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Circolo Ref Ricerche – L’Italia che non cresce: pesa sempre di più l’innovazione che non c’è

CIRCOLO REF RICERCHE di Giacomo Vaciago – Sappiamo, da Keynes (1930) ad Aghion (2012), che la crescita è spiegata dall’accumulazione del capitale e – soprattutto nei “paesi avanzati”- dall’innovazione. Ecco perchè l’Italia invece è indietro.

Circolo Ref Ricerche – L’Italia che non cresce: pesa sempre di più l’innovazione che non c’è

Keynes diceva che la crescita riguarda i nostri nipoti (cioè il mondo che ci sarà tra due generazioni). E’ ovvio però che se non c’è crescita, la colpa è nostra e non dei figli dei nostri figli…

Il tema dell’insufficiente innovazione che caratterizza l’Italia, soprattutto negli ultimi vent’anni – quando questa variabile ha rivestito un ruolo crescente per spiegare i differenziali di crescita all’interno dei Paesi avanzati – è stato ampiamente trattato, in un apposito capitolo della Relazione Annuale della Banca d’Italia pubblicata il 31 maggio scorso (il capitolo 11, che segue quello su “struttura produttiva e politiche strutturali”). Se leggiamo con attenzione quelle 10 fitte pagine, ricche di dati e di rinvii ad altre ricerche, vediamo che c’è quasi tutto da migliorare, se non da ricostruire, per quanto riguarda la nostra attività innovativa, come realizzata dalla imprese, favorita dai servizi (a cominciare da quelli finanziari), e promossa dal settore pubblico. Tre aspetti questi che concorrono a determinare una situazione di equilibrio–poco–innovativo che non può certo essere modificato con interventi al margine o in poco tempo.

Se vogliamo riassumere in soli due concetti i necessari binari su cui collocare una svolta radicale nella direzione di un’attività innovativa dinamica, che ci consenta di iniziare a recuperare un po’ del terreno perduto, diremmo che serve:

1)     Alla Aghion (2012), il passaggio ad uno Stato strategico, cioè che indirizza, promuove, stimola, ma si guarda bene dal gestire tutto ciò che serve all’innovazione;

2)     Una struttura di imprese di dimensione crescente (oltre i confini della famiglia dell’imprenditore), in grado di accedere direttamente al mercato dei capitali, e di salire nella scala qualitativa del capitale umano impiegato.

E’ ovvio che ciascuno di questi due aspetti ne comprende a sua volta numerosi altri, sia dal punto di vista analitico (della diagnosi che ne fa la Banca d’Italia) sia dal punto di vista delle necessarie riforme strutturali e conseguenti politiche industriali. Banca d’Italia sottolinea in modo positivo le tante piccole cose fatte negli ultimi provvedimenti del Governo e del legislatore. Ma anche tenendo conto di ciò, è chiaro che se vogliamo tornare a crescere – cioè se i nostri nipoti debbono avere la speranza di vivere meglio di noi – ciò che resta da fare è davvero tanto e richiede uno sforzo concentrato e prolungato, oltre che condiviso, come finora non è stato neppure percepito dall’opinione pubblica.

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