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Decaro, tutta Bari attorno al suo sindaco nella lotta alla mafia e alle invasioni di campo del Governo giudicate “un atto di guerra”

Tulla la città di Bari in piazza in difesa del proprio sindaco e della dignità del capoluogo pugliese di fronte al rischio di commissariamento per infiltrazioni mafiose. Ecco tutta la storia di un caso che fa discutere alla vigilia delle elezioni

Decaro, tutta Bari attorno al suo sindaco nella lotta alla mafia e alle invasioni di campo del Governo giudicate “un atto di guerra”

In qualunque modo la si voglia guardare la faccenda dell’avvio dell’iter di accesso ispettivo da parte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al comune di Bari, finalizzato all’eventuale scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, appare oscura, incomprensibile e francamente strumentale da punto di vista elettorale a circa due mesi dalle elezioni di giugno.

Proviamo a dimostrarlo dopo la reazione durissima del sindaco Antonio Decaro, anche presidente dell’Anci, che ha parlato di “atto di guerra” contro il municipio pugliese; e dopo quella dei baresi che a migliaia, nel sabato delle Palme, hanno protestato in piazza Ferrarese, nel centro della città vecchia, ciascuno indossando una fascia tricolore perché, difendendo il loro sindaco, hanno voluto difendere anche il loro onore.

Ricordiamo che tutto nasce il 26 febbraio scorso quando scatta un blitz delle forze dell’ordine (operazione “Codice Interno”) che porta all’arresto di 130 persone (molte già in carcere) secondo le indicazioni di due ordinanze emesse dalla sezione Gip del Tribunale di Bari, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia. Tra i destinatari due politici, un ex consigliere regionale, Giacomo Olivieri, e sua moglie, Maria Carme Lorusso, consigliera comunale; e persone appartenenti o contigue al clan Parisi-Palermiti attivo nel quartiere Japigia del capoluogo pugliese. I reati di cui sono accusati vanno dall’associazione di tipo mafioso, a estorsioni, frodi, turbativa d’asta, commercio di droga e scambio elettorale politico-mafioso. In particolare per questo ultimo reato si presuppone una ingerenza elettorale nel voto del maggio 2019. La notizia non sconvolge più di tanto la città perché i due politici, eletti nel centrodestra e poi passati nel centrosinistra, sono stati sempre molto chiacchierati; e perché anche i clan di Japigia sono noti e comunque molti dei loro membri sono già in carcere. Prova ne è che – pur essendo un’operazione molto importante – la notizia rimane dentro i confini della città e della Puglia, senza suscitare un particolare clamore a livello nazionale.

Tutto cambia giovedì scorso quando il ministro Piantedosi chiama Decaro per comunicargli che ha deciso di nominare una commissione che andrà a verificare gli atti del Comune in vista di un suo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Uno choc per Bari che nel giro di poche ore si ritrova a essere da regina delle fiction a città “mafiosa”. E tutto cambia anche dal punto di vista delle “notizie”: i giornali di tutta Italia inviano i loro giornalisti, la città è sotto i riflettori e non sono quelli di Lolita. Il sindaco Decaro reagisce immediatamente e ben rappresenta l’orgoglio ferito della città improvvisando una conferenza stampa in municipio in cui denuncia l’aggressione del governo nazionale e l’”atto di guerra” dichiaratogli dal ministro dell’Interno. I viceministri del centrodestra – Sisto, Gemmato – insieme anche al senatore Gasparri, venuto a Bari per partecipare a un convegno della Fondazione Tatarella, provano a recuperare spiegando alla città piena di rancore di aver fatto il proprio dovere, ma senza grandi risultati.

Perché non ci riescono?

Il fatto è che la decisione di Piantedosi non ha convinto nemmeno gli esperti di diritto. Lo ha ben spiegato l’avvocato Giuseppe Fornari su La Gazzetta del Mezzogiorno in un articolo chiaro e denso in cui egli ricorda che la misura che prevede lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali a causa di fenomeni di infiltrazione mafiosa “è uno strumento di assoluta straordinarietà, previsto per prevenire i più gravi casi di asservimento della cosa pubblica alle organizzazioni criminali”. Perché il principio che lo ispira è che lo scioglimento è giustificato soltanto da circostanze eccezionali, cioè quando sia netta la prova di un “condizionamento della criminalità organizzata tale da compromettere il regolare funzionamento del consiglio, che non risulti più in grado di determinarsi liberamente, o che comporti un grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica”. Insomma, e come ha stabilito la Corte costituzionale, un consiglio può essere sciolto solo “in presenza di situazioni che rendano pregiudizievole per la comunità il permanere di quegli organi alla guida dell’ente”; e la misura deve avere un effetto preventivo poiché deve “sottrarre” l’ente locale “alla influenza della criminalità organizzata”.

Ed ecco allora la prima anomalia che rende oscura la decisione del ministro: tra circa due mesi si terranno le elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio e per l’elezione del sindaco, dove sta l’esigenza di “sottrarre” l’attuale consiglio all’eventuale influenza mafiosa visto che esso sarà sciolto? Altre perplessità sorgono anche se si guarda agli elementi “concreti, univoci e rilevanti” da cui si dovrebbe evincere “l’assoggettamento” dell’amministrazione alla criminalità organizzata.

