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Becattini e “La coscienza dei luoghi”: meglio i distretti del gigantismo

“La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale” è il titolo dell’ultimo libro dell’economista e accademico dei Lincei Giacomo Becattini (Donzelli editore, pp.332) e raccoglie le riflessioni del padre dei distretti industriali attraverso il dialogo con l’architetto Alberto Magnaghi – Contro la finanziarizzazione e il gigantismo del capitalismo contemporaneo, solo il rilancio dei distretti industriali può ridare “la joie de vivre contro il profitto” a senso unico

Questo nuovo libro di Giacomo Becattini (La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale. Donzelli editore, 2015, pp. 322)
si distingue per la ricchezza e rilevanza dei problemi che egli porta alla ribalta. Sullo sfondo, il neo liberismo che avrebbe dovuto essere sepolto da tempo (Keynes pubblicò La fine del Laissez-faire nel 1926) e invece viene oggi riproposto su “strascichi ideologici del passato” offrendo “al culto pubblico un cadavere imbalsamato”. Il libro è un catalogo di riflessioni frutto in buona parte del dialogo con Alberto Magnaghi.

Che cos’è il territorio? Becattini esemplifica con il boom dell’ultimo dopoguerra. Molti luoghi apparentemente anodini erano “molle caricate nei secoli”. Avrebbero cambiato il volto del paese sol che si fossero create le condizioni per la loro “liberazione”. Ciò avvenne con la liberalizzazione degli scambi dopo di che pratesi, biellesi, carpigiani e tanti altri ceppi locali furono capaci di trasformare “l’acqua del loro know-how artigiano e delle loro culture locali …nel vino delle esportazioni e della joie de vivre di gruppi sociali anche di modesta estrazione”. Per Becattini il territorio è quello di Cattaneo, una realtà costruita dall’uomo. Nella sua visione, tutto il sistema dei prezzi di equilibrio tra domanda e offerta non deve realizzare solo il minimo costo di produzione di ogni merce, ma anche l’allocazione territoriale e professionale migliore di ogni agente produttivo umano; fuoco dunque sul benessere e non sul profitto. L’optimum optimorum sarebbe dato da numerose aggregazioni di soggetti (comunità locali) specializzate in tanti made in. Ognuna eccellerebbe nella produzione di un gruppo tipico di beni e nel clima tecnico e culturale che ne consegue. La spinta naturale è verso questo mondo ideale dove ogni gruppo localizzato di produttori, per tutelare la propria reputazione (il sommo bene nel codice cavalleresco preconizzato per l’industria dall’economista inglese Alfred Marshall) deve produrre qualcosa che sia la più adatta ad uno specifico scopo, socialmente riconosciuto. Ogni comunità di produttori mette in gioco la propria reputazione che è pertanto il suo vero capitale sociale. Esso è perciò spinto a continue innovazioni per conservare o ampliare il sovrappiù derivante dalla differenza tra i ricavi dalla vendita ad altri luoghi del bene in cui è specializzato e il consumo interno di quel bene. In questo sistema, ogni persona, auto-interpretando le proprie capacità e le proprie preferenze, si sposta migrando alla ricerca del luogo, fisico e sociale, in cui crede di avere le maggiori possibilità di vivere meglio (joie de vivre); si passa così dalla teoria del valore delle merci alla teoria della felicità umana. Ma vi sono ostacoli nel mondo reale costituiti dall’accumulazione delle ricchezze e dai conseguenti poteri di produzione e di decisione concentrati in poche mani: sta alla politica eliminarli.

L’Italia è il campo ideale nel quale le forze individuate da Becattini possono sprigionarsi. Ma serve una politica industriale che valorizzi i territori e i settori in cui siamo naturalmente e storicamente forti; “uno sviluppo che sfrutti, insieme, la nostra manualità e la nostra fantasia”, dove si accoppiano magicamente i pregi della forma distrettuale e del Made in Italy con quelli del nostro turismo.
Oggi siamo nella strada giusta? A mio parere, la risposta è un secco no. Per motivi generali e per motivi locali. I primi rivengono dalla grande crisi di cui siamo ancora prigionieri; Giacomo la fa risalire alla più ampia crisi del capitalismo. Terminata la competizione col socialismo, si è lasciato che la finanza invadesse tutti i campi. Ci si preoccupa ormai solo del profitto ricavabile da ogni transazione ignorando che la forza competitiva, la produttività, non deriva dalla mera vicinanza spaziale delle imprese in uno stesso settore (cluster), ma dalla formazione di un ambiente produttivo speciale, un’atmosfera industriale, che affonda le radici nella comunità produttiva locale. Ogni luogo, per come è stato foggiato da madre natura e dalla sua storia, possiede un suo grado di coralità produttiva la quale dipende in primo luogo dall’omogeneità e congruenza culturale delle persone che lo costituiscono. La moralità delle istituzioni (è questo l’aspetto locale) è fondamentale e senza di essa svanisce la fiducia che rappresenta il collante della società locale.

La finanziarizzazione del capitale compromette tutto proprio perché antepone il profitto di pochi al benessere collettivo trasformando in merci le stesse imprese; riesce a farlo in forza delle grandi concentrazioni che si vanno sempre costruendo (si pensi alla mostruosa fusione ipotizzata tra le borse londinese e tedesca). Si tende ancora al gigantismo, nell’industria e nelle banche, nonostante le dure lezioni del passato. Becattini ricorda le parole che Enrico Cuccia volle scolpire nella relazione al bilancio 1978 di Mediobanca, indicando chiaramente la preferibilità al big business di “aziende più modeste, ma più sane” che avrebbero portato a “minori interferenze politiche, lecite e illecite, nella vita economica del paese”. E’ da qui che si può ripartire. Il bellissimo libro di Becattini ci conduce per mano verso una nuova progettualità per il rilancio delle aree distrettuali: la joie de vivre contro il profitto.

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