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Bcc: autoriforma working in progress ma qualcosa si muove e c’è chi pensa alla spa

Il progetto di autoriforma della Federcasse resta in alto mare ma tra le Bcc più dinamiche qualcosa si muove e c’è chi pensa allo scorporo della banca in spa di cui la cooperativa acquisirebbe la proprietà: una soluzione virtuosa “per i soci e per il mercato” che potrebbe attrarre nuovi investitori – Il ginepraio delle nuove norme europee

Bcc: autoriforma working in progress ma qualcosa si muove e c’è chi pensa alla spa

Scrivere di banche italiane, pretendendo di giungere a sintesi presentabili, è al momento opera superiore alle forze di chiunque e, forse, semplicemente inutile, tante sono le questioni aperte. Dagli stop and go del Governo sulle riforme, alla tattica di attesa degli eventi da parte delle Autorità di settore, dalle autoriforme ispirate al “ora, ora ci siamo davvero!”, alla temibile normativa europea sulla risoluzione delle crisi e sui Fondi di Garanzia (leggi in una sola parola bail-in), alle prese di posizione della Commissione Europea e altri Organismi di supervisione europei, sempre con il fucile puntato sugli aiuti di stato al settore e sempre sospettosi, con qualche ragione, verso le alchimie dei paesi del Sud. Alle situazioni di crisi bancaria, numerose e consistenti, lungi ancora dall’essere risolte.

 Ragione per cui se proprio crediamo di avere qualcosa da dire, è meglio rifarsi ai poeti frammentari greci, quelli di cui si sono trovati brandelli di versi su qualche coccio, lasciando alla fantasia degli esegeti la ricostruzione della lirica scritta intorno a quei pochi resti. Così facendo, lasciamo libertà interpretativa anche ai nostri lettori su quello che andremo a dire.



Frammento 1: autoriforma delle BCC È ancora working in progress a distanza di mesi dall’avvio dei lavori di modifica. Essa oggi ci appare come un colorato patchwork ricco di analisi, contributi, progetti e proposte. Nel credito cooperativo, l’imagination a pris le povoir, si sarebbe detto negli Anni Sessanta. Abbiamo usato un algoritmo su Internet per ricercare stilemi o ricorrenze semantiche, con la speranza distinguere nella sostanza la cospicua massa di documenti prodotti finora, a sostegno delle varie proposte.

Proprio come si usa in letteratura ricorrendo all’analisi testuale di un’opera. Il risultato è stato orientato, più che alle variabili di natura economica (mercato, intermediazione, costi, progetti industriali, cosa che ci sarebbe sembrata più significativa), a ricorrenze del tipo: autoriforma, eteroriforma, riserve indivisibili, contratto di dominio, gruppo, gruppi, più o meno cooperativi, garanzie incrociate, paritetismo et similia. Emerge una variegata attitudine dei proponenti al mantenimento delle biodiversità esistenti nel nostro sistema creditizio, un rigoglio della natura davanti al quale non si può non restare abbagliati; dalla foresta pietrificata degli anni 90 alla foresta tropicale ricca di flora e di fauna di oggi, da preservare per la loro unicità planetaria.

Tutti Panda da proteggere, direbbero dal canto loro le associazioni animalistiche. E tutte o quasi le BCC convinte di potersi trasformare in qualcos’altro, previe leggi, leggine o emendamenti. Tale approccio si completa con quello che sta avvenendo all’esterno del credito cooperativo, ove si sono creati tanti nuovi modelli societari per l’esercizio dell’attività creditizia dai quali si entra e si esce, come da porte girevoli (dal duale, al tradizionale, al monistico). Si assiste alla proliferazione dei ceppi originari della lex mercatoria (cooperative e società di capitali) in nuovi mutanti giuridici: popolari che debbono diventare Spa, popolari che restano ope legis popolari, Spa quotate e non, e così via. Non siamo in grado di giudicare l’evoluzione sistemica, ma la creazione di nuovi modelli deve poi far conto con i tanti problemi di mercato che le banche italiane si trovano ad affrontare e la cui risoluzione decreterà o meno il successo di ogni innovativa ingegneria societaria, che tanto eccita le migliori menti dei nostri banchieri. Nel caso del credito cooperativo proviamo anche noi ad aggiungere un modello che, a differenza degli altri, ha due riferimenti ben precisi.

