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Pd, il bipolarismo di Letta va contro il Governo Draghi

Il richiamo al “bipolarismo estremo” lanciato dal segretario del Pd mina il Governo Draghi e sembra preparare il terreno alle elezioni politiche anticipate, candidando l’attuale premier al Quirinale – Ecco perché il test delle elezioni amministrative a Roma diventa ancora più importante anche per il futuro della politica nazionale

Pd, il bipolarismo di Letta va contro il Governo Draghi

La diagnosi sui mali dell’Italia è quantomeno lacunosa, mentre la terapia proposta, quella del “bipolarismo estremo”, avrebbe conseguenze catastrofiche per il Paese che appena ora inizia a giovarsi della cura Draghi. La proposta lanciata da Enrico Letta nel suo discorso di chiusura del festival dell’Unità condurrebbe alla vittoria delle posizioni estreme sia a destra (dove peraltro si sono già chiaramente affermate) sia a sinistra, dove dall’alleanza Pd-5 Stelle verrebbe non un partito del lavoro e delle imprese, un partito delle riforme che si attendono da tanto tempo, ma un conservatorismo demagogico basato sull’ampliamento del ruolo dello Stato, sull’inasprimento della tassazione e sulla distribuzione di sussidi a pioggia, come dimostrato dal reddito di cittadinanza.

Il richiamo di Letta al bipolarismo è in parte rivolto a Conte e ai grillini, che sembrano incerti su dove stare, come è evidente dalle loro posizioni per le imminenti elezioni amministrative. Ma in larga parte è un avvertimento agli elettori tentati dal votare partiti che si richiamano a una posizione genuinamente liberal-democratica come quella di Calenda, Bonino, Renzi, con l’aggiunta di una parte non irrilevante di Forza Italia. In questo contesto, le elezioni di Roma rivestono un ruolo fondamentale non solo per cercare di voltare pagina nella gestione di una città ormai in totale disfacimento, ma anche per delineare un possibile percorso della politica nazionale diverso da quello che vede lo scontro tra i due estremismi di destra e di sinistra.

Letta dice che il Pd auspica di mantenere Draghi a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura nel 2023. Ma sarà vero? Dallo stesso palco della Festa dell’Unità, qualche giorno fa, Goffredo Bettini, autorevole ispiratore della linea del partito, ha detto che quello di Draghi non è il governo del Pd. Letta dimentica di ricordare che pochi mesi fa il suo predecessore Nicola Zingaretti, si è dimesso dalla segreteria accusando i boss del partito democratico di pensare solo alle poltrone e non al bene del Paese. Né si può dimenticare che durante la crisi di governo il Pd ha tenuto una posizione suicida affermando che mai e poi mai il partito avrebbe sostenuto un governo diverso da quello presieduto da Conte.

Al di là delle dichiarazioni di intenti, i fatti concreti ci dicono che il Pd ha abbandonato la posizione riformista e sta marciando insieme alle posizioni più radicali dei sindacati (dominati da un Landini che è ambiguo sui green pass e sostenitore del prolungamento di quota 100, come Salvini). A Roma poi il Pd è di fatto dominato dalla vecchia burocrazia controllata da Bettini e D’Alema. Gente che non vuole toccare nulla all’Atac o nella gestione dei rifiuti. Gualtieri, che peraltro come ministro dell’economia si è dimostrato poco energico e succube di Conte, se eletto non potrebbe fare altro che continuare a suonare la vecchia musica, tanto più se sarà costretto a far rientrare in Giunta la Raggi o qualcuno dei grillini.

A Roma, quindi, ci vorrebbe un vero cambio di passo, come si afferma nel bel libro appena uscito di Alfredo Macchiati (2021 Miracolo a Roma). E per farlo ci vuole una nuova classe dirigente come quella che Calenda potrebbe portare al Campidoglio, opposta a quella inconcludente dei grillini e a quella conservatrice e opaca del Pd.

Ma le conseguenze del voto a Roma, e in altre città simboliche come Torino, sarebbero molto rilevanti anche a livello nazionale. Una vittoria dei candidati del Pd, infatti, rafforzerebbe la tendenza di quanti nel partito vogliono andare alle elezioni anticipate per cementare l’alleanza con i 5 Stelle, regolare i conti interni con i gruppi parlamentari, spazzare via qualsiasi tentativo di cambiare la legge elettorale. A destra la Meloni e, a giorni alterni anche Salvini, vorrebbero votare la prossima primavera. In questo modo si spegnerebbero anche le velleità di quanti in Forza Italia vorrebbero sganciarsi dall’alleanza con la destra estrema. Per raggiungere la possibilità di votare in anticipo basterebbe organizzare una convergenza tra destra e sinistra per portare Mario Draghi al Quirinale. A quel punto sarebbe difficile trovare un presidente del Consiglio in grado di tenere in piedi una larga coalizione e continuare a fare le riforme e i progetti per ottenere e spendere i soldi dell’Europa.

Se invece a Roma dovesse vincere Calenda (e magari a Torino affermarsi il candidato civico) si potrebbe aprire a livello nazionale una fase politica nuova. Le forze riformiste potrebbero coalizzarsi e magari attirare una buona parte di Forza Italia. Si tratterebbe di una formazione liberal-democratica che potrebbe fare suo il progetto di Draghi e magari presentarsi agli elettori proponendo la continuazione di questo governo e del suo presidente del Consiglio per almeno un altro paio di anni. A quel punto, anche il Pd dovrebbe fare i conti con le proprie correnti interne e decidere se certe posizioni del ministro Orlando sono compatibili con la modernizzazione del paese o spingono di fatto verso il consolidamento dei vecchi poteri immobili.

Ancora una volta la destra nazionalista e la sinistra demagogica rischiano di coalizzarsi, nei fatti, contro la pattuglia liberal-democratica che potrebbe, sulla scia di quanto sta facendo Draghi, imporre una politica pragmatica, del fare, dove i richiami all’Europa non sono solo vuoti slogan, ma concreti riferimenti per l’azione riformista.

La non vittoria del Pd aprirebbe quindi la strada a un sistema politico diverso, non forzatamente (e fintamente) bipolare, ma basato su coalizioni di forze di centro. Ciò comporterebbe il taglio delle ali lasciando a destra la Meloni (Salvini vedrà con i suoi governatori del Nord cosa fare) e a sinistra quella parte dei 5 Stelle che si richiamano ancora a Di Battista e Casaleggio. Ciò richiederebbe un sistema elettorale proporzionale, quindi senza l’obbligo di formare coalizioni che, come già sperimentato, non riescono poi a stare insieme per governare.

Le scelte del Pd ancora una volta saranno cruciali per consentire al paese il proseguimento dell’opera di risanamento avviata dal Governo Draghi. Per far imboccare a questo partito la giusta direzione bisogna che gli elettori boccino la politica di Bettini-D’Alema-Provenzano che sacrifica tutto sull’altare dell’accordo con Conte che peraltro ha diretto due governi tra i peggiori di questo dopoguerra. Si può cominciare con le amministrative non votando i candidati scelti da questo Pd.

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