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Illy tra Starbucks e Borsa: “Pronti alle sfide del futuro”

INTERVISTA A RICCARDO ILLY, presidente del gruppo Illy – Allo sbarco in Italia di Starbucks e all’ingresso della Coca Cola nel mercato del caffè “bisognerà reagire e già ci stiamo organizzando” – Il gruppo pensa alla crescita e alla Borsa ma non per il caffè, bensì per i suoi altri marchi, a partire dal tè Dammann in Francia – No alla flat tax, sì a Industria 4.0

Illy tra Starbucks e Borsa: “Pronti alle sfide del futuro”

Starbucks irrompe sul mercato italiano con un’operazione commerciale e d’immagine senza precedenti. Poco prima, l’accordo con Nestlé, seguito a sua volta dal deal tra Coca-Cola e lo storico marchio inglese Costa. Ma in un settore, quello del caffè, mai così movimentato e ricco di novità, la risposta di Illy, storico brand del made in Italy, non si farà attendere. Lo anticipa a FIRSTonline, in occasione del Forum The European House Ambrosetti di Cernobbio, Riccardo Illy, presidente della holding che controlla un piccolo impero agroalimentare: oltre al caffè, tè, cioccolato, vino e confetture: “Con le confetture Agrimontana abbiamo realizzato un sogno di mio nonno, che in Istria aveva delle piantagioni di alberi da frutta, ma dopo la guerra l’Istria diventò territorio jugoslavo”. Prossime tappe: internazionalizzazione e quotazione in Borsa. Ma non per il caffè.

Presidente Illy, Starbucks ha da poco siglato un accordo con Nestlé per la distribuzione dei suoi prodotti ed è appena sbarcato in Italia con un megastore a Milano; nel frattempo anche Coca Cola è entrata nel risiko del caffè acquisendo il marchio Costa. Che cosa sta succedendo nel mercato del caffè e come risponderà Illy?

“Sta cambiando lo scenario competitivo in un settore, quello del caffè, che da diversi decenni era sostanzialmente statico. Bisognerà ovviamente reagire e già ci stiamo organizzando, ma non posso dire di più”.

Voi, comunque, non vi occupate solo di caffè: lei è presidente della holding che detiene un piccolo impero agroalimentare: dal tè al cioccolato, dal vino alla confettura. Sono tutti business “di ritorno”, perché Illy non nasce solo come azienda del caffè.

“Sì, la società all’epoca della sua fondazione vendeva tè e cioccolato. L’agricoltura in generale è di ritorno, perché avevamo dei terreni agricoli. Per quanto riguarda la frutta invece abbiamo per così dire realizzato un sogno di mio nonno, che negli anni ’30 aveva delle piantagioni di alberi da frutta in Istria. Dopo la guerra, l’Istria è passata alla Jugoslavia e dunque non ha mai potuto avviare quell’attività”.

Come crescono questa attività per così dire minori, che lei definisce “sorelle” del caffè? Illy rimarrà per sempre un marchio associato al caffè o si può immaginare un futuro diverso?

“Illy sarà sempre sinonimo di caffè, infatti abbiamo diversificato con brand autonomi, che hanno conservato il loro nome. Sono convinto che nel mercato oggi ogni brand debba rappresentare un solo prodotto: nella testa dei consumatori non c’è spazio per sovrapporre prodotti, perderebbero la loro riconoscibilità. Per quanto riguarda i risultati dei cioccolati Domori, del tè Dammann, del vino Mastrojanni e delle confetture Agrimontana, sono stati buoni nel 2017 e nel 2018 ci aspettiamo che siano ancora migliori, con una crescita generale e anche per ogni singolo marchio”.

Sono previste altre acquisizioni, sempre nell’ambito agroalimentare?

“Sì, l’obiettivo è sempre quello di crescere, di ragionare in termini di sviluppo ed espansione. E, ovviamente, sempre nel settore agroalimentare. Vogliamo anche far crescere il più possibile i marchi che già possediamo: Illy Caffè è presente in 145 Paesi del mondo, e vorremmo portare a regime globale anche le altre società, che per ora hanno un mercato più ridotto”.

Tra tutti i Paesi dove siete presenti, cioè praticamente in tutto il mondo, quali sono i mercati dove Illy Caffè tira di più?

