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Ilva, perché il ritorno dello Stato non sia una sconfitta di tutti

Altri 400 milioni di euro di tutti i cittadini da bruciare nell’Ilva di Taranto: è il biglietto di ingresso che lo Stato attraverso Invitalia dovrà pagare – Ma con quale strategia e con quali competenze di gestione? – Non si può lasciare il più importante impianto siderurgico d’Europa in mano ad Arcuri ma un’alternativa è possibile: perchè non chiedere una mano alla nuova generazione di imprenditori e manager dell’acciaio?

Ilva, perché il ritorno dello Stato non sia una sconfitta di tutti

Quattrocento milioni di euro da bruciare negli altiforni dell’Ilva di Taranto. Questi i soldi pubblici, di tutti, sottratti da altri impegni, che si accumulano sul già ingente debito pubblico dell’Italia. A tale valore si attesta (per ora) il biglietto che Invitalia è disposta a pagare per sedersi al tavolo degli indiani di Mittal con una quota che, come le cronache economiche dimostrano, finirà per congelare le maggioranze e le scelte, oscurando equamente le responsabilità senza mai definire i colpevoli o i meritevoli del risultato. Poi, dopo 12 o 18 mesi, nuovo denaro pubblico nelle casse dell’Ilva per lasciar scappare del tutto Mittal senza penali e liberato da tutti gli altri oneri. Quattrocento nuovi milioni per issare sulle ciminiere di Taranto il labaro ministeriale della industria di Stato. Un salasso finanziario per accompagnare una tragedia tutta governativa, che dura da alcuni anni, recitata a soggetto da una compagnia di giro di incapaci, di incompetenti, raccolti qua e là da Roma a Bari.

Infine, tra diciotto mesi, verranno al pettine i nodi dell’esproprio operato ai danni dei Riva con i rischi di risarcimenti altrettanto ingenti. Si aggiunga la miccia mai spenta del quartiere Tamburi, sempre sul piede di guerra. Allora sarà davvero difficile nascondere al mondo come il più grande impianto siderurgico d’Europa, vanto dell’acciaio italiano, sia così miseramente finito.

Cosa pensano di fare il Governo e Invitalia nelle prossime settimane per difendere il loro investimento e garantire una produzione essenziale alla meccanica e all’industria manifatturiera del Paese? Quali linee strategiche? A chi affidarsi? All’Arcuri di turno capace di passare dai banchi a rotelle e dalle mascherine scamuffe ai coils di alta qualità, al mercato globale dei minerali, sfidando la concorrenza agguerrita del colosso cinese e l’arrembaggio piratesco dell’acciaio turco nel Mediterraneo e nell’Europa. Chi di Invitalia affiancherà il management indo-franco-inglese? Avvocati? Comunicatori? Assidui frequentatori dei convegni Ambrosetti? Popolazione che riempie da anni i corridoi e le stanze ministeriali. La scomparsa di una cultura e di una generazione siderurgica pubblica peserà sulle problematiche e le sfide contemporanee dell’acciaio: agenda assente da oltre trent’anni dai tavoli di via Veneto e di via XX Settembre.

Nemmeno i privati italiani potranno essere d’aiuto avendo tutti, indistintamente, optato per il forno elettrico e per i prodotti lunghi. Il solo Arvedi ha esperienza come produttore nei prodotti piani ma il suo impegno per entrare a Taranto nel dopo Riva è stato vanificato dalla lobby filofrancese insediata perennemente da anni laddove in Italia si dismette un pezzo di industria pubblica o si aprono le porte nei comparti di quella strategica, dalle banche ai trasporti, dall’elettronica ai media. È facile dedurre che i Mittal e i loro referenti nostrani faranno tesoro del socio pubblico, cercando di ritrovare una strada per la loro ritirata strategica a costo zero. Una possibile via alternativa alla resa del Governo potrebbe essere quella di fare della radicata crisi tarantina un banco di prova per un coraggioso approccio, non casuale, col mondo della siderurgia privata italiana e con il meglio dei suoi protagonisti. Nessuno potrebbe sottrarsi da un impegno professionale di valenza nazionale, considerato che il denaro necessario a guadagnare 18 mesi di vita per Taranto è tutto sulle spalle del pubblico.

Sondare con autorevolezza e con discrezione Federacciai e la nuova generazione di imprenditori che ha marcato con successo sia il passaggio generazionale che la sfida dei mercati potrebbe rappresentare una chance per gli interessi pubblici. Bisogna decidere di lasciare Arcuri alle sue mascherine cercando di mettere in campo un gruppo di siderurgici privati e un altro gruppo di tecnici e di manager di collaudata esperienza. Tutti a presidiare operativamente con autorevolezza e interesse la ritirata di Mittal. Un Governo autorevole deve aprire le porte della sfida professionale ed imprenditoriale alla nuova classe dirigente dell’acciaio italiano. Chiedere a questa generazione di mettere in campo impegno e professionalità e non capitali. Potrebbe essere una strada. Da tentare prima che dalle polverose cattedre universitarie e dai vertici burocratici dell’amministrazione e della politica fioriscano aspirazioni e pretese insieme a quelle dei molti manager in circolazione che hanno disseminato di fallimenti la loro strada ma non il loro trattamenti di fine rapporto.

1 thoughts on “Ilva, perché il ritorno dello Stato non sia una sconfitta di tutti

  1. Mah, l’amico Ugo parla dei siderurgici privati e dei loro manager come se fossero filantropi, benefattori disinteressati. Non è proprio così. Lui sa molto bene gli “artifizi e le coperte vie” che essi usano per ” salvaguardare la roba” come diceva il Mazarò di Giuseppe Verga. La verità è che qui da noi certe produzioni non sono più accettate, sono impossibili. Troppo inquinanti. Troppo Costose. Troppo obsolete. Troppo costosa la manodopera. Rispetto alle nostre aspettative, purtoppo, la tecnologia non è progredita abbastanza per risolvere i moderni problemi dell’industria produttiva siderurgica.

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