Nonostante i settanta e passa paragrafi in cui si sostanziano le conclusioni del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo a Bruxelles, l’Unione europea rischia di mostrare tutta la sua irrilevanza in una delle fasi più critiche della storia recente con la crisi in Medio Oriente, la guerra in Iran e la situazione in Ucraina.
Quello di oggi avrebbe dovuto essere il vertice necessario a mettere nero su bianco gli impegni su competitività e semplificazione discussi un mese fa nel “retreat” di Alden Biesen. La guerra in Iran ha rivoluzionato l’agenda non al punto di far fare una mossa politica ai 27 ma ripiegando sulle misure necessarie a contenere gli effetti della guerra e rendere meno pesanti gli alti costi dell’energia derivanti dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Inutile dire che la crisi sta imponendo ai singoli Stati membri ricette diverse soprattutto a quelli come l’Italia che pagano in maniera molto più salata la bolletta dell’energia.
Nelle conclusioni del vertice è inserita una condanna generica alle azioni militari al di fuori del diritto internazionale (senza però citare Usa e Israele) e un richiamo all’importanza del multilateralismo, di cui si parlerà oggi a colazione con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres nel pranzo di lavoro. Prima, nella mattinata, sarà la volta del collegamento ormai di prassi con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per discutere il prestito da 90 miliardi deciso in dicembre (ora bloccato dall’Ungheria per i danni all’oleodotto di Druzhba che porta il greggio dalla Russia attraverso l’Ucraina) oltre al tema delle forniture militari dopo l’attacco all’Iran di cui si sta avvantaggiando di fatto Mosca.
Sul prestito di 90 miliardi l’ordine di scuderia è che “la parola data va rispettata, non è un’optional” ma il primo ministro ungherese ritiene che l’Ucraina starebbe volontariamente rallentando le operazioni di riparazione del gasdotto Druzhba in vista delle elezioni in Ungheria del 12 aprile. Kiev smentisce ma si sarebbe ormai creata una “crisi di fiducia” che si cerca di recuperare con una missione tecnica della Commissione Ue attualmente in Ucraina.
Da risolvere anche il problema del ventesimo pacchetto di sanzioni, anche questo bloccato dall’Ungheria. Collegato al problema Russia, l’Italia – insieme ai partner del formato Med5 – ha anche posto il tema della nave metaniera alla deriva nel Mediterraneo, sollecitando un “approccio comune” per garantire la sicurezza della navigazione e prevenire un possibile disastro ambientale.
Per quanto riguarda la competitività, il confronto sul dossier dovrebbe avviarsi nel pomeriggio. Per Meloni il problema da affrontare è quello del caro prezzi: l’Italia ha infatti un costo dell’elettricità di circa 129 euro/Mwh contro i 72,88 della Francia e i 47 della Spagna. Un problema condiviso con la Polonia e altri Paesi dell’Est e con i Baltici. La premier chiede “misure di breve termine” per ridurre subito il costo ma anche un intervento sul meccanismo Ets (European union emissions trading system) ossia il principale meccanismo finanziario e di politica climatica dell’Unione europea per ridurre le emissioni di gas serra, basato sul principio del “chi inquina paga”.
La strategia italiana non è più soltanto la “sospensione” tout court (anche se l’ipotesi sempre resta sul tavolo) ma un intervento più mirato. Meloni ha inviato una lettera alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, insieme ai leader di Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia per chiedere di anticipare a maggio la revisione dell’Ets 1 e di estendere le quote gratuite oltre il 2034. Oltre a ciò il decreto legge varato mercoledì punta a contenere i prezzi dell’energia con aiuti per i redditi più bassi e gli autotrasportatori. Oggi al vertice la premier italiana cercherà una sponda con il cancelliere tedesco Merz ma sembra quasi scontato che neppure su questo punto i 27 riusciranno a trovare una ricetta unitaria.