In seguito all’assassinio dell’attivista americano conservatore Charlie Kirk – il co-fondatore e leader dell’organizzazione Turning Point Usa nel 2012, oggi apertamente filotrumpiana, ancorché con alcuni distinguo – il vicecapo di gabinetto della Casa Bianca, Steven Miller, ha dichiarato di essere pronto a “smantellare i gruppi di sinistra radicale che fomentano la violenza”, in quanto sarebbero responsabili di ispirare attentati terroristici, cospirazioni e insurrezioni contro gli Stati Uniti.
A sua volta, Donald Trump ha minacciato di far revocare le licenze di trasmissione alle reti televisive che danno spazio a coloro che hanno gettato ombre sulla figura di Kirk e ne hanno ricordato le posizioni più reazionarie. Quello del tycoon non è un avvertimento da prendere sotto gamba, perché Brendan Carr, il presidente della Federal Communications Commission, l’agenzia federale che sovrintende alle telecomunicazioni, è stato nominato a questa carica proprio da The Donald.
Inoltre, commemorando Kirk al suo funerale domenica scorsa, Trump ha aggiunto che l’uccisione del leader di Turning Point Usa avrebbe rappresentato “un attacco contro le nostre libertà più sacre e i diritti che Dio ci ha dato”.
Alla luce di tale iperbolica generalizzazione degli obiettivi attribuiti dal tycoon all’uccisione di Kirk, pare ragionevole ipotizzare che Trump intenda sfruttare l’ondata emotiva provocata dallo sdegno per l’omicidio allo scopo di criminalizzare i propri oppositori, soprattutto quelli che operano nel campo dell’informazione, e voglia trovare così un modo per mettere a tacere il dissenso nei confronti del governo.
Durante il suo primo mandato, The Donald aveva più volte definito “nemici del popolo” i giornalisti che lo avevano criticato. Adesso la trasformazione di Kirk in un martire della causa conservatrice offre a Trump l’opportunità di passare dalla stigmatizzazione verbale dei suoi contestatori alle vie di fatto.
Non a caso, numerosi osservatori autorevoli, da Christoper Grimes sul “Financial Times” a Paolo Valentino sul “Corriere della Sera”, hanno iniziato a interrogarsi su un possibile ritorno del maccartismo negli Stati Uniti.
Del resto, in attesa delle iniziative prefigurate da Miller e dallo stesso presidente, alcuni dipendenti federali che sui social avevano dipinto Kirk come un istigatore di odio che, in sostanza, era andato a cercarsela sono già stati licenziati.
Il maccartismo
Il termine maccartismo, riemerso improvvisamente nelle cronache politiche, fu una campagna repressiva, con risvolti apertamente e deliberatamente persecutori, contro la presunta sovversione interna che investì gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda. Fu un riflesso in politica interna del contrasto che si stava svolgendo in campo internazionale tra Washington e Mosca.
In aperta violazione delle libertà civili (non ultimo il diritto a un processo equo) e del principio della libertà di espressione (protetta dal primo emendamento della Costituzione), il maccartismo tese a equiparare in modo sommario e arbitrario gli iscritti e i fiancheggiatori del partito comunista degli Stati Uniti ad agenti del nemico americano dell’epoca, l’Unione Sovietica, e li perseguì come traditori che minacciavano la sicurezza nazionale.
A scatenare quella che divenne una vera e propria “caccia alle streghe” fu il senatore repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy. Il 9 febbraio 1950 McCarthy convocò una conferenza stampa per annunciare di essere in possesso di una lista di oltre duecento funzionari del Dipartimento di Stato, legati in qualche maniera al comunismo, che il presidente democratico Harry S. Truman si sarebbe rifiutato di destituire nonostante conoscesse il loro orientamento politico e le loro attività al servizio di Mosca. Il senatore non fornì mai i nominativi delle persone in questione, ma le sue accuse sembrarono plausibili.
