Le critiche mosse all’operazione Furia Epica, l’attacco preventivo congiunto degli Stati Uniti e di Israele all’Iran iniziato nella mattina del 28 febbraio, non riguardano solo l’avere fornito un rilevante contributo a destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e, nel caso di Donald Trump, l’avere infranto la promessa elettorale di non trascinare gli Stati Uniti in nuovi conflitti bellici.
Per il tycoon, le obiezioni comportano pure un possibile abuso di potere per avere iniziato una guerra senza il consenso del Congresso. La riprovazione più netta delle decisioni di The Donald è venuta dal senatore democratico Tim Kaine della Virginia, membro della Commissione per le Relazioni internazionali e di quella per le Forze Armate.
In un intervento pubblicato sul “Wall Street Journal” il 1° marzo (An Unwise and Uncostitutional Attack on Iran), Kaine ha dato a Trump del “guerrafondaio” e ha sollevato la questione dell’incostituzionalità delle azioni del presidente. Le iniziative militari contro il regime di Teheran, infatti, hanno riaperto l’annoso problema di chi disponga dei poteri di guerra negli Stati Uniti
Teoria costituzionale e prassi sulla dichiarazione di guerra
Secondo la Costituzione, il presidente è il comandante in capo delle forze armate (articolo II, sezione 2), ma l’autorità di emettere una dichiarazione di guerra è una prerogativa esclusiva del Congresso che è l’unico titolare dei “war powers”, i poteri di guerra (articolo I, sezione 8, comma 11). In altre parole, per portare legalmente gli Stati Uniti in un conflitto militare, il presidente deve avere l’autorizzazione ufficiale della Camera e del Senato.
Così è stato, per esempio, per l’ingresso nella seconda guerra mondiale. Sebbene il Giappone avesse attaccato gli Stati Uniti bombardando la base di Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 e quindi l’esistenza di un conflitto armato già in corso fosse una constatazione incontrovertibile, il presidente Franklin Delano Roosevelt ebbe comunque bisogno di una formale dichiarazione di guerra del Congresso per condurre le operazioni militari contro Tokyo.
Lo stesso era avvenuto anche in una delle guerre più efferate combattute dagli Stati Uniti, quella di vera e propria aggressione contro il Messico, intrapresa tra il 1846 e il 1848. In tale occasione, il presidente James K. Polk estorse la dichiarazione di guerra al Congresso con la prima di una serie di manipolazioni fraudolente delle informazioni e delle fonti di intelligence da parte della Casa Bianca che hanno caratterizzato in seguito la storia della nazione.
Tra il Messico e gli Stati Uniti era in corso una lunga controversia su quale fosse il confine tra i due Paesi. Polk ordinò a un drappello di soldati di spostarsi in una zona che Washington rivendicava come propria, ma che per il governo messicano era parte del Messico.
Alcuni di questi soldati furono uccisi dalle truppe messicane che li considerarono degli invasori. Pertanto, sostenendo che sangue statunitense fosse stato versato su suolo statunitense (e non in territorio messicano), Polk chiese e ottenne dal Congresso la dichiarazione di guerra contro il Messico.
Conflitti militari senza dichiarazioni di guerra formali
Oltre un secolo più tardi, la partecipazione degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam fu legalmente possibile in base alla “Risoluzione sul Golfo del Tonchino” del 7 agosto 1964.
Il presidente Lyndon B. Johnson mentì spudoratamente ai legislatori, dichiarando che unità della marina militare statunitense erano state attaccate dalle forze nordvietnamite in acque internazionali nel Sud-Est asiatico, al largo appunto del Golfo del Tonchino. Nulla di ciò era avvenuto, ma in pochi se la sentirono di mettere in dubbio le parole del presidente.
Così Johnson riuscì a far approvare dal Congresso la “Risoluzione sul Golfo del Tonchino”, con la quale ebbe il permesso di impiegare “tutti i mezzi necessari per respingere qualsiasi attacco armato contro gli Stati Uniti e per prevenire ulteriori aggressioni”.
Fu una sorta di delega in bianco per il ricorso alla forza militare contro il Vietnam del Nord, di cui Johnson si avvalse per impiegare direttamente esercito, marina e aviazione nelle operazioni belliche, provocando una escalation del coinvolgimento di Washington, fino ad allora limitato alla fornitura di consiglieri e istruttori al regime del Sud.
Qualcosa di simile accadde per l’invasione dell’Iraq il 19 marzo 2003. Il presidente George W. Bush finse che l’Iraq fosse in possesso di armi di distruzione di massa che avrebbero potuto essere impiegate contro gli Stati Uniti e i loro alleati.
