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RAPPORTO UNICREDIT SULLE PICCOLE IMPRESE – La digitalizzazione, sfida e opportunità

RAPPORTO UNICREDIT SULLE PICCOLE IMPRESE – Pubblichiamo una sintesi del Rapporto Piccole Imprese Unicredit, incentrato sul tema della digitalizzazione come opportunità di crescita per l’innovazione e l’internazionalizzazione del Paese e soprattutto per le aziende più piccole – Alla presentazione è intervenuto il direttore generale di Unicredit, Nicastro.

RAPPORTO UNICREDIT SULLE PICCOLE IMPRESE – La digitalizzazione, sfida e opportunità

SINTESI DEI PRINCIPALI RISULTATI DEL RAPPORTO

La congiuntura economica

La fase di rallentamento economico innescata dall’acutizzarsi della crisi del debito sovrano a partire dalla seconda metà del 2011 ha visto l’Italia presentare performance peggiori rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea che hanno adottato l’euro. In particolare, mentre l’Eurozona non è (ancora) di fatto entrata in reces­sione tecnica, l’Italia ha messo a segno ben quattro trimestri consecutivi di contrazione marcata del PIL.

Le prospettive per la seconda metà del 2012 restano ancora molto deboli per il nostro Paese, con i prossimi due trimestri ancora in contrazione. Conseguentemente, la crescita del PIL dovrebbe attestarsi al -2,4% nel 2012, ben al di sotto della crescita dell’Eurozona, con un conseguente aumento della sottoperformance dell’I­talia già osservata nel 2011.

L’ampliamento del gap di crescita dell’Italia rispetto agli altri Paesi nel corso degli ultimi due anni suggerisce che sulle sue debolezze strutturali si sono innescati alcuni fattori specifici che hanno caratterizzato l’attuale fase di recessione. Il primo è stato il forte sforzo di consolidamento fiscale, di gran lunga maggiore rispetto alla media dell’Eurozona; un secondo è stato rappresentato dal riacutizzarsi della crisi del debito sovrano nell’estate del 2011, che ha visto l’Italia al centro delle tensioni e dalle ricadute che questo fenomeno ha avu­to sia sulle condizioni di accesso del sistema bancario al mercato dei capitali sia su quelle di finanziamento del settore privato.

In questo contesto di condizioni restrittive di accesso al credito e di forte consolidamento fiscale, la domanda interna ha fornito e continuerà a fornire nella seconda metà del 2012 (ma anche nel 2013) un contributo ne­gativo alla dinamica del PIL nazionale. La situazione delle famiglie e delle imprese resta, infatti, caratterizzata da livelli di reddito disponibile delle famiglie in contrazione, valori del tasso di risparmio troppo bassi per poter sostenere i consumi, profitti in continuo calo e financing gap delle imprese negativo. L’impatto negativo della domanda interna è, e continuerà ad essere, solo in parte compensato dal contributo positivo del canale estero.

Ci attendiamo, tuttavia, una fase di stabilizzazione dell’attività economica a partire dall’inizio del prossimo anno. Vi sono infatti diversi fattori che contribuiranno alla stabilizzazione dell’attività economica. In primo luogo, è importante sottolineare che il consolidamento fiscale nel 2013 avrà sì un impatto negativo sulla crescita del PIL, ma in misura minore rispetto al 2012. Inoltre, la stabilizzazione sui mercati finanziari, che noi ci aspettiamo essere duratura e sostenibile, comincerà presto a essere riflessa tanto sulla fiducia di famiglie e imprese, quanto sulle condizioni di finanziamento del settore privato. Infine, un ulteriore fattore di stabilizza­zione dovrebbe scaturire dall’impatto positivo (ritardato) del deprezzamento del tasso di cambio reale che si è avuto tra ottobre 2011 ed agosto 2012.

In ogni caso, anche se torneremo ad osservare tassi di crescita positivi probabilmente già nel secondo trime­stre del 2013, si tratterà ancora di una crescita molto debole e solo marginalmente favorevole. Conseguente­mente, ci aspettiamo che il PIL si contragga complessivamente di un altro 0,5% nel 2013.

