Condividi

Visco ai 40 anni di Prometeia: “Dopo la ripresa agganciare l’innovazione per tutti”

ANNIVERSARIO 40 ANNI PROMETEIA – Secondo il Governatore della Banca d’Italia la ripresa è ancora debole e non deve essere letta come l’indicazione che sono state risolte le difficoltà di crescita dell’economia italiana – Prioritario far partecipare tutti al progresso – Mancano le politiche attive del lavoro e un sostegno al reddito

Visco ai 40 anni di Prometeia: “Dopo la ripresa agganciare l’innovazione per tutti”

Di fronte ai rischi geopolitici non c’è altra scelta che proseguire nell’Unione economica monetaria. Allo stesso tempo, di fronte ai rischi economici, è necessario non accontentarsi del rimbalzo ciclico dell’economia a cui stiamo assistendo, ma di attivarsi per agganciare il progresso tecnologico in modo che tutti possano parteciparvi. Sono i temi affrontati da Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, durante la giornata di studio organizzata da Prometeia a Bologna per i 40 anni della società di analisi economica fondata da Nino Andreatta.

“Bisogna proseguire per rendere l’unione economica e monetaria completa – ha esordito Visco nel suo discorso – credo sia un problema non solo di successione di unioni, monetaria, bancaria, dei capitali e fiscale, ma di un’assenza di visione politica”. “Credo che di fronte ai rischi geopolitici di oggi l’unica risposta da dare è andare in questa direzione” ha aggiunto, spiegando di condividere “l’armonizzazione di certe regole del gioco, che devono essere comuni”.

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha però voluto concentrare il suo discorso sui problemi di lungo termine dell’economia italiana che ne hanno frenato la crescita negli ultimi 20 anni. In questo lasso di tempo, i Paesi avanzati hanno dovuto affrontare due shock in particolare: la globalizzazione di beni e servizi e il progresso tecnico, sia nei suoi effetti legati alla catena del valore sia in quelli che riguardano le dinamiche del lavoro. Ed è su quest’ultimo aspetto che il governatore della Banca d’Italia si è soffermato maggiormente. La relazione tra cambiamento tecnologico e lavoro, ha sottolineato, è controversa. Dopo il pessimismo di Ricardo ci sono state altre voci; Keynes per esempio ha parlato di una nuova malattia che è la disoccupazione tecnologica,  che consisterebbe in una fase temporanea dell’aggiustamento. Se storicamente sembra che il progresso tecnologico nel lungo periodo abbia sempre generato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti, non stupisce che il dibattito si sia ravvivato con prospettive nuove negli ultimi anni, come il fenomeno della segregazione dei posti di lavoro, da un lato le elite qualificate, dall’altro i molti lavoratori intermedi che dagli anni 80 hanno perso il posto. “In Italia è stato più forte che altrove. La maggiore flessibilità c’è stata (con le leggi Treu, Biagi) ma è stata utilizzata più per contenere costi di lavoro più che per spingere le imprese a utilizzare le nuove tecnologie”, ha detto Visco. “Credo – ha aggiunto – che non abbiamo ancora avuto l’impatto forte del cambiamento tecnologico. Questi sviluppi tecnologici e la loro interazione la recessione prolungata possono lasciare segni permanenti sulla nostra economia”.

AGGANCIARE L’INNOVAZIONE PER TUTTI

Per Visco la ripresa della produzione e dell’occupazione che oggi si osserva è  il segno, ancora debole, di un’inversione del ciclo economico, favorita anche dalla revisione degli assetti istituzionali e contrattuali portata avanti negli ultimi tempi. “Una volta che questi segnali positivi si saranno consolidati – ha messo in guardia – non dovremo leggere in questo rimbalzo ciclico, seguito a una lunga e pesante recessione, l’indicazione che sono state risolte le difficoltà di crescita dell’economia italiana”: le tendenze, quelle già in atto e quelle che potranno discendere dagli avanzamenti tecnologici, impongono una lunga transizione verso una nuova organizzazione dell’economia e della società. “È difficile prevedere il futuro – ha aggiunto il Governatore – ma è certo che occorre cambiare prospettiva e comprendere che è prioritario, da un lato, rafforzare la capacità della nostra economia di agganciare l’innovazione e il progresso tecnologico, motori fondamentali di crescita e benessere, e, dall’altro, far sì che tutti possano parteciparvi e goderne i frutti”.

