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2 giugno 1946, ottant’anni fa nasceva la Repubblica: il giorno in cui l’Italia decise “una svolta nella storia del Paese”

Il 2 giugno l’Italia celebra gli 80 anni della Repubblica: dal referendum del 1946 al voto delle donne, dalla fine della monarchia alle celebrazioni al Quirinale con Mattarella

2 giugno 1946, ottant’anni fa nasceva la Repubblica: il giorno in cui l’Italia decise “una svolta nella storia del Paese”

Il 2 giugno 1946, il voto del popolo italiano segnò – dopo il ventennio fascista, la tragedia bellica, la lotta di Liberazione – una svolta nella storia del Paese, ponendo le basi per edificare, sulle solide fondamenta della Costituzione, un nuovo patto civile, ispirato ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, spinto da una intensa sete di pace“. Le parole del presidente Sergio Mattarella restituiscono il senso più profondo di una data che non è soltanto anniversario, rito istituzionale o pagina da calendario civile. Il 2 giugno è il momento in cui l’Italia, uscita distrutta dalla guerra e dal fascismo, tornò a guardarsi allo specchio e decise quale Stato voleva diventare.

Ottant’anni dopo, la Festa della Repubblica è una delle grandi date fondative della democrazia italiana. Accanto al 25 aprile, il referendum del 1946 segna il passaggio decisivo dalla Liberazione alla costruzione di un nuovo ordine istituzionale. Non fu un esercizio astratto, né una consultazione scollegata dalla vita reale del Paese. Fu, al contrario, l’atto con cui la sovranità tornò ai cittadini, chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica e, nello stesso giorno, a eleggere l’Assemblea Costituente.

2 giugno 1946: un Paese in macerie chiamato a scegliere

L’Italia che andò alle urne il 2 e 3 giugno 1946 era un Paese sfinito. Vent’anni di dittatura fascista, la guerra accanto alla Germania nazista, i bombardamenti, la sconfitta, la resa, le città ferite, le famiglie spezzate dai morti, dai dispersi, dai deportati e dai prigionieri non ancora rientrati. Mancava il pane, mancavano le scarpe, le scuole erano fredde, lo Stato sembrava quasi dissolto. Eppure proprio a quel popolo provato venne chiesto un atto enorme di maturità civile: decidere la forma dello Stato. La Repubblica nacque così, non come concessione dall’alto, ma come conquista politica e morale. Gli italiani furono chiamati a ricostruire la spina dorsale delle istituzioni attraverso il voto, dopo essere stati a lungo esclusi dalla pratica democratica.

La macchina elettorale dovette essere rimessa in piedi quasi da zero. Mancavano urne, schede, registri, matite, timbri, liste elettorali. Ma la scelta di affidarsi al voto fu anche un gesto di fiducia nella democrazia. Dopo la dittatura, la guerra e l’occupazione, il Paese tornava padrone del proprio destino, pur in un contesto ancora segnato dalla vigilanza alleata e da un quadro internazionale complesso.

Addio alla monarchia e la rottura con il passato

La consultazione del 1946 non fu soltanto una scelta tra due forme istituzionali. Fu anche il giudizio storico sulla monarchia sabauda e sul suo rapporto con il fascismo. Al centro della frattura c’era Vittorio Emanuele III, accusato di non aver fermato la marcia su Roma, di non aver reagito alla crisi aperta dall’assassinio di Giacomo Matteotti, di aver firmato le leggi razziali del 1938, di aver sostenuto la guerra accanto alla Germania nazista e infine di aver lasciato Roma dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con il Paese allo sbando e i tedeschi alle porte.

Il referendum diventò così il passaggio necessario per sciogliere il legame tra il vertice dello Stato e il ventennio fascista. La Repubblica rappresentò una cesura netta. Non solo un nuovo ordinamento, ma la possibilità di ricostruire la patria sulla libertà, sui diritti, sulla partecipazione e sulla Costituzione.

