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Elezioni 2018: 40enni alla conquista del Parlamento

Secondo un’analisi effettuata dall’Istituto Cattaneo di Bologna, le nuove formazioni politiche (da Casapound al Movimento 5 stelle) hanno i candidati più giovani, con un’età media di 35-36 anni – Il centrosinistra punta invece su esponenti politici più radicati e social – Ma, come si sa, tra anagrafe e competenza politica non c’è alcuna relazione

Elezioni 2018: 40enni alla conquista del Parlamento

Un esercito dei quarantenni; i più giovani sono targati Casapound e M5s; le donne sono mediamente più giovani degli uomini; i più anziani sono quelli di Insieme; molti i «locali» soprattutto per il centrosinistra, ma le zone rosse fanno spazio ai «non-nativi».

A cinque giorni dal voto l’Istituto Cattaneo di Bologna analizza le caratteristiche socio-demografiche degli aspiranti parlamentari e cerca di rispondere a due interrogativi: 1) quale schieramento politico presenta la lista di candidati più giovani?; 2) quanto sono local, cioè nati e radicati nel loro territorio d’elezione, gli aspiranti parlamentari?



Guardando i dati di sei liste, partendo dai collegi plurinominali per la Camera dei deputati, risulta che i candidati di Casa Pound e Movimento 5 stelle hanno un’età media di 35 e 36 anni, quelli degli altri partiti invece è superiore a quarant’anni. Il record, in termini di anzianità, spetta alle liste di Insieme (media 54 anni), mentre Noi con l’Italia e Forza Italia, si fermano a 51 anni.

Secondo il Cattaneo questi dati spiegano, ma solo n parte, la maggiore sintonia elettorale tra il Movimento guidato da Luigi Di Maio e le nuove generazioni. Oltre il 70% dei candidati del M5s nei collegi plurinominali della Camera ha fra i 30 e i 40 anni, un risultato frutto delle norme del regolamento del M5s, secondo il quale «chi avrà compiuto 40 anni di età alla data del 1 gennaio 2018 potrà proporre la propria candidatura al Senato». Di conseguenza, gli attuali candidati over-40 tra i Cinquestelle sono prevalentemente i parlamentari uscenti in cerca di rielezione.

Le differenze di età e di genere sono altrettanto significative. Complessivamente i candidati risultano più anziani di circa due anni rispetto alle candidate e la differenza è più marcata (5 anni) nei partiti più vecchi, come Insieme, Noi con l’Italia e Forza Italia. In Casapound, M5s, Potere al popolo e Lega invece si è in equilibrio. “È interessante segnalare – scrive il centro bolognese – come la lista di Casapound includa tra le sue fila anche la candidatura più anziana tra quelle esaminate: Lea Cariolin, classe 1924 e volontaria nella Repubblica sociale italiana, pluricandidata in Veneto e nel collegio uninominale di Venezia”.

E’ inutile ricordare che tra anagrafe e competenza politica non c’è alcuna una relazione. In ogni caso, per valutare l’eventuale impatto della questione anagrafica nella composizione del prossimo parlamento, l’Istituto Cattaneo valuta le posizioni occupate dalle candidate e dai candidati nelle loro liste di appartenenza. Anche se non emergono differenze troppo marcate, si nota per alcuni partiti (Noi con l’Italia, Fratelli d’Italia e Forza Italia) che i più anziani sono nelle posizioni più sicure delle liste. Situazione contraria per Casapound, Potere al popolo, M5s e Lega. 5.

Il quadro è simile nei collegi uninominali. Sono sempre i candidati di Casapound (37 anni) e del M5s (43 anni) i più giovani. Lo schieramento politico con candidature più anziane è il centrosinistra, dove l’età media dei candidati è di 53 anni, superiore sia a quella riferita a Liberi e Uguali (51 anni) che alla coalizione di centro-destra (49 anni). Emerge così una differenza piuttosto netta tra i partiti «tradizionali», che sembrano puntare su candidature più «esperte» e probabilmente più note nel contesto politico dei collegi uninominali, e i partiti più recenti (Casapound, M5s e Potere al popolo), che fanno affidamento su candidature più giovani e con una minore esperienza politica sul territorio.

L’ultimo aspetto su cui si concentra l’Istituto è il «localismo».

I candidati nei collegi uninominali sono sostanzialmente più radicati e local di quanto le cronache politiche lascino intendere. I «non-nativi» sono 311 su 1386, vale a dire il 22,4% sull’intero universo di casi esaminati. Quindi, poco più di due candidati nei collegi uninominali su dieci si sono presentati in territori diversi dal loro luogo di nascita. “È probabile – scrive il Cattaneo – che se avessimo a disposizione i dati sui comuni di residenza dei candidati, questo dato si potrebbe ridurre”. Per quanto riguarda il livello di localismo nelle singole liste, i candidati con un profilo meno «locale» provengono dai Cinque Stelle (27,7% di non-nativi), al nord-est. Lo schieramento con il minor numero di candidati estranei al territorio è la coalizione di centrosinistra. Al di là di alcuni casi eclatanti (come l’aretina Maria Elena Boschi candidata nel collegio di Bolzano), i «non-nativi» del centrosinistra sono meno del 20% sul totale (16%). Un dato che segnala ancora la presenza di un certo radicamento territoriale della classe politica dei partiti che compongono oggi la coalizione formata attorno al Pd. La mappa delle candidature rivela che i non-nativi sono più numerosi nel nord-Italia (inclusa la cosiddetta Zona rossa), e sono meno frequenti nelle regioni del centro e del sud. Nella fascia appenninica la quota di «non nativi» si aggira attorno al 31%, mentre nelle regioni del sud crolla al 12% (50 su 414).

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