Forviati da queste menzogne (le presunte armi non furono mai trovate, nonostante l’occupazione statunitense del Paese), il 16 ottobre 2002 la Camera e il Senato approvarono a larga maggioranza un documento che autorizzò il presidente a “usare le forze armate statunitensi come avrebbe ritenuto necessario e appropriato per difendere la sicurezza nazionale americana contro l’Iraq”.
Né la “Risoluzione sul Golfo del Tonchino” del 1964 né l’autorizzazione del 2002 rappresentarono vere e proprie dichiarazioni di guerra, ma costituirono piuttosto una delega dei “war powers” al presidente, segno evidente di un loro slittamento dal Congresso alla Casa Bianca.
In effetti, nonostante le ripetute operazioni militari condotte dagli Stati Uniti a partire dal secondo conflitto mondiale, l’ultima dichiarazione di guerra formale emessa dal Congresso risale al 4 giugno 1942, quando la Camera e il Senato stabilirono che la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria – Paesi i cui governi si trovavano sotto il controllo della Germania nazista – erano nemici degli Stati Uniti.
Mc Kinley e la prima deroga ai poteri di guerra del Congresso
L’esigenza di contrastare in tempi rapidi minacce alla sicurezza nazionale ha permesso al presidente con una frequenza crescente di non ottemperare alla lettera del dettato costituzionale.
Il primo a cimentarsi in questo genere di forzature fu William McKinley, non a caso uno dei predecessori più ammirati da Trump. Nel 1900 McKinley decise di aggregare soldati statunitensi al contingente internazionale inviato nell’Impero cinese dalle potenze occidentali e dal Giappone per sedare la rivolta dei Boxer contro le ingerenze straniere. Era una scelta in linea con una politica imperialista ed espansionistica intrapresa da McKinley che suscitava tuttavia resistenze in parte dell’opinione pubblica.
Il presidente, quindi, non volle correre il rischio che il Congresso gli negasse l’autorizzazione per spedire militari a combattere i ribelli in Cina e si rifiutò di chiedergliela, adducendo a pretesto il fatto che l’operazione militare era urgente e non ci sarebbe stato sufficiente tempo per convocare il Congresso che, al momento, non era in seduta.
La tattica di McKinley non fu contestata in termini significativi e la sua mossa venne, pertanto, a stabilire un pericoloso precedente.
La guerra fredda e l’avocazione dei poteri di guerra da parte del presidente
Fu soprattutto la guerra fredda a creare le condizioni affinché il presidente avocasse in parte a sé i “war powers”, sottraendoli al Congresso, in nome della sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei loro alleati.
A fronte dello sviluppo degli armamenti atomici, la dottrina della deterrenza – fondata sul principio della MAD (la Mutual Assured Distruction, cioè la distruzione reciproca assicurata), per cui Mosca non avrebbe attaccato gli Stati Uniti con ordigni nucleari in base alla certezza che una istantanea rappresaglia di Washington avrebbe comunque spazzato via la stessa Unione Sovietica – dovette inevitabilmente comportare una deroga, ancorché in linea teorica, alla dichiarazione di guerra da parte della Camera e del Senato.
A decidere l’ipotetico lancio di missili contro il nemico sarebbe stato il presidente, non il Congresso. Tuttavia, durante la guerra fredda, i “war powers” di deputati e senatori furono concretamente aggirati per conflitti di tipo convenzionale.
Nel 1950 il presidente Harry S. Truman coinvolse gli Stati Uniti nella guerra di Corea senza l’autorizzazione del Congresso. Washington partecipò al conflitto in applicazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che impegnava i Paesi membri all’uso della forza militare per ripristinare lo status quo ante dopo che la Corea del Nord aveva invaso quella del Sud.
La giustificazione di Truman fu che il Senato aveva approvato l’adesione degli Stati Uniti alle Nazioni Unite nel 1945 e, pertanto, aveva automaticamente vincolato Washington ad applicare le deliberazioni del Consiglio di Sicurezza, qualunque esse fossero, senza che fossero possibili discussioni e voti sui successivi provvedimenti adottati da questa organizzazione internazionale.
In seguito, la “Risoluzione sul Golfo del Tonchino” lasciò a Johnson stabilire quali fossero i “mezzi necessari” per fronteggiare e anticipare attacchi armati contro le forze statunitensi nel Sud-Est asiatico, se usarli e con quali tempi e modalità.