L’anno precedente l’Unione Sovietica aveva realizzato la sua prima bomba atomica con largo anticipo sui tempi stimati dall’intelligence americana, destando il sospetto che Mosca si fosse avvalsa di informazioni reperite attraverso attività spionistiche in America. Inoltre, il leader comunista Mao Zedong era arrivato al potere in Cina, rovesciando il presidente nazionalista Chiang Kai-shek, fedele alleato statunitense in Estremo Oriente, senza che Washington avesse apparentemente fatto niente per intralciarlo. Pareva, pertanto, sensato concludere che l’apparato del governo fosse stato davvero infiltrato da traditori filosovietici.
La lotta contro i presunti collaboratori di Mosca si estese ben presto dall’amministrazione federale all’intera società americana, grazie anche a un provvedimento approvato d’urgenza, il McCarran Internal Security Act del 1950. La legge, tra le altre disposizioni, imponeva la registrazione delle organizzazioni di orientamento comunista e, indirettamente, dei loro membri. Inoltre, vietò ai comunisti di lavorare per l’amministrazione federale e in settori sensibili dell’economia, a partire dall’industria bellica.
L’effetto a valanga di questa e altre disposizioni provocò migliaia di licenziamenti, spesso conseguenza di semplici sospetti e illazioni, anche in campi che non avevano niente a che vedere con la sicurezza nazionale, e centinaia di arresti di chi non ammetteva di essere un simpatizzante di Mosca nel corso di inchieste condotte dal Comitato sulle Attività Antiamericane della Camera e dai Sottocomitati sulla Sicurezza Interna e sulle Investigazioni del Senato (quest’ultimo presieduto proprio da McCarthy).
Infatti, l’appellarsi al V emendamento della Costituzione, che consente di non testimoniare contro se stessi, fu spesso equiparato a una forma di oltraggio nei confronti degli inquirenti e venne, quindi, sanzionato.
Il maccartismo causò anche due condanne a morte, poi eseguite. I coniugi Julius e Ethel Rosenberg, due fisici sempre proclamatisi innocenti, furono giustiziati nel 1954 per avere aiutato lo scienziato atomico britannico di origini tedesche Klaus Fuchs a passare segreti nucleari a Mosca. La desecretazione dei documenti sovietici dopo la fine della Guerra Fredda avrebbe dimostrato la colpevolezza di Julius, a fronte dell’innocenza di Ethel. Però, in ogni caso, restava la sproporzione tra il reato e la pena, anche in considerazione del fatto che Fuchs, reo confesso, era stato condannato in Inghilterra a quattordici anni di detenzione e fu scarcerato per buona condotta dopo nove.
Il tramonto di McCarthy
Il partito repubblicano sfruttò la demagogica campagna di McCarthy per screditare il partito democratico in vista delle elezioni presidenziali del 1952 e per portare così alla Casa Bianca il proprio candidato, Dwight D. Eisenhower.
Tuttavia, McCarthy, inebriato dalla notorietà ricevuta fino a quel momento e desideroso di aumentarla per gratificazione personale, continuò a lanciare accuse contro le infiltrazioni comuniste nell’amministrazione federale, quasi non avvedendosi del fatto che, con l’entrata in carica di Eisenhower, i suoi attacchi erano diventati controproducenti da un punto di vista politico perché andavano a colpire il suo stesso partito, che adesso controllava il governo. Inoltre, i media, inizialmente collusi con il senatore repubblicano, cominciarono a prenderne le distanze.
Il 16 febbraio 1950, una settimana dopo le dichiarazioni iniziali di McCarthy, Truman aveva tenuto una contro-conferenza stampa e aveva denunciato che in quanto aveva affermato il suo critico “non c’era una parola di verità”. Tuttavia, solo diciotto delle 129 principali testate giornalistiche del Paese riportarono le parole del presidente. Il 90% della stampa nazionale ignorò l’affermazione di Truman. Nel contesto del clima di diffuso anticomunismo, editori, network radiofonici e le nascenti reti televisive temettero di perdere inserzionisti pubblicitari se avessero consentito ai loro di mettere in discussione l’apparente patriottismo della campagna di McCarthy.
La CBS giunse addirittura a imporre ai propri redattori di giurare di non essere comunisti e nel 1951 stilò una lista nera di giornalisti a cui non avrebbe dato lavoro per atteggiamenti considerati troppo progressisti e quindi passibili di filocomunismo.
