Condividi

Argentina, la sorpresa è stata l’appoggio a Milei di Macri, molto vicino agli Usa, che impedirà colpi di testa: parla Sapelli

INTERVISTA AL PROF. GIULIO SAPELLI: “L’appoggio di Macri a Milei è stato decisivo per la sua vittoria, ma servirà anche a tenere a freno i colpi di testa del nuovo presidente e la devastazione dello Stato”. “Milei non farà nulla di ciò che ha detto”, però “il peronismo non è morto”. “Dopo la vittoria di Lula in Brasile, gli Usa hanno tutto l’interesse a tenersi stretta l’Argentina”. “Chi ha vinto veramente in Argentina è Trump e questo è molto preoccupante in vista delle elezioni americane del prossimo anno”

Argentina, la sorpresa è stata l’appoggio a Milei di Macri, molto vicino agli Usa, che impedirà colpi di testa: parla Sapelli

L’Argentina ha un nuovo presidente: Javier Milei. Un presidente di ultra destra, anarco-capitalista, iperliberista e populista tutto insieme. La sua vittoria contro il candidato peronista Sergio Massa al ballottaggio di domenica 19 novembre ha preoccupato non poco gli osservatori internazionali (anche, se non a caso, il Presidente Usa si è congratulato con lui) soprattutto per via delle continue esternazioni fatte da Milei in campagna elettorale. Tra le più famose? “Lo Stato è inutile”.

Dollarizzazione, abolizione della Banca Centrale, privatizzazioni a tutto tondo, sono solo alcune delle soluzioni che il nuovo presidente ha proposto per risollevare l’Argentina dalla crisi economica e permetterle di mettersi alle spalle l’iperinflazione che ha messo in ginocchio il Paese. Ma, ora che è stato eletto, Milei manterrà le sue promesse? Lo abbiamo chiesto al professor Giulio Sapelli, intellettuale controcorrente e storico dell’economia alla Statale di Milano, che l’Argentina la conosce molto da vicino avendo insegnato anche all’Università di Buenos Aires.

Professor Sapelli, come giudica la vittoria in Argentina di Javier Milei, che viene descritto come anti-sistema e iper-liberista allo stesso tempo?

«Una vittoria prevista, soprattutto dopo l’appoggio garantito a Milei dall’ex presidente Mauricio Macri. Il serbatoio elettorale di Macri è stato determinante per la sua vittoria che in ogni caso non è stata devastante come si pensava alla vigilia del ballottaggio. Si prevedeva che vincesse con una percentuale del 70% e invece si è fermato al 56%. In un paese stremato come l’Argentina, dove il peronismo si sta lentamente sgretolando, l’emersione di un candidato ordoliberista e nazionalista allo stesso tempo è stata appoggiata dal grande capitale argentino. Accadde una cosa simile immediatamente dopo la fine della dittatura. Io mi trovavo lì per un ciclo di conferenze e potei osservare di persona come l’iperinflazione frenò qualsiasi processo di cambiamento. Oggi stiamo vedendo qualcosa di molto simile dal punto di vista dell’orientamento dei grandi gruppi. I terratenientes sono scomparsi, ormai anche i grandi possedimenti della pampa sono in mano a società per azioni quotate sulle Borse di tutto il mondo. Non c’è più l’assetto oligarchico di una volta ma ci sono i grandi gruppi del capitale finanziario e immobiliare che si stanno muovendo per grandi operazioni in tutta l’Argentina. Quindi la posizione neoliberista, populista e di devastazione dello Stato portata avanti da Javier Milei ha ottenuto il supporto di quello che rimane del nesso tra il capitalismo argentino e il capitalismo anglosferico rappresentato da Macri». 

Dall’estero ha stupito molto l’appoggio dell’ex presidente Mauricio Macri – da sempre considerato un moderato – alla campagna elettorale del nuovo presidente. Lei come interpreta questa mossa?