Una considerazione analoga vale per le conseguenze di una precedente crisi che aveva riguardato le isole di Quemoy e Matsu nello stretto di Taiwan. Quando la Repubblica Popolare Cinese minacciò un intervento militare per occuparle, allo scopo di scoraggiare il regime di Pechino, il 29 gennaio 1955 il presidente Dwight D. Eisenhower si fece concedere dal Congresso un’autorizzazione preventiva all’impiego delle forze armate statunitensi per garantire la sicurezza di Taiwan e delle isole circostanti.
Anche in questo caso, la Camera e il Senato sottoscrissero in sostanza una delega in bianco per il presidente, abdicando a parte dei loro “war powers”.
La “War Powers Resolution”
L’abuso che il presidente Richard M. Nixon fece della delega parziale dei poteri di guerra relativamente al conflitto in Vietnam indusse il Congresso a riprendersi quanto aveva inopinatamente ceduto alla Casa Bianca negli anni precedenti.
Nel 1970 Nixon sfruttò la “Dichiarazione sul Golfo del Tonchino”, che era ancora in vigore, per estendere le operazioni militari nel Sud-Est asiatico alla Cambogia, che fu prima bombardata e poi invasa dagli Stati Uniti per tagliare i rifornimenti che da questo Paese andavano ai guerriglieri comunisti Vietcong che combattevano nel Vietnam del Sud contro il regime sostenuto da Washington.
Nixon operò nel più assoluto segreto, tenendo all’oscuro non solo l’opinione pubblica americana ma anche il Congresso. Quando questo intervento militare venne finalmente alla luce, la Camera e il Senato approfittarono della parziale distensione nei rapporti tra Mosca e Washington all’inizio degli anni Settanta per riappropriarsi progressivamente dei poteri di guerra.
Dopo avere abrogato la “Risoluzione sul Golfo del Tonchino” già nel 1971, approvarono un nuovo documentonel 1973, la “War Powers Resolution”, conosciuta anche come “War Powers Act”. Il provvedimento precisò l’attribuzione dei poteri di guerra in corrispondenza della manifestazione di emergenze nazionali improvvise, provocate da un “attacco contro gli Stati Uniti, i suoi territori o possedimenti o le sue forze armate”.
In particolare, stabilì che nel caso dell’impiego di militari americani in combattimento al di fuori dei confini nazionali in mancanza di una dichiarazione di guerra formale del Congresso, il presidente era obbligato a informare deputati e senatori entro 48 ore e a ritirare le unità combattenti entro 60 giorni (prorogabili a 90) in assenza di un’autorizzazione esplicita al loro utilizzo.
Nixon pose il veto alla “War Powers Resolution”, sostenendo che metteva a repentaglio la sicurezza nazionale perché avrebbe interferito con la capacità del presidente di agire rapidamente per fronteggiare crisi improvvise di natura militare.
Tuttavia, Nixon era screditato politicamente dallo scandalo del Watergate, che lo avrebbe costretto a dimettersi dalla Casa Bianca pochi mesi dopo, e il 7 novembre 1973 il Congresso scavalcò con facilità il suo veto e le nuove disposizioni sui poteri di guerra, tuttora vigenti, divennero effettive.
Poteri di guerra e precedenti crisi mediorientali
La “War Powers Resolution”fu applicata durante l’amministrazione di Ronald Reagan nel 1982 per autorizzare l’invio di militari statunitensi nel Libano come componente del contingente internazionale – formato anche da unità del Regno Unito, della Francia e dell’Italia – che operò come forza di interposizione tra le milizie dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e l’esercito israeliano che aveva invaso il Sud del Paese.
Alla “War Powers Resolution” era riconducibile anche l’assenso del Congresso all’operazione Tempesta del Deserto, con la quale l’amministrazione di George H.W. Bush liberò militarmente il Kuwait dall’occupazione irakena nel 1991. Pur avendo ottenuto l’avallo della Camera e del Senato, Bush ritenne che non fosse comunque vincolante.
Infatti, richiamando in parte l’argomentazione di Truman nel 1950, il presidente affermò che l’impiego delle forze armate statunitensi ottemperava a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti e, quindi, non poteva essere subordinato a una decisione del Congresso.
Una diatriba irrisolta
Malgrado le intenzioni dei legislatori, la “War Powers Resolution” non ha risolto la questione dell’attribuzione dei poteri di guerra in maniera definitiva e ha dato origine a nuove controversie.
Per esempio, dopo l’uccisione di diciotto militari statunitensi a Mogadiscio nell’ottobre del 1993, il presidente Bill Clinton accettò di anticipare il ritiro del contingente statunitense intervenuto in Somalia per conformarsi a un richiamo alla disposizione del 1973 da parte del Congresso.
