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Ucraina, un nuovo libro di Giulio Sapelli sul Paese aggredito dalla Russia: ecco le prime pagine

Giulio Sapelli ha dato alle stampe un libro sull’Ucraina, con prefazione di Lucio Caracciolo, edito da Guerini e Associati e goWare, di cui pubblichiamo la premessa: “Ucraina anno zero. Una guerra tra mondi”

Ucraina, un nuovo libro di Giulio Sapelli sul Paese aggredito dalla Russia: ecco le prime pagine

Ma che Paese è realmente l’Ucraina, oggi sconvolto dall’aggressione russa, e che cosa insegna la sua storia? Prende le mosse da qui il nuovo libro di Giulio Sapelli, storico dell’economia e intellettuale controcorrente, “Ucraina anno zero. Una guerra tra mondi”, edito da Guerini e goWare, con prefazione del Direttore di Limes, Lucio Caracciolo.

Per gentile concessione dell’autore e degli editori, pubblichiamo la premessa del libro di Sapelli.

Ucraina Anno Zero. Una guerra tra Mondi – Giulio Sapelli, Guerini e Associati e goWare

Nicolás González Varela, direttore della mitica libreria porteña «Gandhi», allievo di José (Pacho) Arycò e studioso di Marx, Nietzsche e Heidegger, così scriveva nel suo saggio «Marx y Ucraina: contra la Realpolitik infantil» (in Viento Sur, 1-IV-2014):

Nelle rivoluzioni borghesi europee del 1848-1849, che rimossero o fecero salire sulla scena della Storia una serie di nazionalità oppresse, era tipico che, se aumentava la forza e la voce del movimento ucraino, lo dichiarassero immediatamente un’«invenzione» di qualche «potenza straniera» o dell’immancabile machiavellico Bismarck, o dello «Stato Maggiore tedesco», o addirittura del Vaticano.

L’Ucraina costituiva una pseudo-terra irredenta. Sulla stampa rivoluzionaria borghese gli ucraini erano etichettati come un popolo astorico, controrivoluzionario, «di contadini e di popi». Fu Federico Engels che, nel 1890 (sul russo Sozialdemokrat, nel saggio su «La politica estera dello zarismo», non a caso messo all’indice da Stalin), definì gli ucraini una «specifica nazionalità, diversa dai russi», suscitando le ire di Vera Zasulič e del padre del marxismo russo, Georgij Valentinovič Plechanov. Per Engels, gli ucraini «erano stati annessi con la forza» nel 1772. Il marxismo ortodosso russo, invece, dal quale si sviluppò il nazionalbolscevismo stalinista, trattava con disprezzo e ostilità gli «ucrainofili» (ex «ruteni» sotto la nobiltà polacca e sotto lo zarismo). Non erano rare, tra il 1918 e il 1919, nel corso della guerra civile, le fucilazioni di massa, da parte dell’Armata Rossa, di intere popolazioni per il solo fatto che parlavano lucraino, lingua che sarà considerata «controrivoluzionaria» durante lo stalinismo.

La politica di Lenin rispetto alle nazionalità cercò di porre un qualche rimedio alla situazione. Ma l’incomprensione della nazione ucraina (o di quella polacca, di quelle finlandese, lettone, bielorussa, georgiana o armena) costò al Partito bolscevico tre anni di cruenta guerra civile e di sanguinosa divisione interna. Alla fine, l’Ucraina perse la propria indipendenza nel 1922, dopo la repressione di Kronstadt, delle rivolte di Tambov e la restaurazione capitalistica dello Stato con la Nep (Nuova politica economica). Lenin, inutilmente, cercò di adottare misure radicali contro lo sciovinismo russo bolscevico in seno all’apparato statale e a quello del partito nella sua sezione ucraina (creata dopo la Rivoluzione d’Ottobre, nell’aprile del 1918, composta per la maggioranza di russi, e che rappresentava lo 0,2% della popolazione ucraina): le cosiddette «misure di indigenizzazione» (o Korenizacija). Tutto precipitò con il rafforzarsi del dominio staliniano. Nelle sanguinose purghe del Pcus del 1933, i giustiziati venivano accusati di essere «cripto-fascisti», «terroristi», «nazionalisti degenerati». Si proibì l’ucraino e si impose il russo come lingua ufficiale. Da qui, si vede come la questione ucraina costituisca il «punto nevralgico-etnico», ieri del capitalismo monopolistico di Stato staliniano e post-chruščëviano, e oggi del nazionalismo aggressivo «grande russo» putiniano.

