Condividi

Trump: un anno di potere senza freni che ha stravolto l’America e scosso l’ordine mondiale

In un anno, il secondo mandato di Trump ha trasformato gli Stati Uniti in un laboratorio di potere: ordini esecutivi, dazi e mosse militari hanno riscritto politica interna ed estera. La diplomazia e le istituzioni sono state travolte, mentre economia e società pagano il prezzo di una strategia senza filtri. Addio al multilateralismo e addio ai pesi e contrappesi della democrazia americana. Le midterm 2026 saranno il vero banco di prova

Trump: un anno di potere senza freni che ha stravolto l’America e scosso l’ordine mondiale

In un annoDonald Trump ha dimostrato che non serve un decennio per cambiare un Paese: basta una penna e una volontà che non conosce limiti. Dopo i primi 365 giorni del suo secondo mandato, gli Stati Uniti non sono più gli stessi, e non lo è nemmeno il mondo che ruota attorno a loro. Gli alleati hanno scoperto che l’ombrello americano non è più automatico, l’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale sembra più fragile di quanto si pensasse e i media, costretti a rincorrere una presidenza che corre più veloce delle istituzioni, faticano a tenere il passo.

Trump non si limita a governare: irrompe. E lo fa con la stessa logica di chi non negozia, ma impone. Annunci, ordini esecutivi, fronti multipli: il suo primo anno sembra scritto in modalità “accelerato”, come se ogni giorno dovesse riscrivere una pagina di storia. Ma non è solo la velocità a sorprendere. È la direzione. Per la prima volta da decenni, la politica americana rompe con il proprio passato e rivela un nuovo schema: il commercio diventa arma, l’immigrazione un nemico, la politica estera una partita di forza in cui alleanze e valori sono secondari. Addio al multilateralismo e addio ai pesi e contrappesi della democrazia americana.

Le immagini che hanno segnato questo anno – città militarizzate, agenti federali in strada, decreti a raffica, minacce a governi sovrani, bombardamenti presentati come “passi verso la pace” – non sono più eccezioni, ma parte del quotidiano. Anche l’economia, promessa come una “nuova età dell’oro”, ha mostrato il rovescio della medaglia: inflazione alta, salari che non tengono il passo e dazi che finiscono per pesare sulle tasche delle famiglie. Nel frattempo, lo Stato sociale viene ridotto, l’apparato federale ristrutturato e la retorica del “fare grande l’America” si traduce in una società più fragile.

In politica estera, Trump ha smesso di mascherare le sue scelte con il linguaggio dei valori o della legalità. L’interesse nazionale è dichiarato apertamente, anche quando significa rivedere confini, riscrivere alleanze o rivendicare territori. Dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Venezuela all’Iran fino alla Groenlandia, la linea è netta: gli Stati Uniti agiscono, gli altri devono adeguarsi. E l’Occidente, abituato a un ruolo protetto, scopre che non esistono più alibi né garanzie.

Di seguito il bilancio (non completo) dei primi 365 giorni del secondo mandato di Trump. Un anno in cui l’America ha dimostrato di essere cambiata, e forse non tornerà più indietro.

Il giorno in cui la penna diventa un’arma: 20 gennaio 2025

Il filo rosso del secondo mandato è stato l’uso massiccio degli ordini esecutivi, trasformando il Congresso in un’appendice. Fin dal primo giorno Trump ha smontato l’eredità di Biden: ritiro dagli Accordi di Parigiuscita dall’Omsrilancio di petrolio e gas (“Drill, baby, drill”), reintroduzione della pena di morte federale e creazione del “Doge”, affidato a Elon Musk per tagliare la spesa pubblica. Il Dipartimento dell’Efficienza Governativa diventa una caccia all’uomo tra gli statali: licenziamenti di massa, tagli ai dipendenti pubblici e una strategia di controllo, non di consenso. In parallelo, Trump sospende il programma rifugiati, congela gli aiuti esteri e tenta di abolire per decreto la cittadinanza per nascita, mossa impugnata nei tribunali.

