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Geopolitica delle materie prime: dai “sempreverdi” petrolio e rame fino all’Underdog platino

Il nuovo libro di Maurizio Mazziero e Paolo Gila, edito da Hoepli, e intitolato “Geopolitica delle Terre Rare. La sfida strategica per la nuova rivoluzione industriale: protagonisti e investimenti” arriva in libreria in un momento di grande interesse in cui ogni giorno le novità finanziarie si intrecciano con quelle geopolitiche

Geopolitica delle materie prime: dai “sempreverdi” petrolio e rame fino all’Underdog platino

Il novero delle materie prime che decideranno gli equilibri di potenza internazionali contiene vecchie conoscenze della geopolitica e nomi quasi sconosciuti. I magneti permanenti al neodimio sono fondamentali nei motori elettrici ad alta efficienza, ma servono anche per le turbine eoliche. Il praseodimio è utilizzato nei magneti e negli schermi di cristalli liquidi, il lantanio invece è fondamentale nelle batterie agli ioni di litio e nelle lenti delle fotocamere. Per non parlare di tutti i minerali rari che servono per le apparecchiature medicali. Ma è soprattutto il catalogo dei metalli preziosi che servono nella produzione di apparecchiature militari ad allungarsi anno dopo anno. Di conseguenza, il predominio militare passa sia attraverso la frontiera tecnologica sia attraverso le materie prime che servono per assemblare satelliti, droni, missili e sottomarini. Materiali speciali come il neodimio-ferro-boro e il samario-cobalto.

È una miniera di informazioni il nuovo libro di Maurizio Mazziero e Paolo Gila, “Geopolitica delle Terre Rare. La sfida strategica per la nuova rivoluzione industriale: protagonisti e investimenti” (Hoepli), una sorta di bussola degli elementi in grado di connettere le grandi questioni di politica internazionale e quelle connesse alla competizione industriale delle maggiori economie manifatturiere.

“Le materie prime sono un tassello dello scontro tra le due grandi superpotenze, gli Stati Uniti e la Cina. Gli americani devono far fronte ad un declino strutturale delle proprie disponibilità finanziarie e allo stesso tempo devono rispondere in grande fretta a più di vent’anni persi nella partita globale sulle terre rare”, spiega l’analista Maurizio Mazziero. I processi di centralizzazione strategica della filiera delle terre rare, voluta dalla leadership del Partito Comunista Cinese, nascono invece già nei primi anni Novanta, con programmi specifici per ampliare la capacità cinese di governare la produzione e la raffinazione dei minerali protetti e strategici.

La Cina e la città delle terre rare

“L’estrazione delle terre rare presenta alte difficoltà di raffinazione. Si utilizzano processi chimico-industriali che impattano sull’ambiente, con dei costi ambientali e sociali che gli occidentali faticherebbero a sopportare. Ogni anno centinaia di migliaia di quintali di terra macinata, frutto dell’estrazione del ferro e contenenti terre rare, vengono mandati in Cina anche dagli Stati Uniti per essere raffinati e processati chimicamente”. In Cina, nella parte occidentale della Mongolia Interna, si trova la città di Bayan Obo, la “Città delle terre rare”, da cui dipende una fetta importante delle tecnologie avanzate del mondo. Oltre ad essere una città strategica per l’industria cinese è allo stesso tempo una delle aree più inquinate del pianeta.

La Cina considera le terre rare un vero e proprio patrimonio dello Stato: è lo Stato a decidere a chi venderle e in quali quantità, non si tratta di una libera contrattazione nella disponibilità delle imprese private. “Le rappresaglie sulle materie prime sono una delle armi più potenti nella sfida tra americani e cinesi. Durante la prima amministrazione Trump, la Cina ha bloccato l’acquisto di soia dagli Usa in rappresaglia ai dazi e lo ha fatto anche nei mesi scorsi. Il contraccolpo per gli Stati Uniti è stato notevole: hanno dovuto sussidiare con miliardi di dollari gli agricoltori della Corn Belt”.