WELFARE, PIÙ POLITICHE ATTIVE E REDDITO MINIMO

Visco ha ricordato che in un secolo in Italia si è passati dal 60% della popolazione impiegata nell’agricoltura al 4%. Parimenti, è possibile pensare che ci saranno altri lavori che rimpiazzeranno quelli attuali cancellati dalla tecnologia. Il problema è: in quanto tempo? Nel periodo di transizione che succede? Diverse sono le incognite di questa situazione che pongono problemi di uguaglianza e di dinamica demografica delle imprese. Con effetti anche sul welfare.

“Se la rivoluzione tecnologica porterà a un’estesa riduzione, anche se transitoria, delle opportunità di lavoro e dei redditi da lavoro pro capite, chi comprerà i beni e i servizi prodotti da tecniche produttive sempre più automatizzate? Nello stesso tempo, sarà socialmente sostenibile che i frutti del progresso vadano a beneficio di pochi? Se ciò si realizzerà, non v’è dubbio che vi sarà una forte pressione a rivedere l’intero sistema di redistribuzione pubblica”, ha detto Visco aggiungendo che “Il problema è forse più acuto in Italia” perché per la sua genesi storica, il welfare italiano è fortemente tarato sulla figura di un lavoratore occupato a tempo pieno e a tempo indeterminato.

“A fronte di uno sviluppato sistema pensionistico – ha detto Visco – solo nell’ultimo decennio sono stati ridisegnati i sussidi di disoccupazione, avvicinandoli alle caratteristiche che hanno negli altri paesi europei”. Ma, secondo il governatore di Bankitalia “continuano a difettare le politiche attive del lavoro che, ancorché difficili da disegnare e mettere in atto, hanno un ruolo potenzialmente importante per riqualificare e ricollocare una forza lavoro spiazzata dai cambiamenti globali”. Manca, infine, un sostegno al reddito per le persone in condizioni di bisogno che abbiano “un debole legame con il mondo del lavoro”.

“Sotto la spinta delle innovazioni tecnologiche – ha aggiunto Visco – è probabile che sarà forte la tendenza a ridurre l’input di lavoro richiesto per produrre una quantità sempre maggiore di beni e servizi. Quindi sarà necessario trovare meccanismi di allocazione dei tempi di lavoro tali per cui tutti possano partecipare al processo produttivo, periodi di formazione si dovranno alternare a quelli di lavoro per tenere il passo del progresso tecnologico”.

ISTRUZIONE MENO REDDITIZIA CHE ALTROVE

Il ricorso alle tecnologie digitali è infatti fortemente influenzato dalle competenze dei lavoratori. L’adozione di nuove tecnologie richiede di adattarsi a cambiamenti organizzativi anche complessi e favorisce la produzione stessa di innovazione. In Italia, ha ricordato Visco, la quota di lavoratori che utilizza il computer in Italia è la più bassa tra i paesi dell’Ocse

D’altra parte il legame tra progresso tecnologico e istruzione è doppio. E presenta un paradosso. Da un lato, l’istruzione è un investimento redditizio in Italia, anche se meno che negli altri paesi avanzati: le persone più istruite hanno minori difficoltà a trovare un lavoro, hanno carriere meno frammentate e guadagnano salari più elevati.

Tuttavia sono bassi i livelli di scolarizzazione e la quota dei laureati. Un fenomeno che, spiega Visco, è riconducibile alle strategie delle imprese, la cui domanda di lavoro qualificato è frenata dalla specializzazione in settori tradizionali e ad alta intensità di lavoro, dalla ridotta dimensione aziendale, nonché dal contesto istituzionale e regolamentare.

C’è di più. Secondo Visco “lo scarso rendimento dell’istruzione può anche segnalare, però, una perversa interazione tra la domanda e l’offerta di capitale umano che ne amplifica le rispettive carenze. Da un lato, a un’istruzione di bassa qualità le imprese potrebbero aver reagito, in condizioni di informazione imperfetta, con un’offerta generalizzata di bassi salari; a loro volta questi non sarebbero sufficienti a giustificare un più elevato investimento in istruzione. Dall’altro lato, la presenza di significative difficoltà nel trovare competenze adeguate nel mercato del lavoro potrebbe aver spinto le imprese non a innalzare i salari, bensì a ridurre la propensione a investire in nuove tecnologie, contenendo di conseguenza il fabbisogno di manodopera qualificata”.

Il risultato è presto detto: l’innescarsi di questo circolo vizioso deprimerebbe ulteriormente l’incentivo all’investimento in capitale umano, spingendo inoltre i lavoratori altamente qualificati a cercare altrove migliori opportunità lavorative. Uno studio condotto in Banca d’Italia attribuisce quasi metà del divario nella quota di laureati tra Italia e Germania a questo tipo di interazioni.

Commenta