Condividi

Banner FIRSTonline

L’economia digitale ci cambia la vita, tra effetto cocktail party e cellulari come slot machine: “I dati sono il nuovo petrolio”

Nel suo bestseller “The Sirens’ Call: How Attention Became the World’s Endangered Resource”, il giornalista del New York Chris Hayes spiega come l’attenzione sia ormai diventata la commodity più preziosa per un’economia sempre più basata su quanto tempo passiamo sul cellulare e sui social

L’economia digitale ci cambia la vita, tra effetto cocktail party e cellulari come slot machine: “I dati sono il nuovo petrolio”
Banner FIRSTonline

Non deve sorprendere che per l’economia del “dataismo”, cioè quella contemporanea basata sui dati e su giganteschi flussi di informazioni, la risorsa più preziosa sia l’attenzione delle persone e cioè dei consumatori. “I dati sono il nuovo petrolio” è il mantra dell’economia do oggi: nel 1961 sei delle prime dieci aziende Usa per profitti erano petrolifere, e le restanti automobilistiche o industria; oggi sono Microsoft, Alphabet, Meta, Amazon, Apple. Per queste imprese la vera sfida è dunque catturare la nostra atttenzione, lucrando sul tempo sempre maggiore che passiamo sullo smartphone e vendendo pubblicità a peso d’oro. Non c’è nemmeno bisogno di mantenerla a lungo quella attenzione, basta appunto catturarla, come spiega il giornalista del New York Times Chris Hayes nel suo libro dal titolo “The Sirens’ Call: How Attention Became the World’s Endangered Resource”, tradotto in italiano con “Il canto delle sirene. Dentro il sistema che cattura, seduce e monetizza la nostra attenzione”, esattamente come succede ad Ulisse nell’Odissea.

Hayes paragona l’attuale sistema capitalistico al meccanismo delle slot machine, evidenziando come queste siano diventate lo strumento più redditizio dei casinò a scapito dei giochi da tavolo tradizionali. Attraverso la ricerca dell’antropologa Natasha Dow Schüll, il testo esplora il concetto di dipendenza dal gioco, suggerendo che i giocatori non cerchino necessariamente il guadagno economico: al contrario, l’attrattiva principale risiede in uno stato di trance ipnotico generato dal ritmo incessante e stimolante della macchina. Questa condizione, definita come un flusso continuo, permette all’individuo di isolarsi completamente dal mondo esterno. In definitiva, la tecnologia del gioco d’azzardo viene descritta come un sistema meticolosamente progettato per catturare l’attenzione umana in modo ripetitivo e compulsivo.

E’ esattamente su questo modello che operano i social network, soprattutto quelli con un flusso continuo di immagini e video a scorrimento veloce, come Instagram e ancora di più TikTok, che proprio come delle slot machine catturano l’attenzione dell’utente per brevi ma frequentissimi e potenzialmente infiniti intervalli temporali. Anzi, a volte è lo stesso algoritmo di Instagram ad interrompere lo scroll invitandoci a “prenderci una pausa”, un po’ come farebbe, contro il suo interesse ma mosso da compassione, il gestore di un bar suggerendo ad un cliente troppo incallito con le slot machine di fermarsi un attimo. Le grandi aziende tecnologiche non hanno più bisogno di creare contenuti di qualità, gli basta identificare e ripetere ciò che ci tiene incollati allo schermo: in definitiva frammentano la nostra attenzione a fini di lucro. Ma come fanno a sapere ciò che davvero ci può interessare, seppur per pochissimi secondi? Attraverso algoritmi sempre più sofisticati che sono in grado di rivolgersi direttamente a noi: una versione moderna e ultra personalizzata del buon vecchio “I want you” dello Zio Sam per reclutare soldati.

