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Ima, addio alla Borsa: Vacchi si rafforza e apre al fondo Bc

Dopo l’Opa parte il delisting del colosso bolognese del packaging: Vacchi sale al 55% e apre al fondo Bc Partners che, in attesa di entrare nel Inter, arriva al 45% di Ima

Ima, addio alla Borsa: Vacchi si rafforza e apre al fondo Bc

Borsa, addio: Ima e se ne va. Ieri, al termine dell’Opa promossa dal socio di maggioranza, la Consob ha disposto la revoca dalla quotazione delle azioni del colosso bolognese del packaging. L’offerta ha registrato adesioni pari al 25,389 % del capitale, per un controvalore complessivo di 746.055,812 milioni, più altri 50 milioni circa a fronte delle azioni residue. A partire dal 28 gennaio, perciò, Piazza Affari perderà una delle poche multinazionali italiane quotate. Ma, una volta tanto, non è il caso di piangere sul latte versato.

La decisione di uscire dal listino dopo 25 anni si lega a una doppia esigenza: rafforzare la presa sull’azienda da parte di Alberto Vacchi, leader della famiglia, già autorevole candidato alla presidenza di Confindustria, che ha acquistato molte azioni in circolazione; fare spazio ad un socio di minoranza intenzionato ad appoggiare l’espansione dell’attività dell’azienda, un colosso da 1,6 miliardi di fatturato e oltre 6mila dipendenti nel mondo che produce macchine automatiche per il confezionamento dei prodotti più disparati, dal tè ai farmaci, dal tabacco ai cosmetici, cresciuta vertiginosamente negli ultimi anni a suon di acquisizioni in Italia e all’estero.



Politica che Vacchi intende proseguire senza però compromettere la stabilità finanziaria. Di qui la scelta di procedere al delisting a fronte dell’occasione di agganciare un partner finanziario disposto ad investire nell’impresa. Ovvero il fondo BC Partners che, nell’attesa di entrare nel capitale dell’Inter, ha messo a segno un grande colpo assicurandosi il 45% di Ima, contro il 55% della dinastia bolognese.

Un’operazione da 1,4 miliardi, all’insegna di un forte cambiamento ideologico: l’era del “piccolo è bello” è tramontata. L’esigenza di affrontare un mercato sempre più complesso, assieme a un atteggiamento più rigido del sistema bancario, condizionato dalle regole imposte dalla vigilanza Ue, sta spingendo gli industriali italiani a cercare, in patria o fuori, alleanze a partner in grado di consentire una politica più aggressiva o, come non è il caso di Ima, di rinunciare a stampelle bancarie ormai insostenibili.

La ricerca di maggiori dimensioni è una delle ragioni anche all’origine dell’accordo da un miliardo e 150 milioni tra Moncler e Stone Island, un capitolo nuovo nella storia del made in Italy: due marchi ben distinti, con posizionamenti diversi, ma con una marcia in più in quanto a finanza e capacità distributiva. Maggiori dimensioni vogliono dire maggiore capacità di manovra e di investimento, necessario per scaricare creatività e tecnologia alle spalle del Lab dove si sperimenta in continuazione.

Intese di questo tipo potrebbero essere all’ordine del giorno, come ha notato Gianni Tamburi: “Un tempo – dice – non era facile combinare operazioni, pur logiche, di rafforzamento industriale, perché c’erano molti ostacoli da superare”. Oggi, al contrario, la vendita a Ovs di Stefanel (in amministrazione controllata) è andata in porto in tempi relativamente brevi.

E, a proposito di delisting, presto potrebbe essere la volta di Guala Closures (partecipata da Investindustrial) e di Cerved. Ma anche di Tesmec e di Biesse, da tempo nel mirino del private equity.

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