decreto legge, in attesa che anche i deputati si esprimano (non c’è una data per la votazione).

Qualche risultato è stato raggiunto

Il decretazo, come è noto, per quanto ridimensionato dalle pressioni di una parte di quella che Milei definisce “la casta”, ha dato tra le tante cose un taglio netto alla spesa pubblica, anche abolendo tutte le politiche di sussidi sociali e persino qualche ministero, al punto che a gennaio l’Argentina ha raggiunto il primo avanzo finanziario dal 2012 (518.408 milioni di pesos argentini, 576 milioni di euro), secondo i dati del ministero dell’Economia. Questo traguardo, sicuramente apprezzato dai mercati e utile per ridare una credibilità finanziaria al Paese, ha però avuto un costo sociale elevatissimo. Se già prima dell’arrivo al potere di Milei, l’Argentina aveva un tasso di povertà superiore al 40%, nel 2024 secondo l’Osservatorio della Universidade Católica i poveri sono il 57% della popolazione, e il 15% sono addirittura indigenti, un dato quest’ultimo che nel precedente governo di Alberto Fernandez, grazie anche ai sussidi statali per le bollette di luce e gas e per i trasporti pubblici, era sceso sotto il 10%.

Stesso discorso con l’inflazione: la maxi svalutazione del peso, che pure ha contribuito a mettere in difficoltà buona parte della popolazione, ha prima spinto l’inflazione su base mensile al picco del 25,5% a dicembre, poi su base annua ha addirittura toccato il 276%, ma a febbraio ci sono stati i primi segnali di rallentamento, col dato su base mensile che è aumentato solo del 13,2% rispetto a gennaio. Questo ha fatto sì che, seppur tra qualche altalena, l’indice Merval della Borsa di Buenos Aires sia ancora in “luna di miele” con Milei: dal 26 dicembre, punto più basso da quando è presidente, ha guadagnato circa il 40%. Insomma qualche risultato c’è, anche se è evidente a tutti che ricada sulle spalle della popolazione, costretta a sacrifici sempre maggiori, persino secondo la stampa, a saltare pasti e rinunciare a curarsi. Milei attribuisce la colpa di questi successi solo parziali alle resistenze di una parte politica che non vuole il cambiamento, in particolare i governatori provinciali che stanno ostacolando in tutti i modi la sua “legge omnibus”.

I prossimi mesi diranno se davvero la terapia economica sta funzionando, anche se gli analisti sottolineano che il presidente argentino è anche fortunato in questa fase: dopo una raccolta agricola pessima nel 2023 a causa della siccità, le previsioni per quest’anno sono invece ottime, il che consentirà di rilanciare le esportazioni e, di conseguenza, di recuperare riserve monetarie, che a febbraio erano già salite da 25 a 27,6 miliardi di dollari. Proprio per questo il Fondo Monetario Internazionale, che aveva prestato al Paese 44 miliardi di dollari, ha recentemente accettato di rinegoziare l’accordo per la restituzione del finanziamento, concedendo uno sconto di 4 miliardi sebbene le previsioni per il Pil argentino nel 2024 siano state riviste al ribasso, pronosticando una contrazione del 2,8% (mentre tutta l’America Latina è prevista in crescita, col Brasile a +1,7%). Ad ulteriore testimonianza del fatto che il mercato sta approvando le riforme, c’è il cambio di rotta di alcune multinazionali che avevano pensato di cedere le loro attività in Argentina: tra queste Enel, che ha invece deciso dopo la visita del CEO Flavio Cattaneo a Buenos Aires che non venderà la sua controllata Edesur.

Il pugno duro di Milei su sindacati e manifestanti

Infine, un tema che preoccupa e sul quale Milei sta usando il pugno duro: la coesione sociale e la sicurezza. Il decretazo sta provando di fatto ad azzoppare i sindacati, favorendo una economia fatta di privatizzazioni e di rapporti di lavoro ultra flessibili, riducendo al minimo i diritti dei lavoratori, anche quelli basilari come ad esempio lo sciopero e la maternità. Questo piace al mondo industriale ma sta provocando tensioni, scioperi e manifestazioni, con interventi piuttosto duri della polizia, autorizzati dal “protocolo anti-piquetes”, una legge che prevede la tolleranza zero contro i manifestanti, legittimando le forze dell’ordine ad usare anche gli strumenti di repressione più severi. Questa tensione sociale c’è anche se non appare nei dati che pur sembrerebbero certificare, almeno in parte, che la terapia d’urto di Milei ha un senso. Ma a che prezzo.

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