Il gesto più simbolico è però la grazia di massa a oltre 1.500 persone coinvolte nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, un atto che riscrive il significato politico di quell’evento e che il Wall Street Journal definisce “industria del perdono”. Non è solo politica interna: Trump gioca anche con la carta geografica, definendo il Canada “51° Stato”, rivendicando il controllo del Canale di Panama, rilanciando la conquista della Groenlandia e rinominando il Golfo del Messico in “Golfo d’America”.

Immigrazione e sicurezza: città militarizzate e ronde anti-immigrati

La politica interna diventa una guerra di confine. L’emergenza al confine con il Messico viene dichiarata permanente, le gang e i cartelli latinoamericani vengono classificati come organizzazioni terroristiche e l’America Latina viene punita con misure economiche e politiche per il ruolo nel narcotraffico. A febbraio arrivano i primi dazi: il 25% su Canada e Messico è la prima mossa di una guerra commerciale globale che anticipa il resto dell’anno.

A marzo, l’amministrazione avvia la deportazione di presunti membri di gang criminali in El Salvador, segnando l’inizio di una politica migratoria aggressiva e spettacolare. Ma è a giugno che la presidenza mostra il suo volto più duro: Trump invia Guardia nazionale e Marines nelle città guidate dai democratici, mentre l’Ice avvia ronde anti-immigraticon obiettivi chiari: prima Los Angeles, poi Washington, provocando forti tensioni con i governatori locali. Le immagini di città militarizzate e uomini armati su blindati diventano la fotografia di una presidenza che considera la repressione un metodo. A gennaio 2026, l’uccisione di Renee Nicole Good durante un’operazione dell’Ice a Minneapolis ha riacceso le proteste, mostrando il costo sociale di una strategia fondata sul pugno di ferro.

A dicembre la strategia diventa ancora più netta: l’11 dicembre Trump annuncia la Gold Card, un permesso di residenza permanente a pagamento, e subito dopo vara un nuovo travel ban che raggiunge decine di paesi, chiudendo le frontiere per ragioni di sicurezza nazionale.

Ucraina e Russia: dal sostegno alla negoziazione

Il 28 febbraio lo Studio Ovale diventa un ring. Trump mette sotto pressione Zelensky, chiedendo un compromesso con la Russia e l’accettazione della perdita del Donbass e della Crimea. Il 30 aprile viene siglato un accordo che cambia il senso del sostegno americano: in cambio degli aiuti militari, gli Usa ottengono il 50% delle future risorse energetiche e minerarie ucraine. Trump è chiaro: ora tocca agli altri – Nato, Ue – pagare per la difesa dell’Ucraina.

Inizia una navetta continua di negoziazioni sulla guerra in Ucraina: dal 12 febbraio al 28 dicembre si contano nove conversazioni telefoniche tra Trump e Putin. Il Cremlino apre ai negoziati, ma pone condizioni durissime per un cessate il fuoco, lasciando l’Europa sempre più marginale e in balia delle decisioni americane.

Il 15 agosto è una data spartiacque: ad Anchorage, in Alaska, si tiene l’incontro tra Putin e Trump, definito “costruttivo”. Mosca e Washington raggiungono intese sull’Ucraina che piacciono al Cremlino, mentre l’Occidente assiste in ansia. Tre giorni dopo, il 18 agosto, Zelensky arriva alla Casa Bianca insieme ai leader europei, tra cui Giorgia Meloni, e chiede rassicurazioni.

Gaza, Medio Oriente e guerra lampo all’Iran

A febbraio Trump presenta un progetto di ricostruzione di Gaza come “Riviera del Medio Oriente”, con trasferimenti forzati di palestinesi verso Egitto e Giordania. La proposta suscita indignazione e viene rifiutata dagli stati arabi. In aprile, gli Stati Uniti colpiscono lo Yemen con raid aerei contro gli Houthi, causando decine di morti e aumentando la crisi umanitaria.