Nella vulgata corrente la dimensione storico-concreta della «questione ucraina» è negletta e tutto è visto sotto le lenti di una lettura manichea della storia. I risultati sono evidenti. A Kiev si mette in moto una rivoluzione democratica – pressoché «classica» – che rovescia un governo autocratico e corrotto? Ebbene, la si trasforma in una farsa cospirativa, come si fece con i ruteni nel 1848-1849. Tutto diventa un’«invenzione», un prodotto artificiale degli Usa, un «colpo di Stato» del Pentagono, un «putsch» con la supervisione dell’Unione Europea.

Certo, è evidente, è anzi «normale», che l’imperialismo (americano o britannico, francese o tedesco) intervenga o cerchi di intervenire per «orientare» una rivolta popolare verso i suoi interessi. Altro non si tratta che di quella estensione di potenza che abbiamo già visto operare in Georgia e nella stessa Ucraina ben prima della guerra di aggressione in corso, e anche nelle nazioni balcaniche.

Ma gli orientamenti politico-culturali delle classi sociali ucraine, il «loro» problema nazionale, le «loro» organizzazioni, le «loro» parole d’ordine, il «loro» ruolo nel movimento Maidan e il sistema dei partiti che ne deriva, dal doppio potere a Kiev al contenuto delle rivendicazioni politico-nazionali (il separarsi definitivamente o meno dalla Russia, e andarsene verso lEuropa), devono essere interpretati anche come le evidenti contraddizioni tipiche di tutte le rivoluzioni democratiche, che si svolgono, da che mondo è mondo, con le stesse forme sociali: sono, direbbe Marcel Mauss, un «fatto sociale totale» e come tali vanno interpretate e studiate, e non solo come estensione della politica estera delle nazioni che dominano il mondo.

Di qui il ruolo delle oligarchie e le ragioni del loro carattere «insurrezionale» in forme nuove e tipiche della lotta intra-oligarchica. Il congelamento della rivoluzione in un mero cambio di gruppo dirigente e la stessa storia economico-sociale dell’Ucraina, indissolubilmente legata all’aggressione russa, altro non dovrebbero essere che un motivo di studio e di intervento politico e non soltanto uno spettacolo televisivo e un gioco di sponda tra cuspidi politiche ridotte ormai a compagnie di ventura asservite alle potenze internazionali in campo per l’egemonia e per il dominio della Cina e di quella parte dell’Europa che ne deriverebbe.

Io mi concentrerò sul fronte russo, nella sua manifestazione aggressiva, e cercherò di immergere questa fase della rivoluzione nazionale ucraina in una dimensione internazionale (le mie povere competenze altro non mi consentono di fare). Perché una sollevazione popolare, con milioni di persone che vi partecipano per anni e che rivendicano meno povertà e corruzione e più democrazia, non può ridursi a un «colpo di Stato nazista» orchestrato dagli e dalla Nato, da Joe Biden o Boris Johnson. Il movimento Maidan, plurietnico (ucraini, russi, polacchi, tatari, ebrei, ispirato all’attivismo di uno studente afghano e musulmano, Mustafa Nayyem), complesso e contraddittorio, con il 38% dei partecipanti in un’età compresa tra i 15 e i 29 anni e con un vasto sostegno popolare, non può essere ridotto alla minoranza fascista di «Pravyj Sektor».

Come diceva Varela, si tratta di «una caricatura degna di un realista borghese». Certo: la realtà politica ucraina è complicata e difficile da capire. Per esempio: l’ultradestra e la destra euroscettica «Svoboda» nel 2012 ottennero il 10,4% dei suffragi, assai meno di molti partiti di destra in Francia o in Italia (ideologicamente molto simile al Partito repubblicano statunitense, non è stata predominante a Maidan). Il Pravyj Sektor presentò per la prima volta la sua candidatura alla presidenza nelle elezioni del 25 maggio 2014: fu uno strano «colpo di Stato nazista», con un partito in cui forte era la presenza ebraica, che applicava ricette neoliberiste e che convocò libere elezioni senza alcuna preclusione ideologica, alle quali partecipò liberamente il filorusso Partito Comunista d’Ucraina.

