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Colpo di scena: Moncler rinuncia alla quotazione

Era tutto pronto per il debutto in Borsa ma la nota azienda dei piumini cede il 45% del capitale al fondo d’investimento Eurazeo e ferma tutto – A Milano, intanto, continuano gli aumenti di capitale delle banche: oggi tocca a Ubi – Borse asiatiche deboli per le incertezze sulla Grecia e i dati deludenti dell’economia americana

Colpo di scena: Moncler rinuncia alla quotazione

COLPO DI SCENA: MONCLER RINUNCIA ALLA QUOTAZIONE

Era tutto pronto per la quotazione. C’erano l’ok della Consob e della Borsa italiana. Ma alla fine Moncler, l’azienda nota per i piumini, con sede a Grenoble, ma riportata al successo dall’italianissimo Remo Ruffini, ha rinunciato al debutto a Piazza Affari. Gli azionisti del gruppo hanno trovato un accordo con il fondo d’investimento Eurazeo che si prenderà il 45% del capitale in cambio di 418 milioni di euro. L’operazione dovrebbe essere finalizzata al termine del terzo trimestre 2011.Il presidente Ruffini resterà proprietario del 32% del capitale, mentre al fondo Carlyle rimarrà il 17,8%.Il processo di quotazione è formalmente sospeso. Moncler, forte di un’ottima performance, in linea con quella dei top player del settore, punta su una crescita sempre più internazionale. Intanto, parte oggi a Singapore il roadshow di Prada che si concluderà il 17 a Wall Street, alla vigilia del collocamento alla borsa di Hong Kong il 24 giugno subito dopo la sfilata milanese delle collezioni uomo. Prada ha scelto la piazza asiatica alla ricerca di una maggior valorizzazione.

BORSE DEBOLI A MAGGIO PER GRECIA E DATI USA, GLI ECONOMISTI PENSANO SIA UNA PAUSA

Non è stata una bella settimana per le borse sulle due coste dell’Atlantico, a conferma del fatto che il mese di maggio si sarebbe chiuso come aveva iniziato, all’insegna della debolezza. E anche l’avvio dei listini asiatici oggi conferma il permanere di una certa debolezza e l’esistenza di una diffusa cautela sui mercati. Tokyo ha chiuso la seduta con una flessione dello 0,89%. I timori per l’economia statunitense e la crisi greca hanno messo in ginocchio i listini. L’accordo per la nuova tranche di aiuti alla Grecia ha dato una boccata d’ossigeno alle borse europee aperte nel ponte dell’Ascensione (Francoforte, Londra e Milano), mentre quelle chiuse venerdì si sono lasciate alle spalle quattro sedute da dimenticare. A Parigi il Cac40 è sceso sotto i 3.900 punti per la prima volta da aprile. Negli Usa la perdita settimanale è nell’ordine di almeno il 2% per tutti i più importanti indici: lo S&P 500 ha registrato il ribasso settimanale più marcato da agosto e dopo cinque settimane di debolezza è ai minimi da marzo. Lo S&P 500 ha ritracciato del 4,7% rispetto ai massimi del 29 aprile. La causa è da cercare nei dati macro tutti sotto le attese, in particolare gli ultimi due. Il tasso sulla disoccupazione è salito al 9,1% (nessun presidente dai tempi di Roosevelt è stato eletto con un tasso superiore al 7,2%), l’indice Ism manifatturiero è caduto a 53,3 tornando al livello di venti mesi fa e dando perfettamente il senso della situazione. C’è ancora crescita ma assai modesta. Da aprile I segnali negativi si erano fatti insistenti con i prezzi delle case tornati ai minimi dello scorso anno, la produzione industriale scesa per la prima volta in dieci mesi (complice anche il dopo terremoto in Giappone) e la riduzione delle vendite da Wal-Mart. Ma Wall Street ha cominciato a scorgere i rischi congiunturali con un certo ritardo. Altre sedute negative possono essere possibili ed è opinione diffusa che i ribassi dei i prezzi siano destinati a continuare per alcune settimane, ma analisti e investitori istituzionali non sembrano preoccupati. Sono piuttosto cauti sui timori di un nuovo e prolungato rallentamento economico e parlano piuttosto di “soft patch”, un accesso di debolezza passeggero che non bloccherà il recupero del ciclo. Una inevitabile pausa, comprensibile in una fase di forte ripresa e a fronte di fattori di incertezza come il terremoto in Giappone o il corso del greggio costantemente sopra i 100 dollari, a sentir loro. Non tutti sono ottimisti , dubbiosi e pessimisti non mancano ma rappresentano una minoranza, per gli altri l’economia statunitense riprenderà velocità in questo trimestre dopo il deludente aumento del pil dell’ 1,8% registrato nel primo trimestre 2011. Sembra allontanarsi però, qualunque possa essere il rimbalzo nel corso del secondo semestre, l’obiettivo di una crescita del 3% per quest’anno e con essa l’ipotesi di una qualsiasi ipotesi restrittiva da parte della Fed. Anzi secondo alcuni la reazione a questa debolezza congiunturale potrebbe essere una nuova immissione di carta moneta da parte della Fed, sarebbe la terza (QE3), anche se i rischi per il dollaro e i prezzi di una simile mossa non sono da sottovalutare.

