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La Polonia agita l’Europa: Merkel, ultima mediazione

La cancelliera dimissionaria cerca un compromesso per allontanare lo spettro della “Polexit”, ma ormai sembra impossibile negare la natura antidemocratica del regime polacco

La Polonia agita l’Europa: Merkel, ultima mediazione

Il caso Polonia si infiamma al Consiglio europeo e arrivano le prime minacce ufficiali. “Se non ci darete i 36 miliardi di fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza – dice il viceministro polacco per lo Sviluppo regionale, Waldemar Buda – noi bloccheremo la discussione sul clima”, uno dei pilastri su cui poggia il mandato della Commissione presieduta da Ursula von der Leyen.

Intanto, in Europa si formano già gli schieramenti: il premier ungherese, Viktor Orban, è a favore della Polonia, mentre il capo del governo olandese, Mark Rutte, guida il fronte degli intransigenti.



A cercare di mediare è ancora una volta la cancelliera tedesca, Angela Merkel, al suo ultimo Consiglio europeo dopo 16 anni alla guida della Germania. Il rischio è che, dopo la Brexit, nell’Unione si crei un’altra frattura. La situazione è talmente seria da spingere Merkel a farsi carico di individuare un compromesso che eviti la “Polexit”, una prospettiva peraltro sgradita alla stragrande maggioranza dei cittadini polacchi (al contrario di quanto avvenne in Gran Bretagna).

La cancelliera dimissionaria è convinta che quella dell’accordo sia la strada più conveniente per tutti: il braccio di ferro porterebbe solamente a una lunga litania di ricorsi alla Corte di Giustizia, capace di mettere in difficoltà l’Unione.

L’obiettivo allora è trovare un punto di caduta durante la Conferenza sull’Europa, chiamata a elaborare idee per riformare l’Unione. In questa sede, la Polonia dovrebbe ritirare la sentenza della sua Corte costituzionale che – in contrasto con i trattati europei – ha sancito la prevalenza del diritto nazionale su quello comunitario.

Il premier polacco Morawiecki (che controlla la Corte costituzionale del suo Paese, nominandone i membri) sostiene che non si piegherà ai ricatti, ma sembra aperto alla trattativa: “La Polonia, come stabilito dai trattati – spiega –, riconosce la supremazia del diritto europeo sulla legislazione nazionale in tutti quei settori in cui le competenze sono state trasferite all’Ue”.

Il problema è che, se si arrivasse a un accordo che prevedesse di ignorare la sentenza della Corte costituzionale polacca, l’Europa riconoscerebbe implicitamente che il massimo organo giudiziario di uno Stato membro non ha potere, perché non è indipendente dal potere esecutivo che lo controlla. In questo caso, la natura autoritaria del regime polacco diventerebbe impossibile da ignorare e l’incompatibilità con le regole dell’Ue sarebbe definitiva.

Sullo sfondo resta quindi la possibilità per l’Europa di attivare l’articolo 7, che permette di sospendere l’adesione di un Paese all’Unione escludendolo dalla partecipazione a tutte le riunioni. È l’ipotesi preferita da Rutte, mentre il presidente francese Emmanuel Macron e il numero uno del Consiglio europeo, Charles Michel, esortano Varsavia ad avviare il dialogo.

Intanto, oggi in Polonia sono previste numerose manifestazioni per il primo anniversario della legge antiaborto.

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