Il primo è che la sua essenza é fortemente radicata nel quadro giuridico vigente (non è un mutante genetico), il secondo è che non pretende di risolvere taumaturgicamente le questioni di tutte le BCC, ma solo di quelle che vorranno veramente approfittare della riforma per rafforzarsi sul mercato e aumentare i livelli patrimoniali (ha intento di selezionare darwinianamente). Cioè è per quelle BCC che hanno un piano industriale e non solo il desiderio di mutare d’abito, consapevoli che il vero rischio per una banca, ai tempi di Basilea e altra pervasiva regulation, deriva in primo luogo da se stessa, come dimostrano i problemi, talvolta letali, quali riciclaggio, perdita di controllo del credito e dei costi, conflitti di interesse endemici generati da governance inadeguate e sbilenche.

Le BCC che raggiungono una determinata dimensione potrebbero quindi scorporare la banca in una Spa di cui la cooperativa acquisirebbe la proprietà, possibilmente insieme ad altre consorelle, assimilate da parametri omogenei, indotte anch’esse a conferire nella newco i propri asset. Questa soluzione potrebbe attirare investitori di origine diversa, grazie alla enfatizzazione dei profili giuridici più forti della società cooperativa per azioni e della società di capitali. Continuità cooperativa nella proprietà e banca gestita secondo criteri di efficienza, come si richiede a una società per azioni. Una salutare commistio sanguinis da ottenere sostanzialmente a ordinamento dato. “Per i soci e per il mercato” potrebbe essere lo slogan di questo modello che finora non ci sembra sia ancora apparso sulla scena e che potrebbe rivelarsi modello virtuoso di crescita e di riduzione del numero delle bcc e chissà, se, proprio per questi motivi, attraente per le stesse autorità di controllo.

Frammento 2 : delle Direttive Comunitarie BRRD e DGS Se il tema prima trattato ha a che fare con le mutazioni di esseri viventi, questo frammento riguarda i soggetti in articulo mortis, se non addirittura già trapassati, come avviene per i corpse bancari portati con crescente frequenza nella morgue dei Fondi di Garanzia. Ci scusiamo della crudezza della raffigurazione, ma, insomma, ipocrisia a parte, è bene chiamare le cose con il loro nome. Il cambiamento imposto dalle nuove direttive europee di uscita dal mercato bancario con il sistema di Risoluzione delle crisi determina cambiamenti sostanziali dell’attuale quadro normativo, suscitando generale sconcerto e crescente preoccupazione tra gli addetti. Quindi timori e confusione regnano sovrani.

Le regole sono tante, complesse, di difficile lettura e pericoloso impatto, le quali, a partire dalla Festa di Capodanno 2016, saranno in vita anche per noi. Sono in tanti ad affannarsi di fronte a questo nuovo Corpus giuridico non giustinianeo, per cui sarebbe pretenzioso aggiungere del nostro. Ciò che è importante è augurarci che nel nuovo contesto non si riproducano nei fatti alcuni elementi critici che hanno contrassegnato il sistema italiano nel governare le situazioni dei soggetti bancari decotti. In particolare, deve essere scongiurato il prevalere della discrezionalità rispetto alle regole, il conflitto di interesse deresponsabilizzante insito nella funzione di vigilanza e in quella di gestione delle crisi, il ruolo di semplice ufficiale pagatore rappresentato dei Fondi di Garanzia, privi di qualsiasi potere di prevenzione nei confronti delle banche assicurate, e altre ambiguità presenti nel presente governo delle crisi.

Frammento 3 : i Devianti Due recenti articoli di Paolo Savona e Andrea Greco hanno avuto il merito di accendere i riflettori su coloro che sopporteranno le perdite delle crisi bancarie per effetto di normative europee in via di introduzione. In specie il primo autore, appartiene alla categoria dei devianti, cioè di coloro che sono ancora in grado di sollevare la loro voce critica su una serie di questioni rilevanti, appartenenti alla storia non edificante del sistema bancario italiano degli ultimi anni. Emergono queste valutazioni in contrapposizione alle acritiche omologazioni o alle poco convincenti difese di chi rappresenta e sorveglia il sistema. Vogliamo essere ancora una volta diretti e affermare che alla mera, sterile ed incompleta contabilità degli esperti, noi preferiamo i grandiosi e terribili affreschi di Dickens, di Melville, di Steinbeck sugli effetti delle crisi economiche e finanziarie, a testimonianza che la letteratura spiega gli eventi con più efficacia delle scienze e della tecnica. E il banking è spesso al centro di molta tragica letteratura, cui la recente crisi ha dato nuova linfa. Anzi perdonate l’ardire, ma verrebbe quasi da rovesciare il rapporto: che, se non si genera grande letteratura, non si possa nemmeno parlare di vera crisi.

