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De Nicola: “Chiudere i negozi la domenica? Vince solo l’e-commerce”

INTERVISTA ad ALESSANDRO DE NICOLA, presidente dell’Adam Smith Society – “La proposta del Governo di imporre la chiusura dei negozi la domenica non limita solo la libertà dei commercianti ma anche quella dei consumatori” rinunciando a molti vantaggi per favorire piccole lobbies e soprattutto l’e-commerce – Dove sta l’interesse generale e chi pensa a tutti gli altri lavoratori che lavorano la domenica? – “L’attenzione alla famiglia è una bufala” – VIDEO.

De Nicola: “Chiudere i negozi la domenica? Vince solo l’e-commerce”

“Non c’è nulla di positivo nella proposta del Governo di chiudere i negozi la domenica, si limita la libertà individuale di commercianti e consumatori e si avvantaggia l’e-commerce”. Questo il pensiero di Alessandro De Nicola – presidente dell’Adam Smith Society, avvocato e docente all’Università Bocconi di Milano – sull’annuncio del vicepremier Luigi Di Maio, appoggiato anche dall’alleato Matteo Salvini, di istituire una legge che imponga a negozi e centri commerciali di serrare le saracinesche la domenica.

Un’iniziativa che, sebbene non si sia concretata perché ad oggi non c’è nemmeno un testo scritto, ha già creato numerose polemiche. Quali sono le basi e quali potrebbero essere le conseguenze di questa proposta? Quali i vantaggi e gli svantaggi? Lo abbiamo chiesto all’avvocato De Nicola che, in questa intervista a FIRSTonline, spiega i motivi per i quali “boccia” senza appello le novità prospettate dal Governo.

Avvocato De Nicola, fa molto discutere la proposta del Governo relativa alla chiusura domenicale dei negozi. Al momento non c’è alcun testo cui fare riferimento, né a quanto pare un’idea chiara e condivisa, ma qual è il suo giudizio generale sulle intenzioni avanzate dal Governo?

“Fino ad oggi, tutto sembra essere ancora in alto mare, non ci sono certezze. Il che potrebbe essere un bene perché potrebbe voler dire che l’ipotesi peggiore non si realizzerà.

In generale credo che tornare al passato su uno dei pochi aspetti su cui l’Italia ha una legislazione avanzata sarebbe una scelta molto dannosa. Si fa spesso l’esempio di Germania e Svizzera, ma si tace sul fatto che ci sono invece altri 16 Paesi europei che, come l’Italia, garantiscono la libertà di apertura domenicale dei negozi.”

Quali sarebbero i “danni” maggiori?

“La proposta del Governo rappresenta in primis un danno dal punto di vista della libertà individuale perché i commercianti sono liberi di scegliere se aprire o non aprire. Non dimentichiamoci che molti commercianti sono ditte individuali, piccole cooperative, società di persone fisiche e togliere loro la libertà di scegliere è davvero incredibile.

Questa iniziativa tra l’altro non limita la libertà dei soli esercenti, ma anche dei consumatori. Nessuno tiene conto del valore del tempo. La possibilità di poter scegliere quando andare a fare la spesa ha valore, il nostro tempo ha un valore. Noi non diamo semplicemente via due ore del nostro tempo, noi lo valorizziamo.

Obbiettivamente, chiudere i negozi la domenica significa privare addetti ai lavori e consumatori di vantaggi economici e di vantaggi che si traducono in termini di libertà individuale. Non si capisce quindi dove voglia andare a parare questa proposta, salvo che a favorire gli interessi di alcune associazioni di imprese o di piccoli esercenti che premono sul Governo.”

Secondo lei quindi la proposta non risponde alle attese di una parte della popolazione, ma delle lobby?

“Nessuno sano di mente può vedere con favore una riduzione delle proprie libertà. Il fatto di poter fare la spesa la domenica è una libertà in più e non in meno. Sottolineiamo di nuovo che non c’è nessun obbligo di andare per negozi la domenica o di tenere aperto, quindi è ovvio che questa proposta non risponde all’interesse generale della popolazione. Anche i sondaggi testimoniano che la maggioranza è a favore delle aperture domenicali.

Diciamo che questa iniziativa può rispondere a interessi settoriali, di lobby, che posso anche comprendere. Ma la politica dovrebbe cercare di avere in mente gli interessi generali, l’economia del paese e il benessere dei consumatori e successivamente cercare di bilanciarli con gli interessi settoriali. Ma non si può sopprimere il benessere generale dando precedenza a quello settoriale, tra l’altro a mio parere anche male interpretato.”

In che senso male interpretato?