Il 22 giugno l’America bombarda l’Iran. Trump annuncia su Truth: “Abbiamo completato con successo il nostro attacco ai tre siti nucleari in Iran, tra cui Fordow, Natanz ed Esfahan. Tutti gli aerei sono ora fuori dallo spazio aereo iraniano. Ora è il momento della pace.” La guerra si esaurisce in 12 giorni: il nucleare iraniano viene danneggiato e rallentato, ma non azzerato. È il momento di massima alleanza tra Israele di Netanyahu e l’America di Trump, ma anche l’immagine di un presidente che decide tempi e significato dei conflitti.

inizio 2026 Trump ha riacceso la pressione sull’Iran per rovesciare il regime, minacciando nuovamente bombardamenti e invitando i manifestanti a continuare le proteste, pur sostenendo che la repressione sarebbe in via di cessazione.

Economia e dazi: il “Liberation Day” che scuote il mondo

Il 2 aprile diventa il “Liberation Day”: entrano in vigore dazi commerciali verso quasi tutto il mondo. Trump presenta un cartello con le tariffe paese per paese e la strategia è sempre la stessa: colpire per primo e colpire forte, poi negoziare. La Cina risponde colpo su colpo, senza cedere di un millimetro, mentre l’Unione Europea vacilla, spaventata. Negli Stati Uniti la Corte Suprema è chiamata a valutare se Trump abbia abusato del potere presidenziale, ma il costo arriva subito anche a casa: i dazi spingono l’inflazione verso l’alto e la fiducia economica scende ai minimi da 17 mesi a fine 2025. Eppure Trump continua a vendere il messaggio opposto: “stiamo proteggendo l’America”.

Sul fronte interno, il 4 luglio arriva il Big Beautiful Bill, una manovra che prosegue i tagli fiscali del 2017 e riduce la spesa sociale (Medicaid, Snap). La proposta divide il Congresso: opposizione democratica e dubbi anche tra i repubblicani. L’aumento del debito è stimato in 3.500 miliardi in 10 anni, una delle contrazioni più forti dello stato sociale dagli anni Trenta. Il risultato è un welfare minimale e una fragilità sociale destinata a crescere nei prossimi anni.

Diritti civili e cultura: la “svolta conservatrice”

Fin dal primo giorno Trump cancella le politiche di genere e vieta riconoscimenti federali per le persone trans, elimina i programmi Dei e annulla l’ordine esecutivo 11246 contro le discriminazioni sul lavoro. A febbraio amplia l’accesso alla fecondazione in vitro, a marzo rende l’inglese lingua ufficiale e a maggio firma un ordine per ridurre i prezzi dei farmaci.

La battaglia contro l’ideologia “woke” diventa centrale: università e istituzioni subiscono tagli e pressione politica, Harvard e la Columbia diventano bersagli, accusati di antisemitismo o di essere “nemici” della nazione.

Lo scontro con Powell: Trump rompe il tabù dell’indipendenza della Fed 

Nel frattempo, il 2025 è anche l’anno dello scontro aperto con la Federal Reserve e il suo presidente Jerome Powell. Trump non accetta la Fed come istituzione indipendente: la considera un ostacolo, un nemico. Le tensioni culminano in una campagna pubblica contro Powell, con accuse e pressioni dirette. A gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia apre un’indagine penale contro di lui, accusandolo di aver mentito al Congresso sui costi di ristrutturazione della Fed, una mossa vista da molti come pretesto politico per forzare le dimissioni. Powell risponde definendo l’attacco una “ritorsione politica” e ribadendo l’indipendenza della Fed. È un tabù rotto: il presidente delegittima pubblicamente un’istituzione indipendente.

Gaza e Medio Oriente (bis): la pace come prodotto commerciale

Il 29 settembre la Casa Bianca presenta un piano in 20 punti per porre fine alla guerra a Gaza. Israele e Hamas accettano e il 10 ottobre entra in vigore un cessate il fuoco. In questo contesto, Trump prova a costruire una nuova diplomazia, ma la comunità internazionale non gli riconosce il merito: il Nobel per la pace va a Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana in esilio, che poi ha finito per regalarglielo. È una sconfitta simbolica, perché il presidente rivendica di aver “fatto finire” 7-8 guerre in tutto il mondo e si trova a dover accettare che la comunità internazionale non gli riconosca il merito.

