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Tap: 1,2 miliardi di prestito in arrivo, ma il governo è fermo

La settimana prossima la Bers accorderà un credito di 1,2 miliardi, ma Lega-Cinquestelle insistono con dichiarazioni contrarie all’opera. In Usa si svolge la World Gas Conference.

Tap: 1,2 miliardi di prestito in arrivo, ma il governo è fermo

Se non ci fossero di mezzo miliardi di euro e la necessità – per l’Italia soprattutto – di avere fonti di energia continuative disponibili, la vicenda del gasdotto TAP sarebbe una perfetta guerra di nervi. In parte lo è. Tra governi, formazioni politiche, ambientalisti, ministri di nuova e vecchia nomina.

Il governo Lega Cinquestelle ha detto a più riprese che l’opera è da rivedere, se non da abbandonare completamente. E la ministra del Sud, Barbara Lezzi, ha combattuto una battaglia durissima sul territorio prima dell’incarico ministeriale. I consumi di gas, è stato spiegato, sono in diminuzione, perché far giungere il megatubo sulle coste pugliesi? A cosa serve? Non la pensano, ovviamente, così le aziende impegnate nella costruzione del gasdotto, i paesi energeticamente vulnerabili. Tutti coloro che vogliono allentare le dipendenze dalla Russia. Ma anche chi investe. L’Europa ci crede. Ha ristudiato i consumi di gas e di altre fonti tradizionali certificando il bisogno di avere più gas dal 2020. La Tap serve a questo.

La Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), la settimana prossima deciderà autonomamente se accordare un prestito di 1,2 miliardi a sostegno del progetto. La decisione è attesa per il 4 luglio, ma le anticipazioni lasciano immaginare che tutto andrà a posto. Una nuova iniezione di denaro e di fiducia, quindi, poche settimane dopo il prestito di 1,5 miliardi concesso dalla BEI. Nella costruzione della TAP è impegnato con 4,5 miliardi di euro un Consorzio internazionale con l’italiana Snam. La fiducia dell’Ue si è espressa sinora con linee di credito inserite nel programma comunitario Connecting Europe Facility (Cef). Non è cosa di poco conto, nello scenario degli investimenti su scala continentale. La guerra di nervi è, allora, il sintomo di modi diversi di vedere lo sviluppo dell’Italia. Delle strutture necessarie a farlo progredire, con occhi ed orecchie ai conti pubblici.

Le rinnovabili e l’efficientamento energetico non sono in discussione. Già le battaglie contrarie al gasdotto della Regione Puglia hanno lacerato i rapporti nel governo di centrosinistra. Le valutazioni di Lega e Cinquestelle rischiano ora di affossare l’opera, o di ritardarne la conclusione di quattro, cinque anni. Magari, come dice il governatore Emiliano, studiando un approdo diverso da quello attuale. Il gas in arrivo dal mar Caspio è strategico per tutto il mondo industriale. Confindustria ha chiesto di non abbandonare le grandi infrastrutture lasciate dai governi precedenti. Più esplicitamente di non compromettere gli sforzi e le collaborazioni internazionali pazientemente intessute. Ma poi c’è di mezzo la SEN che, rilancia il PD in un’interpellanza parlamentare al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, “prevede la realizzazione di nuove infrastrutture, in particolare la TAP che trasporterà circa 10 miliardi di metri cubi di nuovo gas dall’Azerbaijan a partire dal 2020”. Era il caso di rimarcarlo? Si e non solo per spirito di parte. Perché la guerra di nervi si manifesta nei giorni in cui a Washington si svolge la World Gas Conference. Un appuntamento cruciale, dove il ruolo dell’Italia sarà valutato. Chissà come.

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