L’indice di fiducia

Nell’indagine sulla fiducia 2012 gli imprenditori italiani testimoniano l’affanno emerso in questi ultimi anni a causa di condizioni del sistema economico particolarmente avverse: l’attuale rilevazione fa registrare il più basso valore dell’indice di fiducia mai raggiunto dal 2004 (73), con una perdita di 8 punti rispetto allo scorso anno. Come in passato, i fattori che più hanno risentito del malumore degli intervistati sono quelli esogeni, che rivelano le opinioni espresse sulla situazione economica generale e sulla situazione del settore. Quest’anno, tuttavia, emerge per la prima volta chiaramente una consistente e generalizzata diminuzione dell’indice sull’andamento dei ricavi, segnale inequivocabile di quanto le conseguenze della crisi stiano avendo forte ripercussioni anche sull’economia reale.

L’analisi delle opinioni, espresse con riferimento ai dodici mesi passati e ai dodici futuri, evidenzia, purtrop­po, un netto calo dell’ottimismo normalmente dimostrato dagli imprenditori circa i mesi a venire, consi­derando che dal 2009 l’indice è diminuito progressivamente di ben 28 punti (di cui 5 punti l’ultimo anno).

Un segnale di maggiore speranza viene offerto dalle aziende più strutturate – sia dal punto di vista della numerosità dei dipendenti sia dal punto di vista della classe di fatturato – che si mostrano più ottimiste rispetto alle micro imprese.

Dal confronto tra i settori di appartenenza, le aziende che esprimono i giudizi più positivi sono quelle del commercio all’ingrosso, anche se è significativo evidenziare come gli imprenditori del commercio al detta­glio sono quelli che hanno perso minore terreno rispetto allo scorso anno, forse grazie anche alla minore vulnerabilità rispetto all’allungamento dei tempi di incasso, problema che, al contrario, ha fortemente inde­bolito gli operatori degli altri settori.

Per quanto riguarda le macro aree geografiche, il Nord si conferma la zona più fiduciosa, mentre sono gli imprenditori del Centro a manifestare maggiore pessimismo.

Quest’anno, inoltre, l’approfondimento sul clima di fiducia delle imprese è stato esteso anche ad un campio­ne di medie aziende e ad uno di grandi aziende, con la finalità di confrontare i risultati e cogliere potenziali spunti interessanti. Le medie imprese si sono rivelate più ottimiste, con un indice di fiducia pari a 76. È im­portante tuttavia sottolineare che l’analisi condotta sull’orizzonte temporale evidenzia maggiore ottimismo da parte degli operatori più piccoli, ossatura del tessuto economico italiano, per ciò che riguarda i giudizi forniti sulle previsioni future.

La presente edizione del Rapporto si concentra sulla digitalizzazione delle imprese, e, anche per l’indagine sulla fiducia, si è voluto approfondire questo tema, sondando il sentiment degli imprenditori che affermano di avvalersi di tecnologie avanzate per la gestione della loro attività. Da questo punto di vista, è confortante sottolineare che sia le piccole sia le medie imprese si dichiarano molto più fiduciose se utilizzano tecnologie digitali e, tra queste, la pratica della funzione vendite tramite l’e-commerce sembra renderle ancora più ottimiste.

Il capitolo si chiude con i risultati della rilevazione sul rapporto banca-impresa, che confermano il persiste­re del trend negativo dei giudizi, condizionati, ancora una volta, dalle stringenti regole oggettive presenti nell’ambito della valutazione del merito creditizio e subentrate a seguito del recepimento delle direttive di Basilea.

Capitolo 3

Se negli ultimi vent’anni il capitalismo è cambiato in funzione di “cosa” produce e di “come” lo produce, la di­gitalizzazione è quel “come”. Un fenomeno talmente ampio ed eterogeneo che è estremamente arduo anche solo provare a fornirne uno sguardo d’insieme.

