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Catalogna e Dieselgate agitano i mercati

Il successo a metà dei secessionisti in Catalogna fa salire la tensione in Spagna e in Europa con riflessi sul mercato obbligazionario mentre la Bce taglia i fondi a Vw – Nella scorsa settimana di Borsa l’auto ha virtualmente bruciato 50 miliardi ma Marchionne conferma l’Ipo Ferrari per il 12 ottobre – Test per i Bot a sei mesi – I cinesi in Poste Italiane.

Catalogna e Dieselgate agitano i mercati

Partenza debole dei listini asiatici in una settimana che s’annuncia densa di dati economici e di appuntamenti tra i Grandi della terra (oggi Obama incontra a margine dell’assemblea dell’Onu Vladimir Putin ed il leader indiano Modi). Tokyo perde lo 0,9%, Shanghai lo 0,8%. I profitti delle aziende cinesi sono scesi ad agosto ai minimi da 47 mesi. Chiuse oggi le Borse di Hong Kong e Taiwan. 

Il Financial Times segnala che l’Arabia Saudita ha ritirato dalle Borse occidentali investimenti per 73 miliardi per compensare il minor gettito delle vendite del petrolio. Si moltiplicano sotto la pressione del greggio debole le operazioni di M&A nel settore energia: oggi sarà annunciato l’acquisto di William da parte di Energy Transfer, operazione da 34 miliardi di dollari.

E’ l’Europa, però, a meritare le maggiori attenzioni. L’esito delle urne in Catalogna provoca fin da subito l’aumento della temperatura di unaun tono caliente alla settimana finanziaria europea che già s’annuncia caliente. In realtà la vittoria degli indipendentisti è incompleta: Junts per sì e Cup conquistano la maggioranza dei seggi ma non dei voti. Si profila, come già anticipato dal leader indipendentista Artur Mas un nuovo ricorso alle urne entro 18 mesi.

L’AUTO BRUCIA 50 MILIARDI. IL 12 OTTOBRE PARTE L’IPO DI FERRARI 

Nel week end, nonostante la nomina di Matthias Muller al vertice di Vw in sostituzione di Martin Winterkorn, le dimensioni dello scandalo dieselgate si sono allargate in mille direzioni, da Berlino a Bruxelles con la prospettiva di pesanti ricadute sul sistema industriale europeo, non esclusa l’Italia.

In particolare:

1) Almeno un milione di veicoli, sugli 11 coinvolti nel dieselgate, sono stati immatricolati in Italia. In Germania il totale è di 2,8 milioni. Il dato rappresenta solo la punta dell’iceberg del disastro che ha già innescato cause civili e penali in Usa e nel Vecchio Continente, nonché l’accelerazione di nuove regole in sede Ue (sotto tiro per i controlli insufficienti).

2) Questi segnali lasciano intuire che l’emorragia del comparto automotive, pur tamponata venerdì, non sia ancora finita. La scorsa settimana Il settore ha lasciato sul terreno più di 50 miliardi di capitalizzazione (-11%), per la metà riconducibili al tracollo di Volkswagen (-34%). Al gruppo fanno capo anche i cali di Audi (-3,926 milioni) e di Posche (-3,178 milioni) Alla ripresa degli scambi la casa di Wolfsburg presenta dati all’apparenza allettanti: il rapporto prezzo/utili è sceso a 5 volte. Sotto tiro anche le obbligazioni del guppo, oggi trattate valori di poco inferiori al 5%. La Banca centrale europea ha interrotto gli acquisti di titoli “asset backed” garantiti da finanziamenti per l’acquisto di automobili Volkswagen. 

3) La crisi non ha però risparmiato gli altri produttori europei, sia tedeschi come Daimler (-7,293 milioni) e Bmw (-5,285 milioni), che francesi, vedi Renault (- 2.428 milioni) e Psa (-2.080 milioni).

4) Fiat Chrysler non ha fatto eccezione. La società ha lasciato sul terreno l’8,15% (-1,336 milioni di capitalizzazione) trascinando al ribasso Exor (-5,24%). Intanto prende corpo, nonostante la crisi del settore in Borsa, l’offerta di Ferrari che si terrà tra il 12 e il 30 ottobre a Wall Street e in Piazza Affari. La New Business Netherlands, il veicolo di diritto olandese che prenderà poi il nome di Ferrari Nv e che controllerà Ferrari spa,ha presentato domanda di quotazione a New York. L’obiettivo è di raccogliere sul mercato almeno 1 miliardo per il 10% del Cavallino Rampante per una valorizzazione complessiva della società che dovrebbe oscillare tra 10 e 12 miliardi. 

