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Musica gratis, almeno finché dura

L’esplosione della gratuità è un punto di non ritorno? È ancora la musica l’occhio del ciclone

Musica gratis, almeno finché dura

 In uno spassoso articolo David Carr, Il media columnist del NYTimes, torna sulla vexata quaestio del consumo a costo zero di contenuti su Internet. Al tempo dei mass media, la produzione e la distribuzione della musica registrata, dell’informazione, del video e dei giochi generava a una florida economia. Non era tanto tempo fa: il world wide web c’è da poco più di una 20na d’anni.

Oggi la crescita dei servizi di streaming, capeggiati da Netflix e Spotify, stanno sottoponendo a ulteriore stress economico quel poco che resta dei contenuti a pagamento sulla rete. Questa nuova evoluzione ha riaperto la deprimente discussione sul futuro di quelli che lavorano nell’industria culturale o si guadagnano da vivere con il proprio talento creativo. Se i download a pagamento generavano meno introiti del Cd, adesso lo streaming tende a produrre, a pari volumi distribuiti, ancor meno risorse dei download . Ecco che è ancora una volta la musica a essere la punta di diamante di questo processo che si estenderà anche agli altri comparti del settore media e divertimento. Pandora, Spotify, Beats Music ecc. sono qui per restare e non sono certo qualche promettente novità di cui si discute nei meeting di “Disrupt” di TechCrunch o che cade nel cono di attenzione del fondo futurista Andreesen-Horowitz.



La regola della nuova economia

La musica registrata è veramente il laboratorio dei nuovi media dove succede di tutto. Può essere consolante constatare che la musica ha già compiuto una grande parte del Camino. Lo scorso anno si è finalmente arrestata l’emorragia dei ricavi che nei precedenti 10 anni aveva portato questa industria a essere la metà di quelle che era alle soglie del 2000. Nel 2012 e poi nel 2013 l’industria della musica registrata ha iniziato a crescere anche se a dosi omeopatiche.

Nell’ultimo decennio abbiamo però assistito attoniti a quella che sembra essere la regola economica che accompagna il passaggio dai vecchi ai nuovi media. È un fenomeno piuttosto spaventoso e anche inedito nella sua essenza. Il consumo di musica è quasi raddoppiato, mentre i ricavi dell’intera industria sono quasi dimezzati. In genere funziona al contrario: aumentano i consumi, cresce il mercato e aumentano anche i fatturati dell’industria, l’occupazione e la ricchezza sociale. Con i nuovi media le due linee si muovono in direzioni opposte, verso l’alto i consumi, verso il basso i fatturati. Due studiosi del MIT, Erik Brynjolfsson e Joo Hee Oh, in un paper del 2012 hanno identificato e descritto questo fenomeno accaduto nell’arco di tempo 2004-2008, il “disrupt moment” della musica. Il grafico sotto, prodotto dai due studiosi, visualizza bene questo fenomeno. Impressionante, vero?

La logica del qualcosa per niente

Forse la società trae lo stesso un vantaggio dall’economia del qualcosa per niente. In che modo?  I consumatori ottengono ugualmente  beniservizi anche senza una transazione propriamente economica. Volere è ottenere. Ecco una nuova edizione di socialismo, immateriale per l’appunto, che piace moltissimo ai consumatori, anche ai seguaci di Ayn Rand. Alcuni economisti stanno iniziando a premere sui governi perché questo passaggio di beni e servizi gratuiti trovi un qualche posto nella contabilità nazionale. Non è ancora certo come, ma la cosa ha senz’altro un senso. Alla fine si tratta di una sorta di baratto pre-monetario; un patto tacitamente consensuale tra consumatore e piattaforma di distribuzione impostato così: io consumatore, in cambio della musica che mi pomperai sul mio dispositivo,  consento a te, piattaforma, di tenere traccia del mio comportamento e di fare un business, di cui non voglio sapere niente, con le informazioni che potrai raccogliere.

Chi perde in questo patto?  Perdono i produttori, nel caso della musica gli artisti, costretti a sottostare alle condizioni dei distributori che controllano sempre più il business. Perché perdono i musicisti? Perché le risorse che riescono a raccogliere le piattaforme attraverso questo business indiretto, in base al quale distribuisco una cosa ma i soldi li fanno con un’altra attività, raccolgono una frazione dei ricavi che l’industria generava prima del loro avvento. Per ora sono gli investori e il quantitative easing a sostenere questo meccanismo economico, è la fiducia messianica nel qualcosa che sarà, nella religione della “disriptive innovation“.

Adesso vi lasciamo alla lettura dell’articolo di David Carr nella traduzione di Giuseppe de Pirro. Vi diciamo già che se avete molti CD a casa e pensate di venderli al mercato del pulci, non ci provate neppure! Il loro valore è quello della plastica che li contiene. La musica non costa più niente.

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