Il riposizionamento strategico degli Stati Uniti

L’intensità del riposizionamento strategico degli Stati Uniti ha subito un cambio di passo con il “target Groenlandia”. La volontà del Presidente degli Stati Uniti di acquistare o di invadere un pezzo di una regione europea ha innescato un deterioramento delle relazioni transatlantiche ad un livello mai visto dal Secondo Dopoguerra. “Non è solo una questione di riserve minerarie. La Groenlandia è un piccolo continente di ghiaccio cruciale per il passaggio delle rotte artiche, il famoso passaggio a Nord-Ovest, la rotta navale che collega l’Atlantico e il Pacifico. La tratta cargo Tokyo-New York avrebbe un risparmio di circa 4.000 km, meno tempo e minori costi per le compagnie di navigazione. Gli americani avrebbero anche la possibilità di riscuotere tariffe per il passaggio. Non ci solo questioni mercantili, ma anche di sicurezza. Il Golden Dome è lo scudo missilistico che dovrebbe proteggere gli americani dagli attacchi balistici della Russia: il punto di cosiddetto di azimut dei missili verso gli Stati Uniti si trova proprio sopra la Groenlandia”.

Nei mesi scorsi abbiamo visto emergere un’altra questione di riposizionamento strategico degli Stati Uniti, localizzata geograficamente in America Centrale, a Panama. Nella visione americana i porti di Balboa (lato Pacifico) e di Cristobal/Colon (lato Atlantico) dovevano per forza di cose ritornare sotto il controllo a stelle e strisce. “Lo Stretto è nevralgico perché permette alle flotte atlantiche di raggiungere il Pacifico in modo rapido. Il futuro della contrapposizione tra cinesi e americani sarà nel Pacifico”.

La geopolitica del Petrolio

Sempre nel giardino americano, in Venezuela, si colloca un altro Paese chiave per il nuovo equilibrio di potenza voluto dagli Stati Uniti. Il 3 gennaio scorso, con l’operazione “Absolute Resolve”, l’Amministrazione Trump ha destituito il presidente Nicolás Maduro portandolo in carcere a New York direttamente da Caracas. Al di là di tutte le più o meno condivisibili considerazione sulla necessita di destituire Maduro, le mosse e contromosse anche nel nuovo corso delle relazioni internazionali prevedono il governo della produzione e dei prezzi del petrolio. “In Venezuela si stimano le maggiori riserve di petrolio di greggio, circa il 17-18% del mondo. Al ritmo di estrazione attuale gli Stati Uniti, attraverso il metodo del fracking, hanno riserve per 7-10 anni. Il Venezuela ai ritmi attuali avrebbe circa 900 anni di orizzonti estrattivi. Il petrolio oggi è a prezzi bassi ma fra un paio d’anni potrebbe essere destinato a salire. E, infatti, Donald Trump vuole “mettere in sicurezza” la produzione del petrolio venezuelano con l’intervento delle corporation americane”.

Il petrolio e la sua geopolitica impregnata di un super-realismo, dove a contare nei rapporti di forza globale sono la tecnologia e le risorse utili per governare i processi industriali, si trova in grandi quantità, per esempio, anche in Nigeria, target dei raid aerei statunitensi a fine dello scorso anno. Obiettivi dell’attacco americano: i due campi militari legati ai gruppi terroristici nella foresta del Baunei, a nord-ovest del Paese. “La Nigeria è un paese ad altissimo valore petrolifero: gli Stati Uniti colpiscono con finalità diverse ma è chiaramente visibile la strategia che seguono. Quando Trump posta l’immagine con il Canada, Cuba e la Groenlandia sotto la bandiera statunitense non lo fa così, tanto per fare. Sono avvisi per i naviganti».

La riorganizzazione della politica estera statunitense, orientata ormai su una frequenza di interventi all’estero che lasciano cadere nel vuoto l’idea di un ritorno all’isolazionismo intento a curare le ferite economico e finanziarie domestiche, al momento vede il “quasi” silenzio dei cinesi, dei russi e dell’Europa. Si traccia, però, un via libera di fatto dell’intervento cinese su Taiwan. Con quali pretese il vecchio mondo occidentale potrebbe obiettare qualcosa a Pechino? “Si tratta solo di definire quando i cinesi faranno la “loro” operazione. Il destino dell’isola è già segnato, perché la Cina deve fronteggiare la sua principale questione geostrategica. Ovvero quella sorta di sbarramento verso l’uscita nel Pacifico che è rappresentato dal Giappone a nord, al centro da Taiwan e più giù dalle Filippine. La potenza navale cinese se vuole controllare le rotte marittime in quell’area dell’Oceano ha bisogno di Taiwan“.