5) L’impatto della crisi di fiducia sull’auto tedesca è destinato ad avere altri effetti sull’industria italiana: l’indotto che lavora per Volkswagen comprende circa mille aziende per un fattura complessivo di 1,5 miliardi. Il contributo della riscossa dell’autumotive alla ripresa dell’industria nel corso del 2015 è ancora più rilevante. In Piazza Affari sotto tiro Brembo e Sogefi. 

6) A completare la settimana nera del gruppo Agnelli (non esclusa l’ennesima batosta della Juventus) contribuisce la crisi Cnh Industrial (-7,01% nell’ottava). Alle conseguenze della crisi del mercato brasiliano si è aggiunto il profit warning di Caterpillar che ha annunciato un taglio sia ai profitti che al fatturato 2015.

TEST PER I BOT A SEI MESI. S’ALLARGA LA FORBICE CON LA SPAGNA

L’esito delle elezioni catalane provocherà reazioni soprattutto sul fronte del reddito fisso. L’affermazione a metà dei movimenti indipendentisti è destinata ad accentuare la forbice tra i Bonos a 10 anni, trattati venerdì al 2,036%, e i Btp di analoga durata (1,79%). Il Tesoro oggi affronta l’esame dell’asta dei Bot semestrali (6,5 miliardi l’offerta): il rendimento è atteso in zona 0,028% on leggero aumento rispetto ai livelli di fine agosto (+0.007%). L’Italia ha incassato venerdì il giudizio positivo dell’agenzia di rating Drbs che ha confermato il rating A low con trend stabile.

PIAZZA AFFARI LEADER SOFFRONO FRANCOFORTE E MADRID

In settimana la Borsa di Milano ha perduto lo 0,82%. Rilevante la volatilità: tra i minimi di giovedì (20.544 l’indice Ftse Mib) e i dati di lunedì scorso (21.803) corre una differenza di sei punti percentuali in parte corretta dal balzo di venerdì cui hanno contribuito i titoli del lusso: Luxottica +4,26%, Moncler +2,53%, Tod’s +2,25%.

Da gennaio il guadagno di Piazza Affari è ancora del 12,2%, ben più rilevante degli altri listini del Vecchio Continente. La Borsa tedesca arretra dall’inizio del 2015 dell’1% sotto la pressione di auto ed utility. Nello stesso periodo Madrid, nonostante la crescita del Pil, è arretrato del 7% per l’incertezza del quadro politico, sotto la pressione di indipendentisti e della sinistra radicale di Podemos! 

A Wall Street, nella settimana, il Dow Jones ha perduto lo 0,4%, l’S&P 500 l’1,4%. Rilevante la discesa del Nasdaq: -2,9%. 

VENTI DI RECESSIONE IN CINA E GIAPPONE. USA VERSO LA STRETTA

Il dato più importante, cioè l’andamento del mercato del lavoro Usa, arriverà solo venerdì. Nel frattempo il team della Fed sarà impegnato a diffondere il messaggio che i tassi saliranno, ma di poco ed in maniera graduale. Dopo l’affondo di Janet Yellen sui tassi (probabile l’aumento entro l’anno) continua la pioggia di messaggi in arrivo dalla Fed: giovedì il presidente della banca centrale parlerà di nuovo ai banchieri riuniti a Saint Louis. Ma in settimana sono previsti discorsi anche da parte del vice, Stanley Fischer, e di Charles Evans (Fed di Chicago), William Dudley (New York) e di Lael Brainard dello staff centrale dell’istituto. Una pioggia di interventi per tranquillizzare i mercati. 

L’economia globale, intanto, prende atto che si sta allargando la forbice tra la velocità di crescita degli Usa (pil del secondo trimestre in ascesa del 3,9%, meglio delle stime precedenti) e le altre locomotive del pianeta: il Fmi si accinge a tagliare le stime di crescita della Germania (da 1,6 a 1,5%) a fronte della frenata dell’export. Lo stesso capita in Giappone: il Tankan, previsto per il 1° ottobre, dovrebbe evidenziare un calo della fiducia delle imprese mentre l’Abenomics registra nuove sconfitte (inflazione di nuovo in terreno negativo, downgrade di S&P). Stamane parla il governatore Haruhiko Kuroda.

Infine, l’Istat cinese ha ammesso che il Pil del Paese potrebbe salire non più del 6,5%.

