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De Giovanni shock: “Il Sud oggi è solo un’area geografica”

INTERVISTA A BIAGIO DE GIOVANNI, filosofo ed ex parlamentare europeo del Pd – “La questione meridionale è stata cancellata come questione politica perchè non esiste più una cultura che rifletta sul dualismo italiano ed è ora di dirlo chiaramente. Non c’è più una classe dirigente meridionale. Napoli è sull’orlo del fallimento e ha perso identità: il nuovo sindaco Manfredi deve andare oltre le questioni del debito e del bilancio e dare alla città una collocazione nazionale”

De Giovanni shock: “Il Sud oggi è solo un’area geografica”

“Sarò drastico. La questione meridionale non c’è più come questione politica. Il Mezzogiorno è diventato un’area geografica che grava sul Mediterraneo. Perché non c’è più? Perché non c’è più il dualismo italiano. Che ha prodotto una cultura enorme dall’Ottocento in avanti. Nasceva dallo Stato nazionale e da come era nato. Sì, si dice che le condizioni sono ancora diverse ed è vero, ma non esiste più una cultura che rifletta sul dualismo italiano”.

Biagio De Giovanni, filosofo e politico, dialoga con FIRSTonline sulla sua città, Napoli, dopo il grido di dolore del nuovo sindaco Manfredi, che ha chiamato il Governo a tenere al centro della sua azione la rinascita della ex capitale del Regno e del Sud in generale perché solo così rinasce anche l’Italia.



Ho capito bene? Lei dice che la questione meridionale è stata cancellata dal tempo se non dalle azioni politiche?

“Parlo di cultura politica senza la quale non si produce nessuna visione del futuro. Per quanto riguarda il Sud essa c’è stata, ma ora non c’è più. In parte è stata anche fallimentare sia ben chiaro, nel senso che talvolta ha prodotto la Cassa del Mezzogiorno, talvolta il silenzio assoluto, talvolta addirittura la questione settentrionale. Ma c’era questo dilemma, e questo dilemma come tale non c’è più. Il Mezzogiorno non è più culturalmente una questione. Si chiacchiera sul reddito inferiore, si cerca di mettere pezze annunciando un po’ di infrastrutture, ma il problema storico del Mezzogiorno si è chiuso. Per me questo è clamorosamente evidente, non so perché non lo si dice in maniera chiara”.

Perché non lo si dice?

“Ripeto. Una questione come la meridionale ha creato oltre 150 anni di cultura, che non è una cosa che riguarda le accademie, chi scrive libri ecc. Era una modalità con la quale si ponevano le classi dirigenti. C’è più una classe dirigente meridionale? Puoi avere anche qualche ministro, delle politiche. Ma esiste più una classe dirigente nelle città, nelle regioni tali da porre questo tipo di problema? Secondo me questo non c’è più. Le conseguenze di tutto ciò possono essere varie. Ma il punto di partenza deve essere questo. Naturalmente esiste un Mezzogiorno, ma è mera area geografica. Questa situazione, non lo nascondo, è dovuta anche a un altro elemento. Oggi il problema della sovranazionalità prevale sul problema della nazionalità. Cioè l’Italia del Nord, la Lombardia è più in rapporto con la Baviera che con la Calabria perché si sono rotti i confini. Non lo dico in senso negativo, io sono un europeista convinto, ma faccio un’osservazione di un fatto. Tanto più quindi bisognerebbe ricostruire una classe dirigente meridionale. Ma la difficoltà nel farlo è che essa non esiste più.”

E quindi anche la questione Napoli non esiste?

“Certo. Perché Napoli è stata la capitale di quel Mezzogiorno di cui si parlava. Napoli è stato uno dei grandi cuori della cultura nazionale. E così della fine culturale del Mezzogiorno essa ne ha risentito enormemente. Non avendo più un ruolo di motore, se si pensa al peso dei grandi filosofi, dagli hegeliani fino a Croce, e non ne faccio una questione di storia della filosofia ma di storia civile, si è chiusa in se stessa. E si è molto impoverita. Perché è una città – posso dirla così – senza identità. Bisogna ricorrere a categorie perverse e consunte come quella della napoletanità che io evito come il fuoco eterno. Perché sono piene di luoghi comuni, di cose dette, ridette e stradette; Napoli in questo momento avendo perduto quella identità di cui si diceva deve ritrovare se stessa. La domanda è se ci riuscirà e come”.