Di contro, Clinton continuò a ordinare bombardamenti sulla Serbia nel 1999, durante la cosiddetta guerra umanitaria per il Kosovo, per ben due settimane dopo che erano trascorsi i 60 giorni oltre i quali avrebbe dovuto far cessare le operazioni militari in quanto non erano state formalmente approvate dal Congresso.
Il presidente, però, ritenne di non stare violando la legge perché la Camera e il Senato avevano stanziato i fondi per i voli dei piloti, le bombe che venivano sganciate e i missili che erano lanciati e, quindi, secondo Clinton, avevano anche implicitamente autorizzato i combattimenti. Eppure la “War Powers Resolution” stabilisce che l’assegnazione di finanziamenti a operazioni militari non è equiparabile al loro avallo.
Nel 2011, durante la guerra civile in Libia, il presidente Barack Obama si rifiuto di chiedere al Congresso l’autorizzazione per la partecipazione di aerei statunitensi alle incursioni per applicare una no-fly zone sulla regione di Bengasi, in maniera da impedire all’aviazione del dittatore Mu’ammar Gheddafi di fare strage degli insorti contro il suo regime.
I raid erano stati deliberati dal Consiglio del Patto Atlantico, l’alleanza militare alla quale gli Stati Uniti avevano aderito nel 1949. Di conseguenza, a giudizio di Obama, che riecheggiò i ragionamenti di Truman e di Bush Sr., sia pure in riferimento a un’altra organizzazione internazionale, la NATO, gli Stati Uniti erano vincolati dalle decisioni dei loro alleati e il Congresso non poteva sindacarle.
Il problema dei poteri di guerra si ripropose con la guerra civile in Siria. Nel 2014 una risoluzione congiunta della Camera e del Senato vietò il coinvolgimento delle forze armate statunitensi.
Però sia Obama sia Trump ignorarono il provvedimento e impiegarono unità delle truppe speciali sul terreno contro le milizie dell’ISIS. Il 7 aprile 2017 Trump fece addirittura lanciare 59 missili Tomahawk contro la base dell’aeronautica di al-Shayrat, controllata dal regime di Bashar al-Assad, come rappresaglia per l’impiego di armi chimiche contro i civili siriani da parte del dittatore.
La mancata integrazione alla “War Powers Resolution”
Per ovviare ai limiti della “War Powers Resolution” e creare le condizioni legali per costringere il presidente a rendere conto al Congresso del suo operato in campo militare, nel 2014, il già ricordato senatore Kaine e il collega repubblicano John McCain dell’Arizona presentarono una proposta di legge per l’istituzione di un comitato permanente del Congresso, formato da quattordici membri. Ne avrebbero fatto parte i leader dei due partiti alla Camera e al Senato e i capigruppo delle commissioni del Congresso con giurisdizione sulla sicurezza nazionale.
Con questo organismo il presidente avrebbe dovuto confrontarsi obbligatoriamente prima di ordinare il dispiegamento di militari statunitensi all’estero in conflitti armati “significativi” e almeno ogni due mesi nel corso di rilevanti operazioni belliche prolungate. Il disegno legislativo, però, non è mai stato approvato.
“War powers” e minacce terroristiche
Le controversie tra la Casa Bianca e il Congresso sull’applicazione della “War Powers Resolution”sono sorte soprattutto nei casi in cui gli interventi militari all’estero hanno avuto come bersaglio non forze armate regolari di Stati sovrani bensì gruppi terroristici e loro membri.
Riserve sul fatto che tali azioni fossero soggette al vaglio della Camera e del Senato furono sollevate già negli anni Ottanta del Novecento dall’amministrazione Reagan, per la quale le operazioni anti-terrorismo erano equiparabili ad azioni di polizia in campo internazionale, anziché a iniziative belliche.
In ogni caso, dopo gli attentati di al-Qaeda dell’11 settembre 2001, a conferire al presidente una più ampia discrezionalità e autonomia dal Congresso nel combattere il terrorismo al di fuori dei confini nazionali degli Stati Uniti furono gli stessi legislatori.
Il 18 settembre 2001, una risoluzione congiunta della Camera e del Senato autorizzò l’uso della forza contro chiunque avesse pianificato, commesso o aiutato gli attacchi della settimana precedente contro il World Trade Center e il Pentagono. Il provvedimento aveva come bersaglio al-Qaeda.
Tuttavia, il contrasto a questa specifica organizzazione fu interpretato in senso lato e finì per includere qualsiasi gruppo terroristico avesse preso di mira gli Stati Uniti.