Perché – spiega la giurisprudenza citata da Fornari – non bisogna effettuare un’analisi “atomistica” di singoli episodi, ma è necessaria “una valutazione complessiva del coacervo di elementi acquisiti che esprimano, con adeguato grado di certezza”, l’esistenza di una situazione di “condizionamento e di ingerenza nella gestione dell’ente”. Per sciogliere un Comune, insomma, ci deve essere una situazione di “soggezione degli amministratori e/o dipendenti alla criminalità organizzata” perché ciò che giustifica la misura straordinaria è “la precaria condizione di funzionalità dell’ente in conseguenza del condizionamento criminale”. Ci deve essere “un contesto di diffusa illegalità, connotato da reiterati e pesanti condizionamenti sull’amministrazione comunale da parte dei clan malavitosi”, con la conseguenza che “la cura dell’interesse pubblico derivante dal mandato conferito agli amministratori risulti del tutto omessa”.

E’ il caso del comune di Bari?

Assolutamente no, visto che il Procuratore Distrettuale Antimafia, Roberto Rossi, nello stesso giorno in cui ha presentato alla stampa l’operazione di polizia, ha pubblicamente apprezzato l’operato dell’amministrazione comunale in risposta alla criminalità organizzata. Azioni che fra l’altro sono state raccolte in voluminosi faldoni portati in visione da Decaro sia al ministro sia al prefetto della città. La conclusione di Ferrari è che il provvedimento di Piantedosi “travalica” i confini previsti dalle norme, sia se si pensa alla necessità di sciogliere un consiglio che fra poche settimane non esisterà più; sia se si considera la radicazione delle influenze mafiose nel comune che la stessa Procura non ha rilevato. Considerato anche che gli accertamenti richiesti dal ministero andranno sicuramente oltre la data fissata per le elezioni amministrative, e quindi a consiglio scaduto, appare evidente che tutta la messa in scena costituisce uno strumento improprio per condurre la battaglia politica.

E qui si arriva al punto vero

Il centrodestra a Bari è in affanno: non ha ancora un candidato mentre il centrosinistra ne ha avuti fin troppi in questi mesi e ora si avvia a scegliere il campione che lo rappresenterà con le primarie che si svolgeranno il 7 aprile. Finora la linea politica scelta dalla coalizione Fdl-FI- Lega è stata quella di lanciare di volta in volta un nome che avrebbe potuto sfigurare di meno nella sfida delle urne, visto che i venti anni di potere non hanno logorato il centrosinistra dato per vincente in tutti i sondaggi. Quindi quando sembrava che non ci fosse proprio partita, è stato il tempo di un giovane leghista; mano a mano però che il centrosinistra, come accade spesso, avviluppava la coalizione in bizantinismi che facevano fuori un candidato dopo l’altro, ecco che si ringalluzzivano ed entrava in scena un candidato più navigato, che avrebbe potuto giocare meglio la partita. E quando è scoppiato il caso con l’operazione di polizia di febbraio, è stato scelto un magistrato di lungo corso. Ma siamo ancora alle suggestioni, perché al momento nessuno dei tre è diventato il candidato ufficiale. E nemmeno si è capito che cosa il centrodestra proponga per rompere con la “continuità” del centrosinistra.

Tutto lascia supporre allora che il tempo trascorso tra il 26 febbraio e venerdì scorso, quando Piantedosi ha chiamato Decaro per avvertirlo che gli avrebbe mandato gli ispettori, i rappresentanti baresi e pugliesi del centrodestra lo abbiano trascorso a cercare di capire come trarre il massimo vantaggio elettorale dalla situazione giudiziaria. La via per evitare una disfatta elettorale immediata e per ripartire avendo più tempo e con un avversario suonato è stata alla fine trovata: convincere Piantedosi ad aprire un’inchiesta, inviando ispettori e poi, chissà, persino sciogliere il consiglio. Non si sa chi abbia avuto per primo l’idea – a Bari girano nomi diversi, ma tutti di politici di alto rango – ma al momento non sembra essere stata vincente. La città ha reagito immediatamente, senza dubbi e con sentimenti inequivocabili. Primo: nessuna indagine può travolgere un’intera comunità; secondo, che la giustizia faccia il suo corso per accertare le responsabilità; terzo: lasciate in pace chi in questi anni ha lavorato tanto per trasformare Bari da borgo provinciale in una bella città europea.

E così il sindaco è stato sostenuto con determinazione, prima travolgendolo di messaggi virtuali, poi partecipando in municipio alla sua improvvisata conferenza stampa, quando ha rivendicato con orgoglio il lavoro della sua amministrazione proprio contro le infiltrazioni mafiose; e infine accompagnandolo e ascoltandolo dal palco della manifestazione dove fra gli altri ha preso la parola per difenderlo anche il professore Luciano Canfora.

Come andrà a finire? Intanto i tre commissari nominati dal ministro – Claudio Sammartino, prefetto in pensione, Antonio Giannelli, viceprefetto, e Pio Stola, maggiore del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di Finanza – troveranno porte aperte al Comune, come ha annunciato il sindaco dal palco. Mentre molti dubbi sull’intera operazione si sono aperti anche nel centrodestra. La prima a sfilarsi è stata la vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, di Forza Italia, che ha parlato chiaramente di “metodi da Far West”. ”Il sindaco Decaro – ha detto all’AdnKronos- è stato un buon amministratore. Noi sicuramente sapremo fare meglio di lui e ci candideremo per guidare la città per fare meglio dal punto di vista politico e amministrativo di quanto ha fatto. Ma da garantista e da antigiustizialista, come è sempre stato il presidente Berlusconi, mi interrogo sui modi che non approvo”.
E c’è chi ora chi parla di boomerang.

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