Questo elenco di proscrizione era stato ispirato da Red Channles, un pamphlet pubblicato nel giugno del 1950 dalla rivista iperconservatrice “Counterattack”, che conteneva i nominativi di 151 giornalisti, scrittori e personaggi del mondo dello spettacolo ai quali imputava di simpatizzare con l’Unione Sovietica, solo perché in un passato neppure troppo vicino avevano preso parte a iniziative “sospette” come scioperi, proteste contro il nazifascismo alla vigilia della seconda guerra mondiale e addirittura manifestazioni di solidarietà con il legittimo governo repubblicano al tempo della guerra civile spagnola tra il 1936 e il 1939.
Nondimeno, proprio dalla CBS, scaturì la controffensiva del giornalismo contro McCarthy. In particolare, nell’autunno del 1953, Edward R. Murrow, conduttore del seguitissimo programma televisivo d’informazione See It Now della CBS, svelò una montatura architettata da McCarthy per sostenere che anche le forze armate statunitensi fossero state infiltrate dai comunisti.
La vicenda è stata poi resa celebre dal film Good Night, and Good Luck (Warner Independent Pictures e 2929 Entertainment, 2005), scritto e diretto da George Clooney, con David Strathairn nella parte di Murrow.
Da quel momento, il combinato disposto della rivelazione della demagogia di McCarthy e della dannosità dei suoi strali contro il governo in quanto danneggiava la credibilità dell’amministrazione federale, ora presieduta da Eisenhower, indusse i repubblicani a mettere a tacere il senatore.
Il 2 dicembre 1954, appena un mese dopo le elezioni di metà mandato per il Congresso del 2 novembre, quindi quando il partito si era messo al sicuro da possibili ricadute negative sul voto, il Senato approvò una mozione di censura dell’operato di McCarthy.
Il maccartismo oltre McCarthy
McCarthy, che conservò comunque il seggio al Senato, morì due anni e mezzo più tardi, il 2 maggio 1957. Tuttavia, la crociata anticomunista sopravvisse alla riprovazione della sua condotta da parte dei colleghi.
Il McCarran Internal Security Act, per esempio, rimase in vigore fino al 1972 e seguitò a limitare le opportunità di impiego dei comunisti, veri o presunti che fossero. Fu negato il rilascio del passaporto a numerosi cittadini statunitensi ritenuti allineati su posizioni filosovietiche per il timore che all’estero rilasciassero dichiarazioni contro il proprio Paese e a favore di Mosca.
Per esempio, fino al 1958 il pittore Rockwell Kent non poté lasciare gli Stati Uniti perché aveva firmato una petizione che chiedeva la concessione della grazia ai Rosenberg. Per consentirgli di espatriare fu necessaria una sentenza della Corte Suprema che constatò la violazione dei suoi diritti civili.
Inoltre, soprattutto durante gli anni Sessanta, le congetture di collusioni con l’Unione Sovietica furono sfruttate dai vertici dell’amministrazione federale per screditare le principali organizzazioni di dissenso dell’epoca: quelle che protestavano contro la segregazione razziale degli afro-americani e quelle che contestavano l’intervento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam.
In particolare, il direttore del Federal Bureau of Investigation, J. Edgar Hoover, fece circolare la voce, destituita di ogni fondamento, che il pastore battista Martin Luther King Jr., leader del movimento per i diritti civili e politici dei neri, fosse un agente provocatore sul libro paga di Mosca.
I primordi del soffocamento della libertà di espressione
Chi accosta le iniziative di Trump per mettere il bavaglio ai suoi critici al maccartismo, vedendo in quest’ultimo fenomeno una temporanea aberrazione rispetto a una tradizione di democrazia e libertà politica di espressione, pare non rendersi conto che la repressione del dissenso è, invece, un fiume carsico che ha attraversato l’intera storia americana per riaffiorare di volta in volta.
All’alba della Repubblica, nel 1798, appena quindici anni dopo il conseguimento formale dell’indipendenza degli Stati Uniti dalla Gran Bretagna con il Trattato di Parigi del 1783, il presidente federalista John Adams promulgo il Sedition Act. In nome della sicurezza nazionale, con il pretesto di perseguire sobillatori che avrebbero potuto favorire la disgregazione dei neonati Stati Uniti, la legge puniva coloro che avessero espresso critiche troppo accese nei confronti del governo.
