Condividi

Borse alla riscossa dall’11 settembre 2001, solo Milano resta indietro

Cosa accadde sui mercati quel tragico 11 settembre 2001, ma soprattutto cosa è successo da allora sulle principali Borse internazionali? A 20 anni dall’attacco ecco cosa e come sono diventati i mercati finanziari: chi ha guadagnato e chi no

Borse alla riscossa dall’11 settembre 2001, solo Milano resta indietro

L’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 non fu solo un attacco all’America, fu un colpo quasi mortale inferto all’intero Occidente, alla sua società, alla sua economia e a quei mercati finanziari che da decenni dominano la vita di tutti noi. 

A venti anni esatti da quel tragico giorno e nella giornata in cui, paradosso dei paradossi, si avvicina la cerimonia di insediamento del nuovo governo dei talebani in Afghanistan, sono stati in molti ad azzardare un bilancio, a cercare di capire le conseguenze e leggere “il seguito” di un racconto drammatico iniziato con lo schianto dei due Boeing 737 contro la Torre Nord e la Torre Sud del World Trade Center, il complesso finanziario che – non a caso – era situato nel cuore di New York City, a pochi passi da Wall Street. E se dal punto di vista storico e sociale gli analisti geopolitici hanno opinioni a volte diametralmente opposte, il profilo finanziario racconta tutta un’altra storia. Con un’unica eccezione.

COSA ACCADDE SUI MERCATI

Succede spesso che, in una giornata particolarmente negativa per i mercati, i giornali si ritrovino a titolare “È l’11 settembre delle Borse”, “della finanza”, e via dicendo. Come se quella data, da sola, bastasse a far capire la gravità e il peso di ciò che accade di brutto. 

Ma cosa successe davvero quel giorno sotto il profilo finanziario? “Le borse europee alla chiusura hanno perso 810 mila milardi, 97 ne ha ‘bruciati’ la sola Piazza Affari. I mercati hanno reagito malissimo alla sfilza di attentati che dalle prime ore del pomeriggio in Italia (mattina a New York), hanno sconvolto il paese – scriveva Repubblica pochi minuti dopo la chiusura delle Borse del Vecchio Continente dell’11 settembre 2001 – Solo il petrolio schizza in alto, a 31 dollari al barile (ieri era a 24). E si infiamma l’oro, che balza ai massimi da maggio. Il metallo giallo – tipico bene rifugio in momenti drammatici come questi – viene scambiato a 285,15 dollari, in rialzo del 4,93%”. 

Wall Street non aprì nemmeno quel martedì, paralizzata da quegli attacchi avvenuti pochi minuti prima dell’opening bell. Le contrattazioni alla Borsa di New York ripresero solo il lunedì successivo, dopo la pausa più lunga della storia dei listini Usa. 

Sulle Borse europee si scatenò invece il panico. L’imperativo fu uno solo: vendere tutto ciò che era vendibile. Quel giorno Piazza Affari realizzò quella che oggi è la quinta peggiore performance della sua storia, con il Mib30 che arrivò a cedere il 7,79% dopo una raffica di sospensioni. Non andò meglio a Francoforte (-10%), Parigi (-7,39%), Londra (-5,4%), Amsterdam (-6,95%), Madrid (-4,5%), Zurigo (-7%) e Stoccolma (-7%). Crolli verticali anche per le Borse di Brasile e Messico. 

“Drammatico, allucinante – commentò sulle pagine di Repubblica il gestore azionario di Banca Profilo, Luca Ratti – sarebbe stato più dignitoso chiudere il mercato”. “La situazione è incontrollabile e non si sa quello che accadrà domani”, aggiunse Marco Opipari, di Metzler Capital Markets Italia.

LE BORSE DALL’11 SETTEMBRE 2001

Da quel tragico martedì di vent’anni fa, le Borse internazionali hanno fatto molta strada, risalendo la china nonostante le crisi che si sono susseguite negli anni, da Lehman Brothers alla Brexit. Eppure, in un contesto di rialzi generalizzati, c’è un’eccezione che per noi è particolarmente negativa. L’unica Borsa che dall’11 settembre 2001 ha perso terreno anziché guadagnarlo è sta Piazza Affari, che negli ultimi 20 anni ha lasciato sul campo oltre 17% del suo valore, attestandosi oggi intorno a quota 26mila punti. Se però ai calcoli aggiungiamo il dividendo, il ritorno è del +55%, una percentuale che a primo acchito potrebbe sembrare positiva, ma che fa storcere il naso se confrontata a quelle degli altri listini. Gli avanzamenti tecnologici realizzati negli ultimi due decenni hanno portato, per esempio, il Nasdaq a guadagnare l’800% (oltre il 1000 con le cedole) rispetto a 20 anni fa. Imperiosi anche i rialzi degli altri indici Usa con il Dow Jones che ha registrato un rialzo del 268%. 

Rialzi a tre cifre anche per il Dax di Francoforte (+239%), mentre il Cac 40 di Parigi e il Ftse100 di Londra segnano rispettivamente +52% e +41%. In Asia, infine, si sono messi in evidenza soprattutto il Nikkei di Tokyo (+175%) e lo Shanghai Composite (+91%).

Perché l’Italia perde quando gli altri guadagnano? Perché il legame tra Piazza Affari e l’economia reale non ha lasciato scampo alla Borsa di Milano. Su Repubblica Affari & Finanza, Martin Mueller, co-head of global equity team di Upb spiega che la differenza sta tutta nella perdita di competitività del nostro Paese rispetto ai concorrenti internazionali. “Nel lungo termine i Paesi e le aziende che creano valore in modo stabile o crescente tendono a ottenere buone performance azionarie”, commenta l’esperto. Chi fa il contrario dunque, come l’italia, rimane nel guado. Speriamo che il prossimo bilancio racconti qualcosa di diverso. 

Commenta