Non ci si deve meravigliare, se si medita sulla storia europea, che, con una meccanica visione del mondo di fatto ispirata al Diamat stalinista, tanti socialisti e comunisti dell’epoca tra le due guerre mondiali «giustificassero» l’attacco alla Polonia e l’occupazione dell’Ucraina occidentale, che fu ripopolata da nativi russi e da dove furono deportati in Siberia e in Asia centrale circa un milione di polacchi, ucraini ed ebrei. Né deve stupire che «giustificassero» la guerra contro la Finlandia del 1940, la repressione degli operai tedeschi a Berlino nel 1953, l’invasione dell’Ungheria nel 1956, l’aggressione della Cecoslovacchia nel 1968, sino alla diffidenza contro Gorbačëv, mentre applaudiranno, poi, con una giravolta arlecchinesca, il trionfo «democratico» di uno Eltsin «liberatore» dal «comunismo».

DOVE VA L’UCRAINA? LA DERIVA FASCISTA NON E’ A KIEV MA A MOSCA

Se esiste una deriva «fascista» non fantasiosa, questa si sta manifestando non a Kiev ma allEst, a Mosca. L’ideologia imperiale di Putin e dei suoi alleati nazional-bolscevichi, come «spirito del tempo», accoglie in sé quasi tutte le condizioni di un’autentica deriva verso forme fasciste.

Solo se si fa proprio questo indipendente modello analitico si può e si deve condannare l’invasione di Putin e auspicare politicamente che a Kiev e nel movimento Maidan non vi sia spazio per i neofascisti e i neonazisti. Una teoria realista dei rapporti internazionali non ha niente a che fare con questi riduzionismi primitivi e ideologicamente reazionari. Essa può far sue le parole di Karl Marx nel «Primo Manifesto» della Prima Internazionale a proposito della guerra imperialista tra la Germania di Bismarck e la Francia di Napoleone III:

«Le semplici leggi della Morale e della Giustizia che devono regolare i rapporti tra persone debbono anche imporre la loro vigenza come leggi supreme del comportamento tra le nazioni».

Una teoria realista delle relazioni internazionali intende questo ideale come un obiettivo da perseguire strenuamente e non come il solo strumento con cui operare per meglio perseguirlo. È questo l’afflato morale che mi ha spinto a scrivere questo libro.

Premessa di Ucraina anno zero. Una guerra tra mondi – Libro di Giulio Sapelli

One thought on “Ucraina, un nuovo libro di Giulio Sapelli sul Paese aggredito dalla Russia: ecco le prime pagine

  1. Lupus et agnus – «Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi…

    Premessa – Il mantenimento della pace e i conflitti fra le nazioni vanno risolti in modo pacifico, con interventi diplomatici e con la partecipazione delle organizzazioni internazionali – ONU – senza fomentare con la NATO le parti per avvantaggiarsi in modo scorretto economicamente o strategicamente.
    La guerra Russo-Ucraina va fermata a tutti i costi e non stimolata con inutili aiuti che aumentano il numero delle vittime!
    Costituzione della Repubblica, art. 11 – “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali …”

    Dichiarazione – Per evitare di essere definiti “putiniani” e anti occidentali perché il pensiero “mainstream” degli imbonitori di sistema si contrappone al “pensiero marginale” delle persone dotate di comprendonio che cercano di approfondire i problemi giungendo ad una sintesi ragionata.
    Le bombe sganciate sull’Ucraina fanno indubbiamente male, ma quelle lanciate, anche da noi pacifici Italiani qualche anno fa sull’ex Jugoslavia, su Belgrado in particolare; quelle sulla Libia di Gheddafi; quelle sull’IRAQ … non erano bombe ma biscottini.

    Continua – https://www.stralci.info/lupus-et-agnus/

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