Come legge allora le preoccupazioni del nuovo sindaco Manfredi?

“Sono normali quando pone le questioni del debito, del bilancio. Ma deve andare oltre. Deve provare a mettere in campo la sua energia, la sua cultura, le sue capacità. Non è un politico di professione, ma è stato un grande rettore, ministro, è un personaggio, deve mettersi a capo di questa città. Qualche elemento positivo dove lo vedo? Luci e ombre. Le luci le vedo in qualche personaggio molto positivo della giunta, le ombre stanno nel fatto che il sindaco deve dare conto a numerose corporazioni; ma è inevitabile e io voglio dargli fiducia. E comunque non possiamo dimenticare che il Comune di Napoli è sull’orlo del fallimento. Quale è il punto nuovo? È che finalmente sembra che arriveranno i soldi per uscirne. La questione è quella di sempre: saranno in grado di spenderli? È un dato enorme. L’Europa con la pandemia ha cambiato figura, ha fatto una cosa che non era stata mai pensata prima, il debito comune. Bisogna vedere adesso se c’è qui una classe dirigente in grado di pensare alla città sulla base dei fondi che arrivano. Che non sono gratis, ricordiamolo. Li spendi se hai progetti, li spendi se questi progetti sono realistici, li spendi se questi progetti realistici sono temporalizzati. Io ho esperienza europea e so qual è la fortissima vigilanza sulla spesa degli Stati. Che è giusta, altrimenti la struttura non regge. E questa è una domanda aperta. Lo vedremo”.

Il sindaco Manfredi si è fatto una domanda forte: quanto interessa il destino di Napoli all’Italia? La giro a lei.

“In fondo il discorso è lo stesso. Non voglio esagerare, ma anche l’Italia ha perso la sua identità. Sembrerà un paradosso, ma l’identità italiana era fortemente legata alla contraddizione fra Nord e Sud, alla contraddizione produttiva di cultura. Oggi che questa contraddizione come tale è sparita, perché Milano se ne frega di Napoli, diciamo la verità, bisogna sperare in un governo centrale che metta in moto quelle energie produttrici di cultura. Abbiamo avuto un colpo di fortuna ad avere Draghi al posto di comando, ma è comunque un compito immane e non so se sia in grado di farlo. Quanto a Napoli essa ha bisogno di trovare le energie in se stessa, e da qui l’enorme responsabilità del sindaco. Ed è importante che ci sia a quel posto una persona di cultura, anche se senza esperienza politica, perché oggi c’è una dinamica culturale che supera – oserei dire – l’immediatezza dell’azione politica. Cioè lui deve essere capace di ridare a Napoli un’identità tale da collocarla come un problema nazionale. Se resta un problema locale, spendiamo un po’ di soldi qui e uno poco lì, la cosa non funziona. È un problema di priorità. Le priorità di Napoli sono la sua vivibilità quotidiana che è arrivata a un livello mostruosamente brutto, le sue eccellenze che stanno in degrado le sue università, il Cnr. Bisogna ripartire da questi luoghi alti, non solo dalle buche della città come si dice. Perché Napoli esce da un decennio terribile, il peggiore della sua vita”.

Se quindi Napoli ritrova la sua identità la restituisce anche al Paese?

“Non si può non sperare. Bisogna che la sua classe dirigente sia diffusa. A Napoli abbiamo una borghesia semi dissolta, le periferie sono abbandonate a se stesse. Accade ovunque è vero. Ma Napoli è Napoli: una città enorme, un’area metropolitana altrettanto grande, una periferia difficilissima. Purtroppo bisogna dirlo. Qui ci sono non so quanti morti di camorra al mese, giovanissimi. È qualcosa di profondo perché la lotta di camorra è una lotta di quartiere mentre l’economia è penetrata dalla criminalità. Sono problemi giganteschi. Che sono a nominarli fanno paura. Però bisogna nominarli e vedere da dove ripartire per mettere qualcosa in movimento”.

Mi sembra molto pessimista a riguardo…

“Io penso che le categorie di ottimismo e pessimismo siano categorie sballate. Il mondo c’è e bisogna farci i conti. Nel caso specifico bisogna provare a portarlo un po’ più avanti. I napoletani sono una strana etnia che però non ha più riferimenti al proprio interno. Bisogna ritrovarli”.

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