Siria e Arabia Saudita: riabilitazioni e nuovi equilibri

A novembre la diplomazia americana prende un’altra piega: il 10 novembre Trump incontra Ahmed Al-Sharaa, ex terrorista jihadista diventato presidente della Siria, e lo riceve con tutti gli onori alla Casa Bianca. L’8 novembre (18 novembre nel testo) è la volta di Mohammed bin Salman: riabilitato nonostante l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi. È la dimostrazione che la presidenza Trump ha una nuova bussola morale: l’interesse, prima di tutto, anche se questo significa riabilitare chi era stato isolato per crimini gravi.

Fake news diplomatiche, Charlie Kirk e gli Epstein files

Il 21 maggio un incontro con il presidente sudafricano Ramaphosa degenera quando Trump mostra video falsi su un presunto genocidio dei bianchi in Sudafrica, segnando una rottura nei rapporti diplomatici. La diplomazia diventa un palcoscenico in cui la verità non è un valore, ma un dettaglio.

Il 10 settembre l’omicidio di Charlie Kirk, simbolo della destra trumpiana, spinge Trump a una campagna contro il “terrorismo di sinistra”, accusando Soros e Hoffman. Antifa viene dichiarata “organizzazione terroristica interna”, un passaggio che trasforma ogni evento in pretesto per costruire un nemico interno e giustificare la repressione.

 Il 19 dicembre, dopo settimane di pressione interna e bipartisan, Trump firma la legge che impone la pubblicazione dei file su Jeffrey Epstein. Vengono pubblicate molte foto: alcune imbarazzano Trump, altre coinvolgono Bill Clinton e il principe Andrea. Non c’è una “pistola fumante”, ma il contesto diventa più torbido.

L’attacco al Venezuela e la guerra al diritto internazionale

Da novembre 2025 le minacce contro il Venezuela diventano concrete, e il 3 gennaio 2026 arriva l’attacco militare e la cattura di Maduro, giustificati come guerra al narcotraffico. Trump annuncia di aver “preso il controllo del Venezuela” e minaccia Colombia, Messico, Cuba e Iran, mentre “prenota” anche la Groenlandia. È la dimostrazione che la presidenza Trump non riconosce più i limiti del diritto internazionale: l’America si prende ciò che vuole, e chi si oppone diventa un nemico da abbattere. 

Groenlandia e Nato: la frattura transatlantica

Nel corso del 2025 la tensione con l’Europa è cresciuta fino a trasformarsi in una vera crisi transatlantica. Trump ha fatto della Groenlandia un punto di non ritorno, dichiarando che il controllo dell’isola è essenziale per la sicurezza nazionale e imponendo nuovi dazi al 10% contro otto Paesi europei per aver inviato truppe in esercitazioni nell’Artico. Se entro giugno non faranno marcia indietro, le tariffe saliranno al 25%, una mossa che ha spinto Bruxelles a bloccare la ratifica dell’accordo commerciale con Washington. Di fronte a questa escalation, l’Europa ha iniziato a valutare contromisureeconomiche, tra cui lo strumento anti-coercizione (Ice) proposto da Macron, mentre i vertici Ue si sono riuniti d’urgenza per evitare che il braccio di ferro degeneri in una rottura definitiva della Nato.

Il consenso e l’incognita delle midterm

I sondaggi mostrano un consenso altalenante: Trump conserva una base solida, ma sempre più polarizzata, e le midterm del novembre 2026 saranno il vero banco di prova. Una sconfitta trasformerebbe il presidente in “un’anatra zoppa”, riducendo il suo margine di manovra e bloccando la sua capacità di imporre l’agenda.

Eppure, guardando al primo anno, una cosa appare evidente: Trump governa come se non esistessero freni, convinto – come ha dichiarato lui stesso – che “l’unico limite al mio potere è la mia moralità”. E lo fa con una strategia precisa: non solo decide, ma sovraccarica il sistema di decisioni, annunci e provocazioni, costringendo media e opposizione a inseguirlo in una corsa senza tregua. In questo modo, non è solo la politica a cambiare: è la capacità stessa di capirla. Un anno è passato, ne mancano ancora tre.

Commenta