“I problemi del piccolo commercio non si risolveranno con le chiusure domenicali. I loro problemi sono le tasse, il fatto che non c’è una coordinazione e che non si riescono a creare cooperative di acquisto, l’avanzata del commercio elettronico. Sottovalutando questi aspetti e illudendosi che la chiusura domenicale possa portare loro qualche vantaggio tengono in ostaggio un Paese intero.”

Ci sono solo aspetti negativi in questa proposta? Non ci sono vantaggi per le famiglie come affermato dal vicepremier Di Maio?

“No, io non vedo nessun aspetto positivo perché, lo ripeto, non c’è alcun obbligo. Chi vuole può rimanere a casa, chi vuole può andare a fare la spesa insieme a tutta la famiglia. Quella della famiglia è una bufala”.

 

Però è anche vero che, soprattutto nei grandi centri commerciali, ci sono situazioni di disagio, i dipendenti lavorano in condizioni di lavoro precarie, con retribuzioni e tutele inadeguate. Quindi forse qualche base questa proposta ce l’ha…

“Neanche questi sono problemi che si risolvono chiudendo i negozi la domenica. Ci sono i contratti collettivi per questo, contratti che prevedono già maggiorazioni, stabiliscono il riposo settimanale e individuano categorie protette. Ad esempio i soggetti con figli sotto i tre anni o con parenti disabili o non autosufficienti sono esentati dall’obbligo. Si può discutere su un’implementazione del contratto collettivo, magari sulle turnazioni prevedendo che un dipendente non possa lavorare per più di due domeniche al mese.

C’è anche un altro aspetto che vorrei mettere in risalto: ci sono già 4,5 milioni di italiani che lavorano nel weekend, a loro chi pensa? Questa proposta riguarda qualche centinaio di migliaia di persone. A poliziotti, medici, infermieri, ristoratori, giornalisti, custodi di musei, bagnini, ecc. non pensa nessuno? Queste persone lavorano la domenica e non ci sono dati che testimoniano che le loro famiglie siano più distrutte delle altre”.

Nel caso in cui la proposta di serrare le saracinesche la domenica andasse in porto, quali saranno gli effetti su occupazione e consumi?

“Gli effetti sull’occupazione sono sempre difficili da stimare. Possiamo dire che si va dai 50 a varie centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno. Quello che è semplice da capire è che prima di tutto il commercio online avrà un vantaggio.

Dobbiamo considerare poi altri due aspetti. Il primo è che la domenica è il giorno in cui i negozi realizzano i maggiori incassi, circa il 15%. Il secondo è che l’Italia è un Paese che ogni anno accoglie 60 milioni di turisti, con 400 milioni di giornate di presenza. Molti di questi turisti vengono nei weekend. Con questa proposta si restringe la loro capacità di spesa e si “rifiutano” soldi che arrivano da fuori e che incidono fortemente sugli incassi. Chiudendo noi diciamo a queste persone: “Tu non puoi spendere”.”

Lei ha fatto riferimento al blocco del commercio online la domenica. Come giudica questo aspetto della proposta? E’ veramente praticabile?

“L’e-commerce avrebbe senza dubbio dei vantaggi da questa proposta. Anche se davvero impedissero le consegne la domenica, cosa che io considero una follia, non si può impedire alle persone di effettuare gli ordini. Si ordina ciò che si vuole e si riceve lunedì. Dove sarebbe il problema?

Per quanto riguarda l’aspetto pratico, si può stabilire un divieto di consegna la domenica, magari prevedendo delle multe per chi viola le regole. Proibire le consegne non è difficile. Non si possono invece bloccare gli ordini perché significherebbe chiudere oltre ai negozi anche internet. Saremmo alla follia pura”.

Ci troviamo davanti a un Governo della nostalgia? Finora pare che l’impronta sia quella di un ritorno al passato?

“Certo, è un ritorno al passato. Il problema è che se anche se pensiamo con nostalgia ai tempi in cui eravamo giovani, tornare al passato non sempre rappresenta qualcosa di positivo. Ricordiamoci che nel passato non potevamo prendere un aereo spendendo 40 euro, non esisteva l’e-commerce e non potevamo acquistare nulla da casa. Il commercio online rappresenta anche una maggiore libertà per chi non è autosufficiente, per chi non ha tempo, per chiunque voglia scegliere di servirsene.

Il passato personale può essere bello, può rappresentare un qualcosa verso cui guardare con nostalgia, ma il passato sociale è molto diverso”.

Su un tema come quello delle chiusure domenicali potrebbe essere utile caldeggiare un referendum?

“Se ci fosse qualcuno che avesse la forza di organizzarsi per un referendum sul tema io credo che sarebbe un argomento meritevole di consultazione. Ma speriamo che la ragione prevalga e che non ce ne sia bisogno”.

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