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L’Iri: se lo conosci, lo eviti

L’Iri è stata una grande realtà e una grande istituzione soprattutto negli anni del boom economico ma rimpiangerlo ora equivale a fare un tuffo nel passato riportando indietro le lancette della storia anziché cogliere l’attuale emergenza come occasione per una vera grande riforma dell’economia italiana

L’Iri: se lo conosci, lo eviti

Ho insegnato all’Università Bocconi per più di trent’anni. All’inizio del corso di Storia dell’impresa italiana, dopo aver introdotto i temi e i problemi che avrei trattato, ho chiesto ai miei studenti, negli ultimi anni: cosa sapete dell’Iri? Sguardi persi mi hanno sempre rimandato una risposta di manzoniana memoria: l’Iri… chi era costui? Ragazzi sinceri, pronti però a studiare, imparare, riflettere.

Ultimamente, invece, sembra che tutti sappiano tutto dell’Iri: è diventato un metaforico passe partout nel dibattito pubblico, il suo spettro è evocato dagli economisti sotto le spoglie di un rinnovato “stato imprenditore” o direttamente come “stato innovatore”, ma anche dai politici, che lo intravedono dietro la Cassa Depositi e Prestiti e la Sace, come “stato salvatore” nella difficile emergenza attuale; per ultimo, anche dal ministro per lo sviluppo economico Patuanelli (Il Corriere della Sera, 6 aprile).



L’Iri, Istituto per la ricostruzione industriale, venne fondato nel 1933, al culmine della grande crisi, per mettere ordine nel settore del credito, poiché, come scrisse più tardi Raffaele Mattioli, si era creata una mostruosa “fratellanza siamese” fra le maggiori banche e alcune grandi imprese.

Erano anni di severa crisi e, data la povertà di capitali in Italia, le banche si trasformarono in holding delle imprese, rastrellando capitali in ogni angolo del paese, ed eventualmente ricorrendo all’aiuto della Banca d’Italia, tanto che questa si ritrovò sull’orlo di in crac.

l’Iri nasceva quindi per sanare questa situazione. Il suo fondatore, Alberto Beneduce, era un ex socialista, con una impareggiabile competenza in questioni economiche e finanziarie. Fino al 1924 aveva militato nel campo antifascista, ma in seguito aveva silenziosamente accettato il regime. Mussolini ne fece il suo più ascoltato consigliere, apprezzando i vantaggi sia della competenza, che dell’estraneità al fascismo e al PNF.

L’obiettivo primario di Beneduce, che assegnava al risparmio un profondo valore morale, fu la legge bancaria del marzo 1936, la quale regolava il credito, così da farne un settore moderno, con le grandi banche che esercitavano il lavoro ordinario e istituti specializzati che curavano il medio e lungo termine. In questo modo si dava respiro alle banche locali che finanziavano le medie e piccole imprese, la vera forza dell’economia italiana, anche allora.

L’Iri, facendosi carico delle passività delle banche, divenne proprietario anche delle azioni industriali da queste possedute. Per la prima volta nella storia d’Italia, lo stato non si limitò al “salvataggio” (ne aveva compiuti ben tre, in precedenza), ma assunse la responsabilità di proprietario.

Non era sorto per nazionalizzare l’economia italiana. Nazionalizzare significa per le imprese poter agire senza tener conto dei valori del mercato, anche in un sistema di prezzi amministrati. L’Iri di Beneduce, invece, voleva che le imprese pubbliche competessero sul mercato, come le imprese private.

L’azione dell’Iri si basava su tre principi:

  • le imprese, risanate, sarebbero poi state vendute – me non svendute – ai privati;
  • in un’epoca di confuse conglomerate, l’Iri adottava come elemento di razionalizzazione organizzativa, il settore, creando finanziarie a cui facevano capo le aziende;
  • le imprese e le finanziarie di settore dovevano essere affidate alle “mani adatte”, cioè ai migliori imprenditori e manager disponibili.

Il periodo d’oro dell’Iri è il quindicennio 1945-1960; sono gli anni in cui si configura come una piramide rovesciata: per importanza vengono prima le aziende, poi le finanziarie di settore e, infine, la superholding Iri.

Sono gli anni in cui Oscar Sinigaglia costruisce il grande stabilimento a ciclo integrale di Cornigliano, portando l’Italia dal nono al sesto posto nel mondo per la produzione di acciaio; in cui Giuseppe Luraghi trasforma l’Alfa Romeo da boutique artigianale in una vera impresa automobilistica, Guglielmo Reiss Romoli, alla guida della Stet, pone le premesse per realizzare in Italia – prima in Europa – la teleselezione e Fedele Cova costruisce in cinque anni l’Autostrada del Sole, da Milano a Napoli.