Prima dell’era moderna, infatti, il massimo che si poteva fare per nominare direttamente la persona di cui si voleva catturare l’attenzione era cercare di rivolgersi a un modello generico del proprio obiettivo: la casalinga per la quale il sapone per il bucato era perfetto; l’uomo elegante di città al quale si volevano vendere sigarette, e così via. Oggi invece è diverso: tutti noi, scrive Hayes nel suo libro, abbiamo già sorriso di fronte a e-mail di raccolta fondi che si rivolgono a noi con il nostro nome di battesimo e adottano il tono informale e colloquiale di un amico stretto: “Chris! Il tempo sta scadendo e ho notato che non hai ancora fatto la tua donazione. So quanto tieni alla vittoria questo autunno, abbiamo bisogno della tua donazione adesso!”. La sensazione di riconoscimento in quel micro-istante in cui vediamo un testo con il nostro nome di battesimo, “Chris!”, è il potere dell’attenzione sociale.

Esistono tre tipi attenzione: quella volontaria, difficilissima da catturare ma non così fondamentale per il sistema economico di cui stiamo parlando, quella involontaria che è paragonabile ad un vassoio che cade fragorosamente distraendoci da quello che stiamo facendo, e poi appunto quella sociale. Per spiegarla, Hayes ricorre all’effetto cocktail party, studiato per la prima volta dallo psicologo Colin Cherry nel 1953: la nostra attenzione è selettiva ma, al contrario di quasi tutti gli altri stimoli, ascoltare il nostro nome in una conversazione parallela durante un cocktail party ha una risonanza speciale. Questo implica che, anche quando si è assorti in una conversazione e si ignorano le altre di fianco a noi in un locale, qualche componente del nostro cervello, come una sentinella, monitora tutte le altre conversazioni alla sua portata alla ricerca di alcune parole chiave, in particolare il proprio nome.

Ciò accade perché è il segnale che qualcuno ci sta prestando attenzione: possiamo prestare attenzione alle cose e alle persone, e le persone possono prestare attenzione a noi. “Ciò innesca la parte più fondamentale della nostra natura sociale: il fatto che possiamo vivere solo se riceviamo l’attenzione di qualcuno, in qualche luogo, fin dal momento della nostra nascita”, scrive Hayes. E la natura del mondo digitale moderno è tale che chi desidera la nostra attenzione può identificarci in modo molto specifico: i grandi gruppi della Silicon Valley conoscono sempre più a fondo chi siamo e possono catturare la nostra attenzione sociale. Tutti noi abbiamo vissuto l’esperienza di essere fermati per strada da un volontario per raccogliere fondi per qualche causa. “Ma immaginate – esemplifica Hayes – quanto sarebbero più efficienti questi reclutatori se fossero stati armati dei nomi di ogni passante, oltre a informazioni personali. Immaginate se la persona, invece di dire: “Ehi, hai un minuto per l’ambiente?”, dicesse: “Ehi, Chris, so che a te piace fare escursioni nel nord dello Stato e mi piacerebbe sapere se posso parlarti del sostegno alle foreste di laggiù”.

Questo è esattamente ciò che Internet, come macchina, è attrezzato per fare. Una parte enorme del commercio online consiste nel creare questo tipo di forma superspecifica di attenzione sociale rivolta a noi. La tecnologia pubblicitaria funziona aggregando enormi quantità di dati personali sulle nostre identità sociali – amante della pasta, giocatore di pallavolo, fan della fantascienza, etc – e, successivamente, utilizzando questi dati per attirare la nostra attenzione, anche solo per pochi secondi, ma potenzialmente infinite volte. “Questa è la vera forza del capitalismo dell’attenzione – conclude Hayes -. Non si limita a competere per la tua attenzione: la fabbrica, dirigendola dove è più redditizio. E così facendo modella la nostra percezione della realtà e influenza le nostre decisioni senza che ce ne rendiamo nemmeno conto”.