La corsa inarrestabile dell’oro

La velocizzazione impressa dal secondo mandato di Trump alla sfida tra i diversi blocchi mondiali sta producendo un’incertezza (geo)strategica perfettamente rappresentata dalla corsa inarrestabile del prezzo dell’oro: il metallo giallo sta superando ogni record, mese dopo mese, archiviando tutte le previsioni degli analisti. “La Cina, di concerto con il blocco dei Brics, sta cercando di organizzare un’unità di conto negli scambi commerciali e finanziari indipendente dal dollaro, collegata alle principali valute dei Paesi emergenti e al Renminbi. Per fare questo ha bisogno di accumulare collaterale in oro: i risultati sono evidenti sul prezzo del metallo e potrebbero diventare altrettanto evidenti anche sul corso dei Treasury”, continua Maurizio Mazziero.

Il ruolo dell’Africa

Un altro scacchiere dove la Cina sta giocando la sua partita geopolitica delle materie prime, e di proiezione dei suoi interessi e collegamenti fuori dall’Asia, è il continente africano. Quasi il 70% della domanda globale di cobalto, utilizzato nei catodi delle celle agli ioni di litio, è soddisfatta dalla Repubblica Democratica del Congo, secondo le analisi dell’ISPI. La Cina controlla 8 su 14 delle più importanti miniere del Paese, con i russi deputati alla sicurezza delle miniere attraverso società specializzate di contractors paramilitari. Con l’avanzamento cinese in Africa si è assistito anche alla marginalizzazione quasi assoluta dei vecchi legami costruiti nei decenni dalle potenze europee. “In disarmo è soprattutto la Francia, buttata fuori come forza coloniale da gran parte dei paesi dove manteneva un’influenza reale. La Cina è entrata in Africa senza condizionamenti post-coloniali, ma a forza di prestiti e di grandi infrastrutture. Anche la Russia, che in Africa ha una presenza più antica, si propone come una forza in grado di dare stabilità e sicurezza. In Mali o in Niger le truppe private russe fanno servizi “di ogni genere”. Anche la Turchia vuole superare i suoi confini di presidio in Libia e ambisce ad andare oltre il deserto, proprio per organizzarsi come potenza continentale. L’Africa ha delle ricchezze di materie prime ad oggi inimmaginabili”.

Occhio al platino e al rame

Tra vecchi elementi naturali al centro delle relazioni internazionali novecentesche, come il petrolio, e nuovi minerali determinanti per le industrie dell’economia moderna, chiediamo a Maurizio Mazziero se esiste una materia prima “Underdog”, nel senso di un materiale che potrebbe diventare davvero determinante nel grande mercato delle terre rare e finora poco “corteggiato”. “Direi il platino, perché non sarà solo il catalizzatore che serve alle marmitte ma diventerà cruciale in altri importanti processi chimici. L’idrogeno potrebbe diventare determinante per produrre energia nei comparti più energivori, come la siderurgia, le piastrelle, il cemento. L’idrogeno si produce con l’elettrolisi e serve il platino”.

Tra il platino “Underdog” e il petrolio “evergreen”, un’altra vecchia conoscenza che potrebbe aumentare la propria capacità di movimentare il mercato delle materie prime è senza dubbio il rame. “Perché è fondamentale in tutte le infrastrutture moderne, dai cloud alle turbine dei motori. Per una macchina a benzina ne servono circa 27 kg, per un’elettrica quasi 60. Ad oggi, non ci sono nuovi giacimenti nel mondo ed entro il 2030 ne entreranno in funzione solamente due. Si tratta di due miniere in Indonesia, scoperte all’incirca trent’anni fa. Ci sono, poi, difficoltà di gestire anche le attuali grandi miniere: la miniera Escondida in Cile è un colosso che comincia ad avere qualche grana. Per ora, siamo in equilibrio: tanto rame si produce nel mondo tanto se ne consuma, ma la situazione potrebbe cambiare in poco tempo. Anche se trovassimo nuove miniere, con la tecnologia attuale saremo in grado di metterle in funzione non prima di 15-16 anni”.

E l’Unione europea?

Dove si colloca l’Unione Europea all’interno di questo risiko delle materie prime che a sua volta si inserisce in un riassetto secolare delle relazioni internazionali? Per l’Unione Europea intervenire su questioni di strategia internazionale significa toccare i tasti dolenti della politica estera e della difesa comune. “Non solo, perché l’Europa deve ripensare prima di tutto la propria politica energetica, per non far tracollare le proprie industrie. La transizione verde è sostanzialmente ancora tutta da fare e prima di essere autonomi, o quasi, anche gli Europei devono pensare a qualcosa di serio sul gas e sul petrolio”.

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