Votarono circa 25 milioni di italiani, l’89,1% degli aventi diritto. La Repubblica ottenne 12,7 milioni di voti, la monarchia 10,7 milioni. Il responso venne comunicato il 10 giugno 1946; il 18 giugno la Corte di cassazione sancì la nascita della Repubblica Italiana. Umberto II lasciò il Paese il 13 giugno, andando in esilio in Portogallo, per evitare che le tensioni tra monarchici e repubblicani degenerassero ulteriormente.

La prima volta delle donne

Il 2 giugno 1946 fu anche il giorno in cui le donne italiane entrarono da protagoniste nella storia politica nazionale. Dopo le prime elezioni amministrative dello stesso anno, il referendum e il voto per la Costituente segnarono il debutto femminile in una consultazione nazionale a suffragio universale.

Il presidente ha voluto proprio ricordare questo momento, sottolineando che la Repubblica nacque da un “corale e sincero esercizio di democrazia“, con una partecipazione straordinaria e composta ai seggi. “Ne fu protagonista il popolo italiano che affluì con straordinaria partecipazione e compostezza ai seggi, per la scelta dell’ordinamento dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente. Ne furono protagoniste, in particolare, le donne, chiamate per la prima volta alle urne nella storia d’Italia, per le elezioni amministrative nel corso di quell’anno e per le consultazioni del 2 giugno“.

Fu una svolta enorme, anche se maturata dentro un quadro non lineare. Il voto femminile era stato sancito nel gennaio 1945 dal secondo governo Bonomi, mentre un successivo decreto del governo De Gasperi, nel marzo 1946, rese possibile anche l’eleggibilità delle donne. Quella conquista cambiò il volto della democrazia italiana, allargando il corpo elettorale e trasformando la Repubblica in una casa istituzionale costruita fin dall’inizio anche dalla partecipazione femminile.

Resistenza, partiti e cattolici: una storia meno semplice di come sembra

La Repubblica nacque dalla Resistenza, ma ridurre quella scelta a un passaggio automatico sarebbe una semplificazione. Nei mesi che portarono al referendum, il Paese era attraversato da tensioni politiche, sociali e istituzionali profonde. La lotta partigiana aveva avuto come obiettivo principale la liberazione dal nazifascismo; la questione sulla forma dello Stato, invece, rimase a lungo sullo sfondo e non trovò ovunque la stessa risposta. Anche dentro il mondo resistenziale e antifascista convivevano sensibilità diverse.

I partiti arrivarono al voto con posizioni e strategie differenti. Il Partito d’Azione si schierò fin dall’inizio per la Repubblica, richiamandosi alla tradizione mazziniana. I socialisti sostennero con decisione il superamento della monarchia. Il Pci, dopo la “svolta di Salerno” voluta da Palmiro Togliatti, rinviò la questione istituzionale alla fine della guerra, pur avendo già indicato in precedenza la necessità di chiudere la stagione monarchica. Più prudente fu la Democrazia cristiana: Alcide De Gasperi evitò di irrigidire il partito su una linea troppo netta, consapevole della necessità di non spaccare l’elettorato moderato e cattolico.

Nemmeno il mondo cattolico si mosse come un blocco compatto. Alla vigilia del referendum circolarono letture su un presunto orientamento del Vaticano a favore della monarchia, alimentate anche dalle prese di posizione di alcuni vescovi e ambienti ecclesiastici. Ma il quadro era più articolato. Per Pio XII, la preoccupazione principale non riguardava soltanto il confronto tra monarchia e repubblica, quanto soprattutto l’esito del voto per l’Assemblea Costituente e il rischio di una forte affermazione socialcomunista capace di orientare il futuro politico dell’Italia. Alla fine, anche una parte decisiva dell’elettorato cattolico contribuì alla nascita della Repubblica.