Anche il piccolo capitalismo italiano è pervaso da tale nuovo paradigma. Se lo stereotipo vuole che il piccolo imprenditore tradizionale sia sovente avverso all’innovazione tecnologica, soprattutto quando essa riguarda l’aspetto informatico, i casi esaminati mostrano alcune interessanti nuove tendenze di cui la digitalizzazione è la grande protagonista: dalla strategia di personalizzazione del prodotto-servizio, alla capacità di creare esperienze che tendono a diventare sempre più la motivazione reale del consumo, sino alla capacità di creare un legame sempre più forte tra fornitore e fruitore del servizio, così come fra i fornitori stessi del servizio, senza intermediazioni. Allo stesso modo, operano sul territorio molteplici soggetti imprenditoriali che da tempo provano a modernizzare e a digitalizzare altre realtà imprenditoriali e non, sia pubbliche, sia private. Relativamente ai casi presi in esame in questo lavoro, si tratta sovente di “pionieri” dell’informatica, con un portato di conoscenza e know how figlio di esperienze pregresse in realtà più grandi e strutturate. Conoscenze e know how che hanno voluto mettere al servizio della modernizzazione digitale del sistema imprenditoriale, funzionale e amministrativo italiano. Così come, del resto, esiste una quantità consistente (e crescente) di neonate e innovative realtà imprenditoriali, figlie sovente di idee lungimiranti, di un altrettanto elevato tasso di innovazione e di capitali scarsi, quelle che in tutto il mondo vengono ormai da anni definite start-up. Dentro la crisi, per ognuna di queste realtà, il problema centrale è come finanziare tali processi di digitalizzazione. Difficoltà comune a tutto il capitalismo dei piccoli, questa, che tuttavia si acuisce ulteriormente fra le piccole e micro imprese, ancor di più fra quelle realtà che si muovono entro ambiti competitivi e mercati nuovi, diffi­cili da valutare per chi deve dare risposta a una domanda di finanziamento. E ancor di più, fra quelle giovani realtà, nate dall’idea di altrettanto giovani imprenditori, sovente prive di qualunque risorsa finanziaria per competere.

È un mondo difficilmente bancabile, quello della nuova economia digitale. Anche perché spesso è qualcosa di completamente nuovo, che conseguentemente ha bisogno di interlocutori e finanziatori in grado di compren­dere tale novità e, più ancora, di soggetti che, a partire da tale comprensione e dalle successive valutazioni, possano produrre essi stessi prodotti creditizi altrettanto diversi, nuovi e rispondenti alle loro esigenze.

Digitalizzazione e sistema produttivo

La digitalizzazione ha profondamente cambiato l’interazione tra sistema scientifico-tecnologico e apparato produttivo, trasformando il paradigma tecnologico del nostro tempo che, oggi, ha alla base due risorse imma­teriali quali l’informazione e la conoscenza. Grazie alle loro caratteristiche di pervasività, le tecnologie digitali hanno mutato il modo di produrre, di scambiare e di comunicare, investendo orizzontalmente tutti i settori di attività economica e avendo come potenziali destinatarie le imprese di qualsiasi dimensione.

Proprio per questo la digitalizzazione è unanimemente riconosciuta come un potente fattore propulsivo di sviluppo. I suoi effetti sulla crescita e sulla produttività variano però da Paese a Paese. In Italia il ruolo dell’eco­nomia digitale appare inferiore rispetto sia agli Stati Uniti sia a nazioni europee come Svezia, Gran Bretagna, Francia e Germania. Le differenze fra Paesi possono essere attribuite ad almeno sei fattori, che hanno un ruolo determinante sulla diffusione e l’impatto economico delle ICT: ricchezza; capitale umano; regolamentazione; composizione demografica; struttura economica del Paese; spillovers di conoscenza, esternalità offerte dalla Rete e pressioni competitive. Il contesto di riferimento ha quindi un’importanza fondamentale nel determina­re la diffusione e il successo dell’Internet economy. In ogni caso, sono sempre le imprese lo snodo attraverso il quale la digitalizzazione si ripercuote sulla produttività del sistema.

In particolare, i guadagni di produttività legati all’utilizzo delle nuove tecnologie passano soprattutto attraver­so due fattori: i mutamenti organizzativi e il capitale umano. Data la complessità dell’interazione fra questi elementi, all’inizio l’introduzione delle ICT comporta normalmente una riduzione della produttività. Una volta però completati i processi di apprendimento, gli effetti sull’efficienza delle imprese sono generalmente posi­tivi. Ciò è testimoniato da molte analisi empiriche, dalle quali emerge che le imprese che adottano processi avanzati di digitalizzazione conseguono quasi sempre migliori performance in termini di crescita, occupazione e internazionalizzazione.

