Il caro carburante non pesa più soltanto sui pieni alla pompa. Sta già scaricando i suoi effetti sui prezzi al dettaglio, soprattutto nel comparto alimentare fresco, quello che dipende in modo diretto dal trasporto su gomma. È da qui che parte l’allarme lanciato da Assoutenti, che sui dati Istat fotografa una nuova impennata dei listini e avverte: “Il caro-carburante fa volare anche il prezzo degli alimentari”.
Caro carburante: la fiammata dei prezzi corre su gomma
Secondo l’analisi dell’associazione, i rincari colpiscono in primo luogo frutta, verdura e prodotti freschi, cioè le merci più esposte all’andamento del gasolio lungo la rete distributiva nazionale. A guidare gli aumenti sono le melanzane, che segnano un balzo del 21,5% su base annua. Subito dietro si collocano i piselli con un +19,6% e i frutti a bacche, dai mirtilli ai lamponi, fino a more e ribes, con un +16,3%.
La corsa dei prezzi coinvolge anche zucchine, in aumento dell’11,1%, limoni a +10,8%, fragole a +10,4%, legumi a +9,9% e pomodori a +9%. Non si fermano neppure altri prodotti di largo consumo come carciofi, uova, carne bovina, carne ovina, cavolfiori, broccoli, agrumi e peperoni. Per Assoutenti la situazione è semplice: quando il trasporto costa di più, il conto arriva rapidamente fino agli scaffali e alle tasche delle famiglie.
L’appello al governo e il timore di nuove speculazioni
A indicare il legame tra rincaro dei carburanti e aumento dei prezzi alimentari è il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, che osserva: “Sui prezzi del comparto alimentare sta incidendo l’escalation dei carburanti che ha aggravato i costi di trasporto specie per i prodotti freschi che vengono trasportati su gomma lungo la Penisola”. Da qui la richiesta rivolta all’esecutivo, quella di prorogare il taglio delle accise fino al termine dell’emergenza e di mantenere alta l’attenzione contro possibili anomalie nei listini.
L’ondata dei rincari, del resto, non si esaurisce nel carrello della spesa. Assoutenti segnala aumenti consistenti anche in altri settori: i gioielli salgono del 33,5% sull’onda delle quotazioni dell’oro, i voli nazionali del 12,6%, i collegamenti europei del 6%, mentre legna da ardere, pellet e servizi di corriere mostrano a loro volta incrementi significativi.
Ma è sul cibo che l’impatto diventa più immediato e socialmente più sensibile.
Sciopero camionisti iniziato: ora la logistica entra nella fase più delicata
Su questo scenario già teso si innesta ora la protesta degli autotrasportatori. Dalla mezzanotte di oggi, lunedì 20 aprile, è infatti partito il fermo nazionale dei camion proclamato da Trasportounito, con una mobilitazione destinata a proseguire fino al 25 aprile. La categoria denuncia una situazione ormai fuori controllo. Nelle scorse settimane il presidente di Trasportounito, Franco Pensiero, aveva parlato di “un’assoluta emergenza, causata dal rincaro fuori controllo del carburante”, aggiungendo che l’aumento dei costi “incide in modo letale su bilanci già fragilissimi delle imprese di autotrasporto”.
Alla protesta si somma anche la pressione di Unatras, che giudica insostenibile il quadro economico del settore. L’associazione sostiene che le imprese stiano ormai operando senza margini e chiede misure immediate, ritenendo insufficiente la proroga del taglio lineare delle accise di 20 centesimi al litro, già assorbita dal rialzo del prezzo industriale. Il nodo, in sostanza, è sempre lo stesso. Il carburante continua a salire e le compensazioni fin qui previste non bastano più a tenere in piedi i conti delle aziende.
Il rischio servizi e rifornimenti
Con il fermo già avviato, la preoccupazione si sposta adesso sugli effetti concreti lungo la catena delle forniture. Il trasporto su gomma resta l’asse portante della movimentazione delle merci e ogni rallentamento può tradursi in ritardi nelle consegne, tensioni nei magazzini e difficoltà di approvvigionamento, soprattutto per i beni più deperibili. Il timore maggiore riguarda proprio i prodotti alimentari essenziali, quelli che hanno tempi stretti e meno margini di stoccaggio.
A lanciare un ulteriore segnale d’allarme è anche Agens, che chiede di estendere il credito d’imposta sui costi energetici al trasporto pubblico locale. Secondo l’associazione, “Il perdurare della crisi in Medio Oriente ha innescato uno shock petrolifero, portando a una forte volatilità dei prezzi e a timori sulla regolarità delle forniture di gasolio, gas naturale ed energia elettrica”.
Agens avverte inoltre che “Si tratta di una misura che, da sola, non basta a sostenere nessun settore” e quantifica l’impatto economico in oneri giornalieri aggiuntivi per 0,54 milioni di euro sul solo diesel, oltre a un extracosto annuo prospettico superiore ai 200 milioni per il trasporto pubblico locale, che supera i 400 milioni considerando anche il trasporto commerciale legato al restante 47% della flotta nazionale. Il rischio, avverte l’associazione, è che aziende già in sofferenza siano costrette a ridurre i servizi o, nel peggiore dei casi, a fermarsi.
