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Banca Mondiale e Fmi, urgente ristabilire la reputazione

Dopo lo scandalo di Doing Business 2018, con la revisione al rialzo del ranking della Cina, le istituzioni internazionali sono a un bivio: occorre fare chiarezza, prima di proseguire con riforma e governance

Banca Mondiale e Fmi, urgente ristabilire la reputazione

Lo scandalo Doing Business (DB), la classifica della Banca Mondiale(BM) sulla facilità d’iniziare e far crescere un’attività commerciale in 190 paesi, è arrivata alle prime pagine dei giornali perché ha coinvolto la direttrice del FMI.  Ma in realtà è lo sbocco di una lunga crisi esistenziale della Banca da quando agenzie regionali di finanziamento dello sviluppo competono con la Banca.  Inoltre, il pagamento della consulenza della Banca per superare i colli di bottiglia agli investimenti evidenziati da Doing Business configura un conflitto d’interessi che non giova alla sua credibilità.  Il rapporto sullo scandalo della revisione al rialzo del ranking della Cina nel 2018 dietro pressioni della stessa, affidato allo studio legale WilmerHale, insiste sulla contemporaneità dell’edizione 2018 di DB con la campagna per l’aumento di capitale della Banca, di cui la Cina è un importante azionista, per spiegare l’accaduto.

Giusto dunque chiudere DB: simili esercizi appartengono al dominio accademico – separato nella governance dal policymaking – dove altre iniziative del genere sono già nate.  Per esempio, un diverso indicatore di facilitazione degli investimenti viene usato nel contesto del G20.  La BM dovrebbe invece concentrarsi sui beni pubblici globali, come il clima, che per natura non rispettano confini regionali e tantomeno nazionali. Risolvendo però due contraddizioni: prima, tra lo strumento principe della BM, il prestito a un paese – che stabilisce chi è il responsabile del contratto con la Banca – e l’obiettivo globale.  Alcuni autorevoli commentatori propongono da anni di sostituire i prestiti con grants per le operazioni che riguardano i beni pubblici (non-rivali nel consumo e dal godimento dei quali non si può escludere nessuno, come le misure per il clima) globali.  Ma resta un’altra contraddizione strutturale: la governance della Banca prevede un solo paese, gli USA, che può porre il veto alle operazioni.  E questo paese sotto la presidenza Trump negava l’esistenza dell’emergenza climatica. 



Il ruolo che si è preso il G20 costruendo il consenso per rispondere ai cambiamenti del clima è importantissimo, e anche il consenso è un bene pubblico.  Ma il G20 è puramente consultivo, senza capacità di decisione e spesa che deve demandare ai singoli paesi.  Seppure con lo stesso handicap originario di governance della BM, ci resta dunque il FMI, il cui direttore è nominato da un gruppo di paesi, non da uno solo come la BM, quindi esente dal rischio della versione moderna del “re pazzo”. Il Fondo può sia costruire il consenso che decidere le spese necessarie a contrastare le conseguenze economiche delle emergenze globali, dalla pandemia al clima, oltre alle crisi finanziarie.  Come si è mostrato capace di fare finora.

Veniamo allo scandalo DB. Lo studio legale WilmerHale riporta che nella preparazione dell’edizione 2018 di DB, il ranking della Cina, un indicatore composto da molti altri indicatori della facilità d’investire in un paese – dai tempi amministrativi per i permessi, alle imposte e la complessità del loro  pagamento, alla capacità giudiziaria di proteggere la proprietà privata- sarebbe sceso relativamente ad altri paesi. Contattato da autorità cinesi, il presidente della Banca Jim Yong Kim chiede informazioni ai managers e il suo chief of staff e altri dirigenti dell’ufficio del presidente convocano riunioni per “trovare una soluzione”. Tra le proposte, scartate, di soluzione: aggiungere Macao e Hong Kong ai dati della Cina! Anche un cambio di metodologia non avrebbe fatto l’affare poiché tutti i paesi ne avrebbero beneficiato e la posizione relativa della Cina non sarebbe cambiata. Anche Kristalina Georgieva, all’epoca CEO della Banca, viene contattata e nomina Djankov, uno dei creatori di DB, a guidare la versione finale di DB.  La soluzione viene trovata modificando l’indicatore dell’efficienza della giustizia, basato su pareri di esperti, sull’efficacia di una riforma legale e aumentando così il ranking della Cina. CEO Georgieva commenta il risultato come una “vittoria del multilateralismo”.