INWIT IN VENDITA, F2I IN POLE POSITION

Il Brasile non si vende. Le torri sì. Telecom Italia ha dato un mandato formale all’ad Marco Patuano per “un’ulteriore valorizzazione” della controllata delle torri Inwit, alla quale sono interessati il fondo F2I e Cellnex, gruppo Abertis. Lo dice una nota della società, emessa dopo il cda che si è tenuto a Rio de Janeiro e che ha seguito lo “strategy day” sul Brasile, dove il gruppo controlla Tim Participacoes (Tim Brasil).

Il gruppo conferma il piano di investimenti in Argentina, dove controlla Telecom Argentina, che però è stata oggetto di un accordo per la sua cessione, e in Brasile “altamente strategico”, come sottolineato. Inwit è stata scorporata e quotata a giugno di quest’anno e da subito Telecom Italia ha chiarito che la società avrebbe partecipato al consolidamento del settore.

Il mercato è così chiamato a valutare la novità di un’operazione con F2i, che vanta come soci Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal ministero dell’Economia, Intesa Sanpaolo e UniCredit, è interessato ad acquistare una partecipazione. Inwit vale in borsa 2,67 miliardi di euro ai prezzi attuali ed è probabile che Telecom chieda un premio nel caso ceda la maggioranza del capitale. Il 60% in mano a Telecom Italia vale, oggi in borsa, 1,6 miliardi. F2i ha liquidità disponibile per 1,3 miliardi di euro e potrebbe anche utilizzare debito per acquistare la quota.

Al di là dei numeri l’affare potrebbe aprire un ponte tra i vari competitors in vista del decollo dell’operazione banda ultralarga. 

UNICREDIT CEDE 1,2 MILIARDI DI CREDITI DETERIORATI 

Per George Soros la spinta decisiva alla ripresa italiana arriverà con la pulizia delle sofferenze del credito. Intanto, nell’attesa della sospirata bad bank, si muovono le banche. Secondo Bloomberg Unicredit si appresta a vendere 1,2 miliardi di crediti deteriorati lordi (npl) al fondo di private equity inglese AnaCap. Il valore netto di cessione del portafoglio si aggira intorno a 700 milioni. Si dovrebbe trattare soprattutto di crediti legati al settore immobiliare, in parte ereditati dalla gestione ex Capitalia, assieme a prestiti a piccole e medie imprese e a soggetti individuali.

L’ammontare delle cessioni di crediti deteriorati in portafoglio del sistema potrebbe superare a fine anno i 10 miliardi con la prospettiva di raddoppiare nel 2016. 

I FONDI CINESI BUSSANO ALLE POSTE

Prende velocità la marcia di Poste Italiane verso la quotazione. In occasione dell’Ipo che dovrebbe prendere il via il prossimo 12 ottobre si è tenuto a Londra venerdì scorso l’ultimo incontro con gli investitori istituzionali: oggi verranno pubblicati dagli analisti delle banche coinvolte nel collocamento (Banca Imi, Bofa Merrill Lynch, Citigroup, Mediobanca Unicredit che funge anche da global coordinator assieme ad Imi) le ricerche che consentiranno le prime valutazioni della società. Scatterà così la fase di pre-marketing: il processo di quotazione, secondo le indiscrezioni, dovrebbe valorizzare il 100% di Poste Italiane tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, permettendo allo Stato di incassare tra i 3,2 e i 4 miliardi di euro per il 40% della società.

Tra gli interessati, la Banca centrale e i fondi sovrani cinesi che potrebbero prenotare tra il 2 ed il 5% dell’offerta. La società consta di tre diversi business, quello prettamente postale (che vale poco meno del 15% dei ricavi 2014), quello finanziario (che vale circa il 19%) e quello assicurativo (pari a circa il 66%), il maggiore. In assenza di un vero peer, il valore della società è quindi la somma dei valori espressi da queste tre attività, ponderati per il loro peso.

SAIPEM, AL MERCATO NON PIACE L’AUMENTO 

A Saipem è toccata la corona di peggior blue chip della settimana: -8,66%. La frenata del titolo è dovuta al moltiplicarsi delle voci su un prossimo aumento di capitale per 3 miliardi che, del resto, rappresenta solo un tassello della ristrutturazione societaria. In particolare, la società ha inviato a diverse banche italiane e straniere l’invito a formulare una proposta per il rifinanziamento del debito infragruppo (5,5 miliardi che oggi fanno capo ad Eni), una mossa necessaria per tagliare il cordone finanziario che lega la società ad Eni. In parallelo la capogruppo, supportata dal Crédit Suisse, punta a deconsolidare la partecipazione (e debiti), diluendo la quota nella controllata. Diventa così d’attualità l’ipotesi di un aumento di capitale che potrebbe segnare l’ingresso in scena del Fondo Strategico Italiano controllato dalla Cdp, primo azionista di Eni. 

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