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Scuola, perché nessuno vuole più insegnare a Milano?

Nel capoluogo lombardo le graduatorie sono vuote e mancano 15.000 docenti: il problema, comune anche ad altre città del Nord, è il costo della vita troppo alto.

Scuola, perché nessuno vuole più insegnare a Milano?

La stampa quotidiana ripropone da tempo, prima dell’inizio dell’anno scolastico, l’allarme per l’impossibilità di trovare insegnanti a Milano. Nel capoluogo lombardo le graduatorie sono vuote e mancano 15.000 docenti. Lo stesso problema si ripropone in tutti grandi centri urbani del Nord dove il costo della vita è più alto rispetto al resto del paese. Certo è purtroppo vero che la figura dell’insegnante non ha più quel riconoscimento sociale che meriterebbe, che l’effetto della “quota cento” sta producendo danni cui difficilmente si potrà riparare nel breve termine, ma sull’origine dei molti mali della scuola pesa molto il modello contrattuale che centralizza la determinazione dei livelli retributivi a prescindere dal costo della vita delle differenti realtà territoriali.

Gli insegnanti del nord (è bene non dimenticare che sono proprio quelli numerosissimi di origine meridionale a subire le conseguenze più negative), in particolare nei grandi centri urbani, sono sottopagati. Poiché non esiste né una contrattazione integrativa aziendale, né una contrattazione territoriale, l’effetto è quello, attraverso un egualitarismo perverso, di riprodurre le gabbie salariali “al contrario”, con salari reali più bassi al Nord e più alti al Sud. L’attribuzione di cattedre al nord per insegnati provenienti dal sud è stata definita “una deportazione”. Il termine è fuori luogo ma rende bene l’idea delle conseguenze catastrofiche per chi, trasferito al nord, deve sobbarcarsi costi, a partire dal canone di locazione, che possono tagliare almeno il 30-40% della propria retribuzione.

Questo diabolico meccanismo non sembra peraltro impressionare più di tanto le stesse organizzazioni sindacali nazionali di categoria che vedono nel contratto nazionale uno strumento di controllo irrinunciabile che dovrebbe garantire l’unità della scuola italiana. Ma una cosa sono i corsi di insegnamento che in gran parte debbono essere comuni per tutto il paese, altro è il meccanismo retributivo che, secondo logica e per tutelare i diritti dei lavoratori, deve essere diverso, proprio per garantire l’equità delle retribuzioni.

Le vie d’uscita per raggiungere il risultato sono numerose, ma non tutte semplici e, soprattutto, compatibili con lo stato della finanza pubblica. Una soluzione, nel quadro del possibile trasferimento alle Regioni della gestione amministrativa della scuola può essere quella di affidare alla contrattazione integrativa regionale il compito di difendere il potere d’acquisto degli insegnanti. Poiché verrebbero trasferiti alle Regioni gli attuali costi dello Stato, toccherebbe alle Regioni (che lo chiedono), di farsi carico degli oneri indotti dalla differenza salariale tra contratto nazionale e contratto integrativo territoriale.

Rimane poco comprensibile la difesa dello status quo in nome di un malinteso senso dell’unità nazionale che invece nasconde una radicata volontà di conservazione del tutto priva di orizzonti strategici di valorizzazione della scuola. Al contrario è proprio questa situazione che rischia di provocare la disintegrazione della scuola e con essa della nostra società. Per invertire la pericolosa tendenza che confina sempre più la scuola italiana ad un ruolo residuale (le recenti immagini che ci consegna la recente indagine Invalsi costituiscono un allarme drammatico) non basta certo garantire la retribuzione reale degli insegnanti, ma questa non è secessione, è un primo passo in avanti anche per restituire a queste figure professionali un elemento di maggiore dignità.

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