La curiosità: il volto diventato simbolo

Tra le immagini più celebri legate alla nascita della Repubblica c’è quella di una giovane donna che sorride affacciandosi da una copia del Nuovo Corriere della Sera con il titolo “È nata la Repubblica Italiana“. Quella fotografia, divenuta nel tempo una delle icone del 1946, fu scattata da Federico Patellani per il settimanale Tempo come parte di un servizio dedicato alla Repubblica e al nuovo ruolo delle donne. Per decenni quel volto è rimasto un simbolo collettivo, quasi anonimo, capace di rappresentare la gioia di un Paese che usciva dal buio. Solo nel 2016 la donna ritratta venne identificata: si chiamava Anna Iberti, era nata nel 1922 ed è morta nel 1997. Il suo sorriso è diventato una delle immagini più riconoscibili della nuova Italia repubblicana.

La storia della Festa della Repubblica, del resto, ha conosciuto molte trasformazioni. La prima celebrazione si svolse il 2 giugno 1947. Nel 1948 arrivò la prima parata militare ai Fori Imperiali. Nel 1949 il 2 giugno venne dichiarato festa nazionale. Poi, negli anni Settanta, per ragioni di austerità, la ricorrenza fu trasformata in festa mobile e spostata alla prima domenica di giugno. Solo dal 2001, su impulso del presidente Carlo Azeglio Ciampi, il 2 giugno tornò stabilmente a essere giorno festivo.

2 giugno 2026: il Quirinale esce in piazza

Per gli ottant’anni della Repubblica, il 2 giugno 2026 assume un tono speciale. A Roma restano gli appuntamenti istituzionali tradizionali: l’omaggio al Milite Ignoto all’Altare della Patria, la parata lungo via dei Fori Imperiali, il passaggio delle Frecce Tricolori, le cerimonie ufficiali nei territori e nelle rappresentanze italiane all’estero.

Ma quest’anno il Quirinale cambia passo. Al posto del tradizionale ricevimento nei giardini, la festa si sposta in piazza con “I Volti della Repubblica. 80 anni dal Referendum“, una grande celebrazione istituzionale in diretta su Rai 1 da Piazza del Quirinale, alla presenza delle più alte cariche dello Stato e di personalità del mondo della cultura, dell’arte, dello sport e delle istituzioni. Sul palco saliranno artisti, attori, musicisti e campioni: da Gianni Morandi a Cecilia Bartoli, da Annalisa a Luca Barbarossa, da Giuliano Sangiorgi a Paola Cortellesi, da Carlo Verdone a Luca Zingaretti, da Roberto Bolle a Paolo Fresu, fino a figure dello sport come Alessandro Del Piero, Federica Brignone, Bebe Vio, Giuseppe Bergomi e Arianna Fontana. La serata sarà costruita come un racconto corale della storia italiana dal referendum del 1946 a oggi, con musica, immagini, parole e testimonianze.

Portare la Repubblica fuori dal Palazzo significa trasformare la celebrazione in una festa condivisa e ricordare che la democrazia non è un bene acquisito una volta per tutte. È il monito che il presidente Mattarella, come già in occasione del 25 aprile, vuole ribadire anche oggi: “Consolidare l’architettura della fiducia tra istituzioni e cittadini, ravvivando in ciascuno il senso più autentico della partecipazione democratica, è compito persistente nella vita della Repubblica“. E ancora: “Sostenere la trama del tessuto sociale, intercettare – insieme alla scuola e alle altre agenzie educative – bisogni, domande, aspettative delle giovani generazioni, valorizzandone talenti e potenzialità, è fondamentale. Il dialogo, l’ascolto, la prossimità sono canoni essenziali per interpretare ogni civica responsabilità orientata alla coesione sociale“.

Ottant’anni dopo quel voto, la Repubblica non vive soltanto nelle cerimonie, nelle bandiere e nei palazzi delle istituzioni. Vive nella fiducia da ricostruire, nella partecipazione da difendere, nei diritti da rendere concreti. Perché il 2 giugno non è solo il ricordo di una scelta compiuta ma è la promessa, sempre aperta, di un Paese che continua a scegliere se stesso.

Viva l’Italia, viva la Repubblica.

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