Così, nell’ultimo quarto di secolo, la risoluzione del 2001 è servita per legittimare azioni militari degli Stati Uniti condotte anche contro organizzazioni diverse da al-Qaeda in Paesi tra cui la Somalia, lo Yemen, l’Etiopia, l’Eritrea e il Kenya.
L’autoritarismo trumpiano nella politica militare
Alla lotta conto un presunto terrorismo, non più di matrice fondamentalista islamica, ha fatto appello Trump per sentirsi giustificato a colpire il Venezuela.
Non a caso, il deposto presidente Nicolás Maduro è stato accusato di narcoterrorismo da The Donald e la sua cattura, lo scorso 3 gennaio, è stata presentata come una semplice operazione di polizia internazionale, nonostante abbia comportato l’impiego di circa 150 aerei da combattimento e della USS Gerald R.Ford, lapiù potente portaerei a disposizione della marina militare statunitense.
Invece, per l’affondamento di 45 imbarcazioni venezuelane, che ipoteticamente facevano parte di una rete per contrabbandare stupefacenti negli Stati Uniti tra il settembre del 2025 e lo scorso febbraio, il tycoon si è sentito in diritto di non chiedere l’autorizzazione all’uso della forza al Congresso, perché si sarebbe trattato di singole azioni talmente isolate tra loro e di così breve durata da non potersi configurare come azioni di guerra.
Per non farsi assoggettare al vaglio di deputati e senatori, Trump ha fatto riferimento ai tempi rapidi dell’utilizzazione dell’apparato militare di Washington pure in relazione alla mancata richiesta dell’autorizzazione al Congresso per il bombardamento dei siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz ed Esfahan, nella notte del 22 giugno 2025. Quella che per l’alleato israeliano era dichiaratamente una guerra contro l’Iran, per il tycoon si configurava come un fugace raid.
Tale paradigma non è ovviamente applicabile all’operazione Furia Epica, per la quale Trump – malgrado il suo ostentato ottimismo – prevede comunque combattimenti della durata di quattro o cinque settimane.
Per questa ragione, The Donald ha motivato l’intervento militare adducendo ragioni di sicurezza nazionale, in particolare “per assicurare che gli americani non debbano mai affrontare un regime assetato di sangue e terrorista, armato con armi nucleari”.
Eppure la Central Intelligence Agency per prima era andata sostenendo che non esistessero minacce iraniane imminenti di natura nucleare o missilistica convenzionale. Alla luce delle informazioni di intelligence disponibili, pertanto, ci sarebbe stato tutto il tempo per chiedere l’autorizzazione della Camera e del Senato per le operazioni militari.
Tuttavia, la concertazione è un metodo del tutto alieno all’autoritarismo di Trump, che sta dimostrando di volersi sottrare al controllo del Congresso anche nella sfera della politica militare, perché è incompatibile con la sua concezione personalistica e dispotica del potere e dei processi decisionali.
La corresponsabilità del Congresso
A incoraggiare Trump nell’abuso dei poteri di guerra è anche la mancanza di “spina dorsale” di una parte dei legislatori, per citare l’espressione usata da Kaine sul “Wall Street Journal” a proposito di alcuni suoi colleghi: mercoledì scorso la risoluzione che proprio Kaine aveva presentato in Senato per chiedere il ritiro immediato delle forze armate statunitensi dalla guerra contro l’Iran e l’approvazione preventiva da parte del Congresso di future operazioni militari contro Teheran è stata bocciata con 53 voti contrari e 47 a favore.
Un documento dal contenuto analogo è stato respinto dalla Camera giovedì. In quest’ultima occasione il presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, si è prodotto in un’incredibile contorsione argomentativa per giustificare la politica militare di Trump e aggirare la questione della incostituzionalità dell’intervento contro Teheran.
Ha, infatti, sostenuto che l’Iran avrebbe dichiarato guerra agli Stati Uniti attaccandone tre ambasciate in Medio Oriente (tralasciando il fatto, non marginale, che si è trattato di una rappresaglia successiva all’inizio dell’operazione Furia Epica), ma gli Stati Uniti non sarebbero al momento in guerra con l’Iran.
Per Mike Flood, un membro repubblicano della Camera in rappresentanza del Nebraska, non sarebbe neppure in corso una guerra, ma più semplicemente una “operazione militare significativa”, un eufemismo che ricorda molto da vicino il rifiuto di Vladimir Putin di definire guerra l’attacco russo all’Ucraina e la sua preferenza per l’espressione “operazione militare speciale”.