Questi risultati si riscontrano in tutti i Paesi, compresa l’Italia. Il nostro Paese sconta però un consistente digital divide, dovuto a ritardi nell’infrastrutturazione, nell’utilizzo di Internet e nell’impatto della Rete in diversi ambi­ti (economia, educazione e formazione, lavoro, salute, Pubblica Amministrazione, cultura, comunicazione). Tra queste tre componenti, i divari più significativi riguardano le dimensioni dell’utilizzo e dell’impatto di Internet. Se infatti la copertura della banda larga, pur in presenza di problemi di velocità di connessione e di affidabilità, appare complessivamente in linea con quella europea, l’accesso effettivo alla Rete e il suo concreto utilizzo da parte di cittadini e imprese sono ancora nettamente inferiori alla media UE27. Il divario aumenta procedendo da Nord a Sud.

Ciò in particolare emerge in relazione a due temi molto rilevanti per l’espansione della digitalizzazione: il com­mercio elettronico e l’interazione online con la Pubblica Amministrazione. Lo scarso ricorso all’e-commerce si manifesta sia dal lato delle famiglie, sia dal lato delle imprese. Al di là della preferenza per un rapporto personale con la controparte e di motivazioni legate alla percezione di minor sicurezza nei pagamenti e di inaffidabilità nelle consegne, il problema per i cittadini e per le imprese appare prevalentemente culturale, dovuto cioè al permanere di inveterate abitudini e dalla difficoltà di aprirsi al nuovo. Analogamente, nell’in­terazione digitale con la Pubblica Amministrazione: se, in teoria, in Italia il 100% dei servizi di e-government è disponibile sia per i cittadini che per le imprese, in realtà i potenziali utenti spesso non sono a conoscenza della possibilità di usufruire di tali servizi. A questo si aggiunge sovente la presenza di procedure elettroniche giudicate complicate dall’utenza e la necessità in molti casi di inviare comunque i documenti cartacei. Non basta quindi digitalizzare le interazioni tra Pubblica Amministrazione e privati, occorre anche che queste pro­cedure siano facilmente utilizzabili e vengano effettivamente utilizzate.

Quali allora le strade da percorrere per sviluppare l’economia digitale in Italia? Oltre a completare la dotazio­ne infrastrutturale, occorre soprattutto superare gli ostacoli di tipo culturale, da un lato, promuovendo una campagna di alfabetizzazione informatica delle ancora ampie fasce di popolazione che non hanno familiarità con le ICT e, dall’altro lato, ampliando l’offerta di una formazione digitale di qualità in favore di determinate categorie – studenti, manager, titolari di imprese, liberi professionisti – che sono maggiormente in grado di avvalersi delle enormi potenzialità di Internet. È necessario inoltre trattenere i talenti digitali in Italia, combat­tendo la fuga dei cervelli e favorendo l’avvio di start-up digitali. Servono anche progetti specifici, come quelli relativi alle “città intelligenti” o a settori/filiere produttive particolarmente “reattive” alle ICT. Un esempio è quello del turismo, cui nel capitolo è dedicato un approfondimento.

Il Governo si sta comunque muovendo in questa direzione, come mostra il recente Decreto “Crescita 2.0”, che punta a colmare il digital divide, rafforzando l’impatto di Internet sulla vita quotidiana di cittadini e im­prese. Provvedimenti come il documento unificato carta d’identità elettronica-tessera sanitaria, il domicilio digitale, le ricette mediche in formato elettronico, gli e-book per la scuola, l’estensione dell’uso della moneta elettronica nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, se ben attuati, possono stimolare la percezione che attraverso la Rete si riesca a immaginare un futuro migliore e una qualità della vita più elevata.

Digital divide e piccole imprese

Il sistema produttivo italiano si è impegnato negli ultimi quindici anni in un processo di riqualificazione impor­tante, diretto a costruire vantaggi competitivi in grado di durare oltre il breve periodo. La crescente integrazio­ne delle economie mondiali e l’introduzione dell’euro, infatti, hanno reso la capacità di competere sui mercati globali una condizione essenziale per la sopravvivenza stessa delle imprese, amplificando l’importanza dei fattori che impattano positivamente su produttività e competitività: la qualità del capitale umano, la diffu­sione della ricerca scientifica e tecnologica, l’innovazione, la capacità di creare relazioni complesse con altre imprese e con i mercati finali, anche i più lontani.

