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José Guadalupe Posada: l’artista che con “Catrina”, icona del giorno dei morti, diede un’anima al popolo messicano

Creata da José Guadalupe Posada, la Catrina nacque come satira della vanità borghese: sotto l’eleganza, ricordava l’artista, siamo tutti uguali, solo ossa. Col tempo divenne il simbolo del Día de los Muertos e dell’anima del Messico: la morte che non spaventa, ma sorride alla vita

José Guadalupe Posada: l’artista che con “Catrina”, icona del giorno dei morti, diede un’anima al popolo messicano

José Guadalupe Posada nacque il 2 febbraio 1852 ad Aguascalientes, nel cuore del Messico, in una famiglia semplice, dove il talento era l’unica ricchezza. Fin da bambino, tra matite e sogni, mostrò una passione istintiva per il disegno: non copiava la realtà, la raccontava. Studiò presso l’Accademia municipale di arti e mestieri, dove imparò i segreti della litografia e dell’incisione, strumenti che avrebbero trasformato la sua arte in voce del popolo. A soli sedici anni cominciò a lavorare in una tipografia locale, pubblicando le sue prime caricature politiche. Fin da allora, la sua mano tracciava più di semplici linee: tracciava denunce, sorrisi amari e verità scomode, guardando in faccia le ingiustizie sociali, la povertà e la corruzione dei potenti. Nel 1872 si trasferì a León, dove aprì una tipografia tutta sua. Fu qui che affinò la sua arte incisoria, dando vita alle celebri “hojas volantes” — fogli popolari illustrati e accompagnati da versi o ballate, venduti nelle piazze e nei mercati. Le sue immagini correvano di mano in mano, parlavano a chi non sapeva leggere, rendevano visibile ciò che spesso si voleva ignorare. Nel 1888 una terribile alluvione distrusse il suo laboratorio. Posada, senza perdersi d’animo, si trasferì a Città del Messico, dove iniziò a collaborare con l’editore Antonio Vanegas Arroyo. Insieme, diedero vita a una produzione vastissima di incisioni — sulla cronaca nera, sulla politica, sulle feste, sui miracoli e sulle miserie quotidiane — che finirono appese ai muri, vendute per pochi centesimi, lette e amate dal popolo. José Guadalupe Posada morì il 20 gennaio 1913, povero e quasi dimenticato, sepolto in una fossa comune. Ma come accade ai grandi spiriti, la sua voce non si spense: venne riscoperta dai muralisti messicani, che lo riconobbero come il padre dell’arte popolare moderna.

Le Calaveras, scheletri danzanti

Fu in questo periodo che nacquero le sue opere più celebri: le “Calaveras”, scheletri danzanti che mettevano a nudo, con ironia e profondità, la società messicana. Dietro quelle ossa scolpite in bianco e nero, Posada raccontava la fragilità umana, l’uguaglianza nella morte, l’eterna beffa del destino. Tra tutte, una figura divenne immortale: “La Calavera Catrina”, la dama scheletrica con cappello elegante, simbolo della vanità borghese e dell’illusione del potere. La Catrina, resa celebre decenni dopo da Diego Rivera nel suo murale Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central, è oggi l’icona del Día de los Muertos, ma anche il ritratto più universale dell’identità messicana: ironica, poetica, indomita di fronte alla morte.

Arte dei morti in Messico

La Catrina: la morte che sorride alla vita

Tra tutte le creazioni di José Guadalupe Posada, nessuna ha avuto un destino tanto universale quanto La Catrina, l’elegante dama scheletrica con un ampio cappello decorato di piume e fiori.
Nata come satira sociale, la Catrina non era all’inizio un simbolo di morte, ma di ipocrisia e vanità. Posada la chiamò La Calavera Garbancera, per prendere in giro le donne indigene e meticce che cercavano di apparire europee, rinnegando le proprie radici. Sotto i vestiti eleganti, diceva Posada, “siamo tutti uguali: solo ossa”. Col passare del tempo, però, la figura della Catrina superò la caricatura e divenne un simbolo culturale profondo: la morte che non spaventa, ma accompagna. Nella sua ironia, Posada raccontava una verità antica del Messico , che la morte non è la fine, ma parte della vita stessa, un ritorno e una celebrazione. Quando Diego Rivera la riprese nel suo celebre murale Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central (1947), la Catrina divenne definitivamente icona nazionale. Rivera la vestì con un boa di piume e la pose al centro della scena, al fianco di Posada stesso e di una giovane Frida Kahlo: un dialogo tra arte, vita e eternità. Oggi, La Catrina è il volto del Día de los Muertos, la festa più emblematica del Messico, in cui la morte non è lutto, ma memoria e rinascita. Il suo sorriso scheletrico ci ricorda che la vita vale solo se accettata nella sua interezza, luce e ombra, risata e silenzio. José Guadalupe Posada non fu solo un incisore: fu un poeta del popolo, un visionario della vita e della morte, un artista che seppe trasformare la paura in bellezza e la satira in eternità. Il suo stile era diretto, tagliente, profondamente umano. In un tempo dominato dalle élite, lui parlava al popolo e lo faceva con una forza che nessun giornale ufficiale poteva eguagliare. La sua arte era cronaca, teatro e filosofia, un’arte “democratica”, fatta per chi viveva, amava e soffriva nelle strade del Messico. Oggi, le sue incisioni sono esposte nei musei del mondo.

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