Elemento decisivo per questi successi era la “negligenza benevola” dei governi, ancora impegnati nella gestione politica e sociale della ricostruzione postbellica.

Ho intervistato un novantenne, ma lucidissimo, Giulio Andreotti, il quale mi ha detto: “Né De Gasperi, né tantomeno io, giovane sottosegretario alla presidenza del Consiglio, avevamo capito che cosa fosse l’Iri”.

La svolta avveniva nel 1956, con la creazione del ministero per le Partecipazioni Statali, con il quale si ristabiliva la “logica” catena di comando: al vertice il governo, in basso le imprese, semplici strumenti dei suoi dettami. Le conseguenze di questo nuovo assetto non si manifestarono subito, ma di lì a poco divennero evidenti.

Il criterio a cui l’Iri e le sue aziende si attennero allora fu quello dell’“economicità”, ovvero contemperare la massimizzazione del profitto con obiettivi sociali.

Era la quadratura del cerchio. Detta così, chi non sarebbe d’accordo? Ma questi obiettivi sociali, nel fatto, si risolsero in disastri, come dimostrano le vicende seguenti della Finsider e dell’Alfasud.

È vero che i vincoli posti alle imprese dell’Iri, come per esempio il dover collocare il 40% dei nuovi investimenti al Sud, venivano considerati “oneri impropri” e quindi compensati dallo stato con un “fondo di dotazione”. Questo meccanismo aveva però un difetto: rendeva impossibile distinguere le inefficienze del management dalle difficoltà oggettive.

Nel 1993 l’Iri denunciava 73.000 miliardi di indebitamento e non c’era osservatore in Italia intellettualmente onesto che non invocasse un ampio processo di privatizzazioni.

L’Iri cessò di esistere nel 2002, ma dopo un quarto di secolo, possiamo dire che neanche le privatizzazioni, pur attuate in misura notevole in Italia, siano state la panacea per curare le debolezze del nostro capitalismo. Così come non lo è stata la promulgazione di regole indispensabili per un’economia avanzata e per le sue imprese: l’antitrust, il rafforzamento della Consob, la legge Draghi sulla corporate governance.

Nonostante un quadro normativo rinnovato dall’adesione all’Unione Europea, imprese che per la loro storia possiamo definire nobili, come la Olivetti e la Montedison, non esistono più; la Pirelli e la Italcementi sono state cedute ad aziende straniere; la Fiat, Fabbrica Italiana Automobili Torino, è stata salvata da un manager tanto abile quanto spregiudicato, Sergio Marchionne, che però l’ha resa apolide. Il grande capitalismo privato italiano, male-educato per decenni, ha fallito la doppia prova delle privatizzazioni e della globalizzazione.

Gli studiosi devono continuare ad analizzare la vicenda economica del paese, e gli storici hanno il compito di approfondire gli snodi importanti che hanno portato all’attuale situazione.

Ma l’Iri è storia. Nel bene e nel male, il ruolo dello stato imprenditore ha segnato la vicenda economica italiana. La sua eredità è rappresentata da importanti infrastrutture e da quel poco che resta della grande impresa in Italia, ancora oggi controllato dallo stato, ma operante sul mercato come Eni, Enel, Finmeccanica-Leonardo, Fincantieri.

Il resto della capacità competitiva del paese è rappresentato dalle imprese del made in Italy e dalle economie distrettuali virtuose che riescono a valorizzare la dimensione aziendale piccola e media.

Non è più il tempo dell’Iri e il suo nome evocato come soluzione salvifica – o come “scorciatoia” -stride con le caratteristiche dell’economia reale.

Perché, invece di riesumare un’esperienza storica conclusa nel Novecento, non si considera l’attuale emergenza come occasione per pensare e realizzare una grande riforma dell’economia italiana degna di questo nome, ma soprattutto degna del nuovo secolo e delle nuove generazioni?

One thought on “L’Iri: se lo conosci, lo eviti

  1. “contemperare la massimizzazione del profitto con obiettivi sociali.” Credo questo sia l’obiettivo futuro che l’economia deve porsi non ci sono altre strade
    Almeno per quello che riguarda l’ Alfasud a mio avviso non c’era nessun obiettivo sociale e il progetto stesso non rispecchiava i Grandi progetti e gli importanti obiettivi che all’ IRI vanno riconosciuti. Non dimentichiamo che l’ IRI è stata anche una fucina di valida manager e operatori in genere
    L’ Alfa sud a mio avviso fu uno scellerato progetto a breve respiro che soddisfò il politicante di turno e il peggior sindacato
    Basti pensare che parallelamente a questo fallimento ci fu un successo industriale che dura ancora nei nostri giorni, che risollevò l’industria automobilistica Tedesca sull’orlo del fallimento. Questo progetto si chiama Golf e la mente stilistica fu di un italiano di nome Giorgetto Giugiaro

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