Chi paga, dunque, se fallisce una banca? Chi ne paga il costo economico e sociale? Secondo le nuove policy bancarie europee, la risposta è “non più il contribuente”, ma, finalmente, anche il risparmiatore, se è stato tanto improvvido da comprare a) obbligazioni bancarie subordinate, b) obbligazioni ordinarie, c) depositi oltre i centomila euro, senza rendersi conto del rischio di fallimento della propria banca. Insomma, se ha avuto troppa fiducia, peggio per lui. Calvinisticamente, non c’è più il perdono che tutti assolve, con la benedizione di Pantalone. Anzi siccome in Italia avevamo già capito da tempo dove avrebbe tirato il vento, noi Pantalone è da mo’ che non lo facciamo più pagare, come ci dicono reboanti comunicati ufficiali della professione e delle autorità di controllo (ripresi da una stampa non proprio disallineata) che recitano: “I risparmiatori non hanno mai perso un euro per il fallimento di una banca in Italia e nemmeno i contribuenti, ad eccezione di quei 4 mld cacciati dal Tesoro per il Monte dei Paschi, ma che vedrete alla fine recupereremo integralmente alle casse dello stato”. Scusateci se dissentiamo.

Quale garanzia è stata assicurata a quei risparmiatori che, magari anche indebitandosi, hanno convertito, fino a pochi mesi fa risparmi in azioni di banche che avevano già suscitato riserve sulla loro solidità da parte dell’Autorità di vigilanza europea. Silenzi assordanti e magistratura all’opera! A quanto ammontano, anche presso le banche più piccole, le obbligazioni subordinate, distribuite a piene mani tra clientela retail non del tutto consapevole dei rischi richiesti a sostegno di patrimoni già fragili? Non lo sappiamo. Anzi sapete quando se ne viene a conoscenza? Quando i Fondi di garanzia vengono chiamati al capezzale della banca ormai decotta e, prima di intervenire con i quattrini di tutti gli associati, devono far richiamare, in qualche modo, quei titoli imbarazzanti, perché non si generi ulteriore sfiducia circa la reputazione delle banche e delle loro associazioni. Inoltre, la storia finanziaria del Belpaese è ricca di salvataggi industriali ad opera dello Stato che ha alleggerito le banche dei loro fardelli di crediti decotti. Nomi, a titolo esemplificativo e non esaustivo: Montedison, Parmalat, Cirio, Ilva, Alitalia.

Non sono forse questi risparmi degli italiani, allegramente investiti o distratti, meritevoli di tutela? Qualche giornalista più attento, ricostruendo la vicenda Ilva ricordava che, prima di essere venduta ai Riva, era stata alleggerita, con modalità poco trasparenti e a carico dello Stato, di debiti per 8000 miliardi di lire verso banche e altri creditori. È poi opinione comune che il conto definitivo di Alitalia non sia stato ancora presentato. Per concludere, è di generale interesse non tanto conoscere perché accadono le crisi bancarie (ci saranno sempre,nonostante i meriti del prof.Draghi), quanto come vengono fronteggiate. E finora direttamente o indirettamente chi ha pagato sono sempre e soltanto i cittadini, perché anche la prevenzione ha lasciato a desiderare. Non pare che, con le nuove norme, cambi molto, come ci ricordava con grande acume, il prof. Savona. Il contesto europeo che si va delineando resta illiberale e di dubbia costituzionalità rispetto all’art. 47 che tutela e incoraggia sotto qualsiasi forma il risparmio, il quale per coerenza, dovrebbe essere ora integrato con l’emendamento “al netto del bail-in”, cioè al netto della mutualizzazione delle perdite bancarie per il risparmiatore. Ma, dato che nemmeno prima era scritto che il risparmio era preservato “al netto del bail-out del contribuente”, possiamo risparmiarci questa inutile modifica del Sacro Testo.

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