Questo cambio di paradigma, ovviamente, genera delle preoccupazioni, come in passato tutte le grandi novità hanno inquietato l’umanità. Hayes nel suo libro porta alcuni esempi illuminanti. Ad incominciare proprio dall’utilizzo dei social network: nel 2009 si sosteneva, ad esempio, che usare Facebook aumentasse il rischio di cancro o che avrebbe distrutto un’intera generazione agendo su di essa come una sorta di “eroina digitale” e generando ansia, pigrizia e ignoranza. Previsioni non troppo lontane dalla realtà, a dire il vero. Ancora prima, nel 1929, il New York Times era arrivato a chiedersi se la radio, il grande mezzo di comunicazione dell’epoca, potesse provocare malattie al sistema nervoso. Letta oggi, questa previsione fa persino sorridere, così come fa sorridere pensare a Giovanni Verga nelle vesti di complottista ante litteram, quando nel romanzo I Malavoglia fa sostenere a padron Cipolla la bizzarra tesi per cui la colpa della mancanza di pioggia sarebbe dei fili del telegrafo.

Ma c’è di più. L’insofferenza verso i cambiamenti tecnologici o anche solo culturali risale all’antichità. Nel Fedro di Platone, Socrate se la prende addirittura con la scrittura: “Se gli uomini impareranno a scrivere, smetteranno di praticare l’esercizio della memoria, dipendendo da ciò che viene scritto e ricordandosi delle cose non perché sono in grado di trovarle dentro loro stessi ma affidandosi a fonti esterne”. Se fosse ancora vivo, verrebbe da far notare a Socrate che la nostra memoria è ben più frammentata e compromessa oggi, bombardati come siamo ogni giorno da centinaia di inutili informazioni sul cellulare, che non se ci mettessimo a scrivere con carta e penna. Al contrario, scrivere e leggere – testi di una certa consistenza però, non tweet – ci farebbe soltanto che bene oggigiorno.

Sì, perché abusare della nostra attenzione significa indebolirla e indebolire anche la nostra memoria: uno studio di Microsoft Canada del 2015 rivela che la soglia massima dell’attenzione media dell’essere umano contemporaneo è di appena 8 secondi, un tempo persino inferiore a quello di concentrazione stimato per un pesce rosso. E, aggiunge la giornalista Lisa Iotti nel suo libro intitolato proprio 8 secondi, abbiamo di fatto smesso di compiere lo sforzo di ricordare: la rete è diventata una sorta di “hard disk esterno” della nostra mente. Poiché sappiamo di poter reperire qualsiasi dato in tempo reale, il cervello evita di immagazzinarlo per risparmiare energia, e finisce per non praticare più l’esercizio della memoria.

Eppure siamo noi stessi a sottoporci volontariamente a tutto questo. La Circe nell’Odissea fa in modo che solo l’equipaggio e non anche Ulisse abbia le orecchie tappate per non sentire il canto delle sirene, perché sa che lui troverebbe irresistibile quel richiamo. La verità è che non ci piace annoiarci, abbiamo bisogno di riempire ogni piccolo momento di vuoto tirando fuori il cellulare dalla tasca sebbene, osserva ancora Liotti, la noia sarebbe invece una risorsa fondamentale contro l’iperconnessione. Nel 2014 gli psicologi della Virginia University hanno chiesto ad alcune persone di stare un quarto d’ora da sole sedute in una stanza senza fare niente. Tutti hanno reagito con insofferenza e in molti, soprattutto uomini, hanno preferito ricevere stimoli negativi – nel caso scariche elettriche – piuttosto che nessuno stimolo.

Del resto lo diceva anche Blaise Pascal, nei suoi Pensieri, che “tutta l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa: non sapersene stare in pace in una camera”. E non dipende solo dallo smartphone: quest’ultimo ci permette più di ogni altra cosa di placare la nostra atavica fame di distrazioni, la nostra ossessione di tenere occupata la mente. Ma eravamo così anche da bambini, quando non c’erano i cellulari: durante la colazione molti di noi, tanto per fare un esempio, si mettevano a leggere gli ingredienti sulla confezione dei cereali pur di “fare qualcosa”. Infine, Hayes cita una vignetta apparsa nel 1907 sul Journal of Education: una famiglia è riunita in salotto e, anziché conversare, tutti hanno gli occhi fissi su giornali e riviste. Ricorda qualcosa?

(se siete arrivati alla fine di questo articolo, la vostra attenzione non è ancora compromessa)

Commenta