«La famiglia Macri si è mossa in pompa magna per appoggiare Milei. In molti non se lo aspettavano, ma questa è l’Argentina. Un paese dove le classi si mescolano, gli ascensori sociali non esistono, ma esistono i montacarichi. È un sistema molto diverso dal nostro, ma soprattutto si tratta di un Paese a cui il Fondo Monetario Internazionale ha impedito di fare default. È interesse di tutti che l’Argentina regga, gli Stati Uniti non possono permettersi di aprire un altro fronte in Sudamerica. Soprattutto dopo la vittoria di Lula che ha spostato gli orientamenti del Brasile, gli statunitensi devono tenersi stretta l’Argentina. È in questo contesto che va letto l’intervento di Macri. C’era bisogno di qualcuno che garantisse un certo orientamento internazionale e Macri, con la sua tradizionale vicinanza agli Usa, serve a questo. Per portare avanti le sue assurde promesse elettorali Milei avrà bisogno di alleati politici che appoggino le sue proposte più radicali. Ma Macri non dirà mai sì ai suoi colpi di testa. Lo stesso vale per Patricia Bullrich, la candidata della coalizione di centrodestra Uniti per il Cambiamento che al primo turno è arrivata terza e al ballottaggio ha appoggiato Milei. Il loro compito sarà quello di “tenerlo buono” e impedirgli di distruggere quello che rimane dello Stato». 

Quindi che ne sarà della dollarizzazione, dell’abolizione della banca centrale, delle privatizzazioni di scuola e sanità e di tutte le promesse elettorali di Milei?

«In campagna elettorale le promesse assurde si fanno anche in Italia, si figuri in un paese come l’Argentina. La menzogna è l’essenza della politica. Ora che è stato eletto, Milei non farà nulla di ciò che ha detto. La banca centrale rimarrà dov’è e la dollarizzazione resterà una promessa». 

Milei ha fortemente criticato anche Papa Francesco, salvo poi rimangiarsi in parte ciò che ha detto. Come interpreta queste posizioni?

«Le critiche a Papa Francesco hanno sconcertato anche me. Probabilmente voleva mandare un messaggio alle forze non cattoliche dell’Argentina che sono lontane dal Vaticano. Voleva attrarre anche quel tipo di elettorato per garantirsi più voti». 

Con la sconfitta di Sergio Massa e la vittoria di Milei, il peronismo è definitivamente morto?

«La realtà è che in Argentina la gente è stravolta, non ne può più. E su questo non riflettiamo abbastanza. L’Argentina di oggi è caratterizzata da tre fenomeni: il primo è l’economia della sopravvivenza che lì ha raggiunto il suo punto massimo. Il secondo è il discredito delle classi politiche perché le persone per bene non vogliono fare politica. Il terzo punto è la presenza ancora molto forte dei sindacati, che sono ciò che rimane del peronismo. C’è ancora un sistema di organizzazioni intermedie che riesce a mobilitare le masse e Milei dovrà farci i conti. Il peronismo non è morto, Massa ha ottenuto il 40% dei voti. Sono tanti. E con il peronismo rimane ancora la vecchia Argentina. Non pensiamo che tutti siano come Milei, tanti argentini sperano ancora che non si usi quella “motosega” di cui tanto si parla e che lo Stato continui a funzionare. Perché Stato vuol dire welfare, sostegno alla sopravvivenza. La partita è aperta e a tenere a freno Milei penseranno Macri e gli Stati Uniti». 

L’Argentina riuscirà mai ad uscire dalla sua crisi economica? 

«Dopo l’esito di queste votazioni l’Argentina non mi sembra in grado di uscire dalla crisi. Molto dipenderà anche da ciò che accadrà in Brasile e in Cile, ma in ogni caso con Milei non ci saranno grandi cambiamenti. Non bisogna farsi abbacinare dalle sue dichiarazioni folkloristiche. Alla fine tornerà a più miti consigli. Macri e i sindacati gli faranno capire che il mondo non è fatto solo delle sue follie. E probabilmente il primo a saperlo è proprio lui».

Tra meno di un anno si vota negli Stati Uniti d’America. L’onda anti-sistema vista in Argentina spingerà anche il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca?

«Il successo di Milei in Argentina rappresenta una vittoria internazionale per Trump. L’attuale contesto di incertezza e debolezza internazionale lo favorisce. Lui è l’espressione di un potere debole, delle divisioni del deep state. Chi ha vinto veramente in Argentina è Trump e questo è molto preoccupante proprio perché lascia presagire una sua probabile vittoria alle elezioni statunitensi del prossimo anno. E allora sì sarà dura perché gli Stati Uniti si ritireranno, la Russia acquisterà un vigore imperialistico e Hamas continuerà con le sue politiche di morte. Quello che è accaduto in Argentina può essere l’anticipazione di ciò che accadrà negli Stati Uniti. E questo mi preoccupa molto». 

Commenta