In altre parole, introdusse i reati di opinione nell’ordinamento federale per permettere ad Adams di soffocare le critiche degli oppositori del partito federale, i democratici repubblicani. Il provvedimento permise l’arresto di alcuni avversari politici del presidente che operavano soprattutto nel settore dell’informazione tra cio Benjamin Franklin Bache, il direttore della “Philadelphia Aurora”, James T. Callender, un giornalista del “Richmond Examiner”, e Anthony Haswell, lo stampatore della “Vermont Gazette”.
Non mancarono esempi successivi di repressione del dissenso. Per esempio, un attentato attribuito a immigrati anarchici, che uccise alcuni poliziotti il 4 maggio 1886 a Chicago in risposta alle violenze commesse dagli agenti il precedente 1° maggio per impedire agli operai di celebrare la giornata del lavoro, fu strumentalizzato per spazzare via il principale sindacato dell’epoca, l’Ordine dei Cavalieri del Lavoro, sebbene questa organizzazione avesse da tempo preso le distanze dall’anarchismo.
La prima guerra mondiale
I diciannove mesi della partecipazione statunitense al primo conflitto mondiale furono contrassegnati dalla criminalizzazione di neutralisti e pacifisti. Lo Espionage Act del 1917 perseguì non solo lo spionaggio, come era più che logico in periodo di guerra, ma anche i tentativi di interferire con il reclutamento militare e di incoraggiare generici atteggiamenti “contrari alla lealtà” verso il governo di Washington.
Inoltre, escluse dal servizio postale, che al tempo rappresentava l’unico canale di distribuzione della stampa al di fuori delle grandi città, i giornali anarchici e socialisti, cioè le voci più critiche riguardo alla decisione del presidente democratico Woodrow Wilson di far entrare gli Stati Uniti in guerra contro la Germania.
Un nuovo Sedition Act, nel 1918, rese un reato lo scoraggiare l’acquisto dei titoli del debito pubblico per coprire le spese militari nonché il pronunciare e il pubblicare affermazioni sleali, volgari o offensive contro l’amministrazione federale e le forze armate.
In base a queste disposizioni, il leader socialista Eugene V. Debs venne condannato a dieci anni di carcere per aver incitato i coscritti alla renitenza. Victor Berger, suo compagno di partito, se la cavò con meno.
Sebbene fosse stato eletto regolarmente alla Camera dei Rappresentanti di Washington in un collegio del Wisconsin nel 1918, venne espulso dal Congresso con la motivazione che le sue posizioni pacifiste nel corso della guerra avevano “messo in imbarazzo” il governo degli Stati Uniti.
Rieletto in una votazione suppletiva nel 1919 per assegnare il seggio che era stato reso vacante, fu cacciato una seconda volta dai suoi colleghi e, per evitare una nuova vittoria di Berger alle urne, il governatore del Wisconsin si rifiutò di indire un’ulteriore elezione suppletiva. La Corte Suprema stabilì la costituzionalità delle due leggi nel caso Schenck v. United States del 1919: in presenza di un chiaro pericolo per la sicurezza nazionale, quale si configurava la prima guerra mondiale, era lecito limitare la libertà di espressione.
La Red Scare
Nel biennio 1919-1920, il timore che anche gli Stati Uniti potessero divenire teatro di una rivoluzione di stampo bolscevico sull’esempio di quanto era avvenuto in Russia nel novembre del 1917 causò il fermo e la detenzione senza processo per mesi di migliaia di anarchici e socialisti nonché la deportazione di centinaia di immigrati radicali privi della cittadinanza americana.
A fomentare quella che divenne una forma di isteria collettiva, nota come Red Scare, cioè “paura dei rossi”, fu il procuratore generale degli Stati Uniti, A. Mitchell Palmer, che sperava di acquisire così meriti presso l’opinione pubblica per candidarsi alla Casa Bianca con il partito democratico.