BANCHE , CONTINUANO GLI AUMENTI DI CAPITALE, OGGI TOCCA A UBI

Non è proprio un bel momento per lanciare un aumento di capitale di una banca. In generale il settore bancario è sotto pressione su tutti i listini: in Europa rispetto ai massimi di febbraio ha perso il 16% e a Wall Street il 17%, In Italia gli aumenti di capitale e le mosse ad essi collegate non hanno migliorato il quadro. Ciò nonostante le operazioni si susseguono. Intesa chiude venerdì prossimo il suo aumento da cinque miliardi partito il 23 maggio, e oggi parte Ubi. Il primo segnale dello scetticismo che monta attorno alle sorti dell’economia italiana era arrivato proprio dalla retrocessione del rating di Intesa da parte di Moody’s prima dell’aumento. All’origine della bocciatura la considerazione che gli obiettivi promessi dal piano industriale di Corrado Passera “non erano compatibili” con le prospettive dell’economia italiana di qui al 2013. Lo scetticismo dei mercati, ha costretto l’istituto ad applicare uno sconto del 24% sul Terp (il prezzo teorico dopo lo stacco del diritto di opzione) pari a 1,805 euro per le ordinarie e 1,52 per le rnc. Il prezzo da saldo era in linea con altre operazioni nel settore ma in condizioni normali Intesa avrebbe potuto spuntare un prezzo migliore. La congiunzione astrale non era delle più promettenti: due importanti azionisti (Credit Agricole e Tassara) non sottoscriveranno l’operazione e venderanno i diritti. L’aumento è partito con un cielo perturbato e infatti i diritti sono stati pesantemente venduti nei primi due giorni, nelle ultime sedute però il titolo ha recuperato e venerdì si è riportato per la prima volta in due settimane sopra i livelli ex aumento. Oggi tocca all’Ubi e anche questa operazione non parte sotto i migliori auspici; la banca guidata da Victor Massiah venerdì è scivolata sul fondo del paniere principale con un tonfo del 5,36% a 4,992 euro dopo aver fissato in 3,808 euro il prezzo delle azioni che verranno offerte con l’aumento da circa 1 miliardo di euro. Il prezzo di sottoscrizione è stato determinato applicando uno sconto del 22,4% rispetto al Terp delle azioni calcolato sulla base della chiusura del 2 giugno (5,27 euro). Le azioni di nuova emissione saranno offerte nel rapporto di 8 nuove azioni ogni 21 possedute. L’aumento di capitale termina il 24 giugno mentre la negoziazione dei diritti sarà possibile fino al 17 giugno.

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