“Oltre all’Italia, direi Usa e Grecia. In Grecia siamo arrivati una ventina di anni fa e abbiamo trovato un mercato apertissimo, praticamente un’autostrada. All’epoca nel Paese ellenico servivano solo caffè liofilizzato e noi siamo arrivati con tutti i prodotti che vendiamo anche in Italia, per i locali ma anche nei supermercati per l’uso domestico, riscuotendo grande successo. E’ il Paese dove abbiamo la quota di mercato più alta”.

La Borsa è un’ipotesi?

“Non per Illy Caffè, ma per gli altri marchi sì. Stiamo per far partire un progetto decennale che tra il 2020 e il 2030 porterà tutte le società minori in Borsa. E’ un percorso innovativo: creeremo entro il 2020 una sub holding, con un partner finanziario che metterà risorse e know how per farle crescere e farle arrivare ad essere mature per la quotazione. I soldi che poi le società ricaveranno dal mercato saranno utilizzati per liquidare successivamente il partner finanziario”.

Si sa già chi potrebbe essere il partner finanziario e la prima società a sbarcare sul mercato azionario?

“Il partner finanziario sarà deciso entro il 2020, mentre la prima società quotata, alla Borsa di Parigi in quanto marchio francese, dovrebbe essere la Dammann. Prevediamo che sarà pronta per la Borsa da qui a 4-5 anni. Damman è, oltre a Illy Caffè, la società che fattura di più, 34 milioni l’anno. La più piccola è invece la cantina Mastrojanni, che attualmente ricava due milioni ma che tramite acquisizioni vorremmo portare a un fatturato di almeno 5 milioni, già sufficiente per un mercato come l’AIM Italia di Piazza Affari”.

Andiamo oltre il gruppo Illy: come giudica l’attuale stato delle politiche industriali in Italia?

“Alcuni interventi del precedente governo, come l’Industria 4.0, hanno prodotto ottimi risultati. Nel nuovo esecutivo vedo invece una mancanza di sensibilità per le questioni economiche e in particolare per quelle industriali. Anzi, nelle dichiarazioni di alcuni esponenti della maggioranza noto un chiaro atteggiamento anti-industriale, e questo è preoccupante”.

Che misure suggerirebbe, da imprenditore ed ex politico?

“Industria 4.0 va rifinanziato e anche sviluppato, per seguire i cambiamenti tecnologici che già ci sono stati da quando è stato approvato. La tecnologia corre rapidissima e impone provvedimenti aggiornati e articolati. E’ importante che tutte le misure siano erga omnes, ovvero utili per tutte le imprese, e non solo per alcuni settori, come è stato fatto in passato. Fondamentale è anche la semplificazione. Semplificare è difficilissimo, ma io rilancio una mia vecchia proposta: abolire dieci leggi per ognuna nuova fatta e confezionare dieci testi unici sulle più importanti materie economiche, dal lavoro al fisco, alla sostenibilità ambientale. In collaborazione con dieci università pubbliche”.

La semplificazione aiuterebbe anche a far crescere gli investimenti stranieri, che invece sembrano rallentare sempre di più. Da imprenditore, lei ha davvero la sensazione che l’Italia stia diventando un Paese sempre meno attrattivo?

“Non ancora, ma siamo sotto osservazione. I mercati internazionali non hanno ancora capito le reali intenzioni del nuovo governo, decisiva sarà la manovra di Bilancio”.

Decreto Dignità: promosso o bocciato?

“E’ stato solo un piccolo ritocco, ma negativo per le imprese. Non farà danni, ma va decisamente nella direzione sbagliata”.

E della flat tax che cosa pensa?

“Innanzitutto, è incostituzionale. Si potrebbe renderla costituzionale con un complicato sistema di compensazioni, che però penalizzerebbe il discorso della semplificazione. In secondo luogo, a trarne beneficio sarebbero soprattutto i ricchi. Il Governo dice che così spenderanno di più, rilanciando i consumi? Ci credo poco, piuttosto aumenteranno i risparmi o l’acquisto di immobili. Infine, è un provvedimento totalmente incoerente con il reddito di cittadinanza. Come fai a redistribuire dai ricchi ai poveri, se decidi di togliere meno ai ricchi?”.

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