“Over the course of our investigation, our team collected roughly five million documents from Bank employees; reviewed 80,000 of those documents most likely to contain relevant information; and interviewed more than three dozen current and former Bank employees. ( da WilmerHale, Investigations on data irregularity….9/ 2021)

Non sembrerebbe un “lavoro fatto con l’accetta” come sostiene J. Stiglitz nel suo articolo a favore di Georgieva.  Il premio Nobel ed ex-chief economist della BM ha ragione quando critica l’indicatore composito di DB su cui si basa il ranking dei paesi. E anche quando sostiene la politica abbracciata dalla Georgieva di limitare le emissioni di CO2 e aumentare la resilienza contro gli effetti del cambiamento climatico e la pandemia nei paesi meno sviluppati, anche con la redistribuzione dei $650md di liquidità creata dal FMI ai paesi poveri colpiti dalla pandemia, ma stabili e in via di fare le riforme per la crescita. Invece l’argomento della difesa di Stiglitz che non c’era ragione di aiutare la Cina che era d’accordo sull’aumento di capitale della Banca mentre gli Usa si opponevano, quindi la Banca avrebbe dovuto accontentare questi ultimi, è piuttosto debole visto che gli Usa sono tra i primi della graduatoria e non hanno certo bisogno di DB per attrarre investitori esteri!  Né Stiglitz, né gli altri commentatori però parlano del ruolo dei due presidenti della BM coinvolti nella manipolazione dei rankings nel 2018 a favore della Cina e nel 2020 a favore di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, il primo nominato da Obama e il secondo da Trump.

Di segno contrario a quello di Stiglitz il commento di Anne Krueger, anche lei ex chief economist della BM, che difende DB e ricorda le pressioni che riceveva dal “livello politico” per sostenere un certo programma di prestiti o una posizione di policy.  Ma avverte che è parte integrante del lavoro del manager fare da scudo allo staff proteggendolo da simili pressioni. Proprio per mantenere la credibilità dell’analisi di Banca e Fondo, Anne Krueger sostiene che la leadership “deve essere come la moglie di Cesare” e proteggere il lavoro dell’istituzione e i dati su cui si basa.  

Altri commentatori come Mauricio Cardenas, che era stato incaricato di rifondare DB dopo lo scandalo, propongono una rifondazione con dei criteri indispensabili: 1) abbandonare l’indicatore aggregato per confrontare i paesi e rivedere gli indicatori specifici basandoli su informazioni che devono venire da interviste d’imprese sul terreno e non di esperti;  2) regolamentazioni snelle certamente favoriscono la nascita e sviluppo d’imprese; 3) invece favorire la corsa al ribasso delle tasse non sembra opportuno, in particolare ora che si è stabilita una tassa minima del 15% per le multinazionali; e 4) tener conto del contributo positivo dello Stato alle imprese, finanziato dalle imposte, con infrastrutture per i trasporti, le telecomunicazioni, energia, istruzione, ricerca, ordine pubblico, etc… Cardenas non affronta però l’origine dello “scandalo dei dati DB”, ovvero la necessità che un simile esercizio sia  governato da un’istituzione indipendente dai governi come un’università, in collaborazione con la BM. 

In parte, DB  è già stato rimpiazzato da pubblicazioni simili che nel tempo potranno svolgere lo stesso ruolo d’informazione in ciascun paese e tra gli investitori esteri. Quello che non è sostituibile è la reputazione delle istituzioni internazionali. Il prossimo anno dovrebbe iniziare la revisione delle quote ovvero del capitale e diritto di voto dei membri del FMI e continuare il processo di riforma della governance. Entro quella data il ruolo dei presidenti della BM in questa vicenda di interferenze politiche nella manipolazione dei dati deve essere stato discusso e la reputazione della direttrice del FMI ristabilitata se il progressivo aggiustamento della governance delle istituzioni create a Bretton Woods alla realtà dell’economia mondiale del XXI secolo deve continuare. L’autonomia strategica dell’Europa passa anche di qui.

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