In questa fase di trasformazione, andare oltre i dati aggregati e analizzare le attività e le strategie delle singole imprese è importante, nella convinzione che l’eterogeneità stessa delle situazioni aziendali consenta di co­gliere al meglio i fattori cruciali per lo sviluppo. Il presente capitolo accoglie quindi analisi di tipo microecono­mico, fondate sui risultati dell’indagine UniCredit sulle piccole imprese – dal 2006 svolta annualmente su un campione di 6.000 unità – arricchiti quest’anno da una rilevazione analoga su campioni di medie (circa 1.000 unità) e grandi imprese (circa 300 unità). I temi presentati nel corso del capitolo identificano anche le possibili aree di intervento entro le quali agire per stimolare la crescita del sistema produttivo italiano: capitale umano, digitalizzazione (tema centrale del presente Rapporto), innovazione, internazionalizzazione.

La disponibilità di capitale umano qualificato – in grado cioè di controllare le attività a maggiore contenuto tecnologico e scientifico, di concorrere ai processi di innovazione e di gestire una presenza attiva sui mercati internazionali – rappresenta un fattore strategico decisivo per la tenuta e soprattutto la crescita del sistema produttivo. L’Italia, nel confronto con i principali Paesi sviluppati, risulta in ritardo nel processo di ricompo­sizione della manodopera verso figure professionali più specializzate. L’indagine UniCredit, restituendo un quadro fortemente eterogeneo sulla qualità del capitale umano presente in azienda, qualifica meglio il dato aggregato. Al di là delle attese differenze tra imprese di dimensione diversa – con un più elevato investimento in forza lavoro altamente qualificata nelle aziende maggiori – il risultato più interessante è che l’attenzione alla qualità delle risorse umane non è prerogativa esclusiva delle medie e grandi imprese, ma riguarda anche un numero non trascurabile di unità produttive di dimensioni minori, che, avendo scelto di fare innovazione e di andare sui mercati esteri, hanno caratteristiche simili alle altre. Ciò conferma che la disponibilità di capitale umano qualificato rappresenta un presupposto fondamentale per realizzare strategie d’impresa orientate allo sviluppo.

Lavoratori altamente qualificati, d’altra parte, facilitano anche la diffusione delle nuove tecnologie digitali, altro presupposto essenziale per una crescita sostenibile nel medio periodo, rispetto alla quale il nostro Pa­ese registra ritardi. I risultati dell’indagine confermano il digital divide, soprattutto per le piccole imprese ma comunque presente anche per medie e grandi, e offrono informazioni dettagliate sulla qualità del ritardo. In particolare, si rileva un’ampia diffusione della dotazione tecnologica di base (computer, software per la pro­duttività individuale e sistemi gestionali di base, connessione a Internet) e un largo utilizzo degli strumenti più semplici collegati alla disponibilità di una connessione alla Rete (posta elettronica, sito Internet aziendale, gestione dei rapporti con clienti e fornitori, accesso online ai servizi bancari o finanziari). Ritardi emergono invece su prodotti e processi alla frontiera tecnologica, come risulta sia dalla minore diffusione di tecnologie e servizi più avanzati (rete intranet aziendale, rete extranet, profilo su social network, pubblicità su motori di ricerca o via e-mail), sia da un minore utilizzo di strumenti Internet che richiedono maggiore interazione (rap­porti online con la Pubblica Amministrazione, e-commerce). Relativamente al giudizio delle imprese sull’im­patto che le nuove tecnologie esercitano su produttività, riduzione dei costi di gestione e velocizzazione dei processi gestionali, è significativo che la valutazione sia tanto più positiva quanto più le imprese utilizzano tali tecnologie, indipendentemente dalla loro dimensione e localizzazione. Per godere appieno dei vantaggi delle tecnologie digitali, dunque, non conta tanto la dimensione d’impresa, quanto la necessità di adottare soluzioni adeguate alla specifica realtà aziendale.