In questo contesto, maturò il caso degli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. I due furono arrestati nel 1920 per il presunto duplice omicidio commesso durante una rapina a un portavalori e vennero giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927, al temine di un controverso iter giudiziario contrassegnato da un intreccio di xenofobia e paura del sovversivismo che fece apparire come inconfutabili le prove al più indiziarie a loro carico.
Un altro anarchico italiano, Andrea Salsedo, morì nel 1920, in circostanze rimaste a dir poco oscure, precipitando dalla finestra di un commissariato durante un interrogatorio.
Il maccartismo prima di McCarthy
La stessa campagna di McCarthy contro i comunisti ebbe dei prodromi negli anni immediatamente precedenti. Nel 1947 il Comitato sulle Attività Antiamericane della Camera condusse un’inchiesta sull’industria cinematografica di Hollywood, accusata di avere girato film di propaganda filosovietica durante la seconda guerra mondiale.
Il paradosso era che questa produzione era stata il risultato di pressioni da parte del presidente democratico Franklin D. Roosevelt, che aveva voluto avvalersi anche del cinema per far accettare all’opinione pubblica americana l’alleanza militare con Mosca contro il nazifascismo. Nondimeno, il risultato fu l’elaborazione di una prima lista nera che impedì ad attori, registi e sceneggiatori tacciati di collusione con Mosca di lavorare nell’industria cinematografica.
Nello stesso anno, prima ancora di divenire il bersaglio degli strali di McCarthy, lo stesso presidente Truman aveva promulgato l’executive order 9835 che impose ai dipendenti federali un giuramento di lealtà anticomunista e varò indagini sul loro orientamento politico allo scopo di licenziare i simpatizzanti di Mosca. Oltre 10.000 impiegati e funzionari del governo persero il lavoro. Sull’esempio di quanto attuato a livello federale, anche le amministrazioni statali e locali assunsero provvedimenti simili. La Corte Suprema ritenne costituzionali tutte queste misure in ragione del principio che l’impiego pubblico costituiva un privilegio e non un diritto e, quindi, poteva sottostare a determinati requisiti imposti dal datore di lavoro, soprattutto se dettati da ragioni di sicurezza nazionale.
Le prospettive per il futuro
In passato, gli Stati Uniti hanno dimostrato di avere gli anticorpi per impedire che una malintesa salvaguardia della sicurezza nazionale causasse degenerazioni autoritarie del sistema politico. Il Sedition Act voluto da Adams decadde nell’arco di due anni. La conclusione della prima guerra mondiale comportò la fine dell’offensiva contro pacifisti e neutralisti. Così il presidente repubblicano Warren G. Harding commutò la pena di Debs e ne permise la scarcerazione nel 1921.
La Red Scare si dissolse quando il paventato terzo anniversario della rivoluzione bolscevica in Russia non provocò nessun tentativo insurrezionale negli Stati Uniti e Palmer non conseguì la nomination democratica per la presidenza nel 1920.
McCarthy finì per essere sconfessato dal suo stesso partito e la campagna anticomunista che aveva contribuito a rilanciare si esaurì comunque prima ancora della fine della guerra fredda. Tali antidoti sembrano ancora attivi. Per esempio, la rete televisiva ABC aveva deciso in un primo momento di sospendere a tempo indeterminato il programma del comico Jimmy Kimmel perché questi aveva suggerito che il presunto assassino di Kirk, Tyler James Robinson, non sarebbe stato un pericoloso progressista bensì un simpatizzante del movimento Make America Great Again (MAGA) di Trump. Tuttavia, un’ampia mobilitazione pubblica a sostegno di Kimmel ha indotto la ABC a tornare sulla propria decisione e a rimettere in onda lo show del comico già lo scorso 23 settembre. Non sono, però, da escludere colpi di coda dell’amministrazione Trump.
Del resto, il giorno precedente al ritorno in video di Kimmel il tycoon aveva designato la poliedrica galassia del movimento radicale Antifa come una “organizzazione terroristica”. Nell’adottare misure contro critici e oppositori, il tycoon può sempre contare sull’orientamento conservatore della Corte Suprema, l’istituzione che resta ancora oggi il foro di ultima istanza anche per le controversie riguardanti la libertà di espressione.