Un aspetto strettamente connesso alla qualità del capitale umano e alla digitalizzazione è quello dell’inno­vazione, sia essa di prodotto, di processo o organizzativa. Nonostante le statistiche indichino un investimento in ricerca e sviluppo nelle imprese italiane molto contenuto, i risultati dell’indagine segnalano una discreta presenza di imprese innovative nel triennio 2010-2012. Da un lato, si conferma una più elevata propensione all’innovazione nelle aziende di dimensione maggiore, dall’altro lato, l’innovazione di prodotto sembra avere un impatto positivo più alto sul fatturato delle piccole imprese, a riprova di quanto questa attività sia strategi­ca anche per gli operatori di minori dimensioni. Relativamente alle modalità con le quali si fa innovazione, le piccole imprese mostrano una più marcata tendenza ad agire in autonomia o, quando avviano forme di colla­borazione e cooperazione, a privilegiare rapporti di prossimità, a differenza di quanto si registra per le medie e grandi aziende. Questi due aspetti confermano che un nodo particolarmente critico per le imprese italiane – le piccole rappresentano pur sempre il 98% del totale – risiede in una propensione molto più debole che altrove a collaborare con altri soggetti per portare avanti progetti e processi innovativi, atteggiamento che si traduce anche in una scarsità di legami significativi con le università e i centri specializzati di ricerca.

Anche per quanto riguarda l’internazionalizzazione, l’indagine evidenzia alcuni fenomeni di sicuro interesse. Il primo è il dinamismo manifestato dalle aziende di minori dimensioni nell’apertura verso l’estero. Negli ultimi dieci anni, un numero crescente di piccole imprese ha rivolto la propria attenzione ai mercati internazionali e questo processo è avvenuto con un’accelerazione progressiva proprio a partire dal 2007, punto di massimo del precedente ciclo economico. La ricerca di nuovi mercati può essere quindi letta anche come reazione alle difficoltà poste dalla crisi, in un mercato interno stagnante. L’apertura internazionale viene percepita come grande opportunità di crescita: superati i confini nazionali, infatti, le imprese – anche piccole – tendono a consolidare l’operatività sull’estero, introducendo innovazioni, con significativi miglioramenti di prodotto e di processo, di norma estesi anche al mercato nazionale. Altro aspetto interessante emerso dall’indagine è il ruolo giocato nel processo di internazionalizzazione da reti relazionali e tecnologie. I primi contatti con gli operatori stranieri derivano soprattutto dalla ricerca diretta, tramite Internet, banche dati e contatti forniti da altre imprese. Il ruolo positivo delle relazioni si conferma anche nell’assistenza commerciale e nella ricerca di nuovi mercati, funzioni che la piccola impresa può avere difficoltà a svolgere in proprio. A ciò si accompagnano le opportunità offerte dalle nuove tecnologie nel ridurre distanze, tempi e costi: rileva, a questo proposito, che sia proprio tra le piccole imprese che risulta prevalente il ruolo del commercio elettronico.

Il mercato del credito

La fase congiunturale recessiva ha continuato a incidere in misura significativa sul mercato del credito, de­terminando una domanda di finanziamenti bancari in moderato incremento e un rafforzamento del rapporto banca-impresa.

I risultati di indagine mostrano come i prestiti bancari siano ancora una delle principali forme di copertura del fabbisogno finanziario annuo delle imprese, costituendo la prima fonte per circa la metà degli operatori medi e grandi. Anche nel caso delle piccole imprese, il credito risulta importante, secondo solo all’autofinan­ziamento.

Nel corso dell’ultimo anno la domanda di prestiti bancari è stata lasciata invariata dalla maggior parte delle aziende, ma iniziano a emergere i primi segnali di una ripresa: rispetto alla rilevazione precedente, su tutte le classi dimensionali la quota di coloro che dichiara un aumento della domanda supera quella che riporta una contrazione, con percentuali nette più alte per le imprese di più grandi. Tuttavia, a fronte di questa tendenza espansiva che coinvolge tutte le classi dimensionali, si registra una quota non trascurabile di medie e grandi imprese che percepiscono vincoli di accesso ai finanziamenti bancari.

In questo quadro diviene, pertanto, molto importante il rapporto con la banca. Sotto questo aspetto, le azien­de intervistate segnalano che il rapporto con gli istituti bancari si è mantenuto stabile e, soprattutto nel caso delle piccole, si registra un rafforzamento nel tempo del ruolo della banca principale. Infatti, quasi metà delle piccole si affida a un’unica banca, e la maggioranza dei rispondenti intrattiene rapporti stabili con al massimo due banche, segnale questo della ricerca (e dell’importanza) di un rapporto privilegiato con un unico interme­diario, che accompagni l’impresa in un cammino di crescita al di là della mera erogazione di credito.


Allegati: rapporto piccole imprese.pdf

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